Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
Rivoluzione geopolitica o fiction? E l' Italia?
[b:bddefd7b23]Rivoluzione, geopolitica e oleodotti
di F. William Engdahl [/b:bddefd7b23]
La disgregazione dell'Urss ha dato il via a una corsa all'oro nero da parte di paesi esteri nella regione caspica dell'Asia Centrale. Anche se non sempre viene detto esplicitamente, il petrolio è diventato il tema centrale della pianificazione delle operazioni militari internazionali
Dopo una breve diminuzione del prezzo, sceso sotto i 50 dollari a barile, il petrolio ha superato il tetto dei 60 dollari e con molta probabilità continuerà a salire ancora di molto. In questa situazione si è portati a pensare che l'annuncio dell'apertura di un nuovo importante oleodotto nel Caspio possa frenare la corsa inarrestabile al rialzo dell'oro nero nel mercato mondiale.
Tuttavia, nonostante il 15 giugno scorso la Organization of Petroleum Exporting Countries abbia deciso di aumentare la quota di produzione ufficiale di altri 500.000 barili al giorno, i prezzi futuri del petrolio della NYMEX sono cresciuti. Secondo le previsioni, la richiesta mondiale di petrolio per la seconda metà del 2005 si aggirerà su una media di almeno 3 milioni di barili al giorno in più rispetto al primo semestre.
Il petrolio è diventato il tema centrale della politica mondiale e della pianificazione delle operazioni militari, anche se non sempre viene detto esplicitamente.
L'oleodotto del Caspio solleva un polverone
In una tale situazione, è bene considerare il significato che riveste a livello generale l'apertura a maggio dell'oleodotto di Baku-Ceyhan, in Turchia, un impianto lungo 1.762 km, portato a termine con sei mesi di anticipo rispetto ai progetti.
I lavori per l'oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) erano iniziati nel 2002 dopo quattro anni di accese discussioni internazionali. àˆ costato circa 3,6 miliardi di dollari, contraddistinguendosi come il progetto petrolifero più costoso tra quelli finora attuati. Il sostenitore principale è stata la British Petroleum (BP), il cui presidente, Lord Browne, è un fidato consigliere del Primo Ministro inglese Tony Blair. Per la costruzione dell'oleodotto, la BP ha costituito un consorzio formato, tra gli altri, dalla statunitense Unocal e dalla Turkish Petroleum Inc.
Si dovrà aspettare almeno la fine di settembre perchè si raggiunga la quantità di greggio necessaria di 10,4 milioni di barili che partiranno dal porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Ceyhan si trova a poca distanza dalla base aerea americana di Incirlik. Per gli Stati Uniti il BTC ha costituito una priorità strategica da quando il presidente Bill Clinton finanziò la sua costruzione nel 1998. Alla cerimonia di inaugurazione, svoltasi lo scorso maggio, era presente, infatti, il segretario per l'energia statunitense, che ha consegnato una comunicazione personale di congratulazioni da parte del presidente George W Bush.
Vista la complessità della struttura politica della regione caspica nell'Asia centrale, e in particolare dal momento che la disgregazione dell'Unione Sovietica ha dato il via in questa regione ricca di giacimenti petroliferi a una corsa all'oro nero da parte di paesi esteri, soprattutto gli Stati Uniti, è importante volgere la propria attenzione verso di due blocchi principali che si sono formati.
Da una parte l'alleanza tra Stati Uniti, Turchia, Azerbaigian e, dai tempi della rivoluzione ‘rosa', Georgia, quella piccola ma importante nazione che sorge proprio lungo il percorso dell'oleodotto. Dall'altra parte, anche in termini geografici rispetto al punto in cui l'oleodotto dovrebbe andare, la Russia che fino al 1990 ha detenuto il controllo dell'intera regione caspica fuori dal litorale iraniano. Oggi la Russia sta coltivando un'alleanza inquieta ma certa con l'Iran e l'Armenia, in opposizione al gruppo capitanato dagli Stati Uniti. Questa divisione in due ‘fazioni' è essenziale per capire lo sviluppo della regione dal 1991.
Ora che l'oleodotto BTC è stato finalmente portato a termine, e il percorso attraverso il territorio georgiano consegnato decisamente in mani pro Washington - condizione sine qua non per il completamento del progetto - ci si chiede quale sarà la reazione di Mosca. Il presidente Vladimir Putin ha qualche seria alternativa rimasta da quella estrema del nucleare?
Una strategia chiara
Nei mesi scorsi si è delineato chiaramente uno schema geopolitico. Nell'ex Unione Sovietica sono stati istituiti, con il sostegno e il supporto finanziario di Washington, nuovi regimi ‘amici' degli Stati Uniti, i quali si trovano in una posizione strategica verso i possibili percorsi di oleodotti provenienti dal Mar Caspio.
L'Ucraina è praticamente nelle mani del regime ‘democratico' sostenuto da Washington e guidato da Viktor Yushchenko e dal miliardario Primo Ministro Yulia Timoshenko, chiamata in Ucraina ‘principessa del gas' per la fortuna accumulata in qualità di funzionario del governo, presumibilmente grazie alle sue dubbie operazioni condotte precedentemente con il ministro dell'energia ucraino Pavlo Lazarenko e la Gazprom. Stando a quel che si dice, la credibilità nazionale del governo di Yushchenko sta iniziando ad affievolirsi man mano che l'euforia della rivoluzione ‘arancione' sta lasciando spazio alla realtà economica. In ogni caso, Yushchenko ha organizzato il 16 giugno a Kiev un'assemblea speciale del Davos World Economic Forum per discutere dei possibili investimenti nella ‘nuova' Ucraina.
All'assemblea di Kiev il governo di Timoshenko ha annunciato il suo progetto per la costruzione di un nuovo oleodotto e gasdotto che parta dal Caspio e, attraverso l'Ucraina, arrivi in Polonia, riducendo così la dipendenza di questa nazione dal petrolio e dal gas russi. Timoshenko ha anche rivelato che per il progetto il governo ucraino ha condotto negoziati positivi con la Chevron, la ex compagnia del Segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Non c'è bisogno di dire che un tale progetto contrasterebbe con l'interesse regionale della Russia.
Il forte sostegno di Washington a Yushchenko ha avuto lo scorso anno un ulteriore motivo di palesarsi per contrastare una decisione del governo e del parlamento di Kuchma volta a invertire il corso dell'oleodotto di Brody-Odessa da un percorso stabilito dal porto del Mar Nero in Polonia. L'asse iniziale Odessa-Polonia avrebbe legato l'Ucraina all'occidente. Ora l'Ucraina sta discutendo con la Chevron della possibilità di costruire un nuovo oleodotto che faccia altrettanto. Attualmente la nazione riceve l'80% della risorse energetiche dalla Russia.
Il governo ucraino e la compagnia statale NAK (Naftogaz Ukrainy) stanno discutendo con la compagnia francese Gaz de France di un secondo progetto che prevede la costruzione di un gasdotto dall'Iran che sostituisca quello russo. Se ciò si attuasse, indebolirebbe i legami di interesse reciproco tra Russia e Iran, e tra Russia e Francia.
Nello stesso giorno della conferenza di Kiev, il governo del Kazakistan ha dichiarato, durante un'assemblea di investitori internazionali tenutasi ad Almaty, di essere in fase di negoziazione con l'Ucraina per convogliare anche il proprio petrolio nel nuovo oleodotto verso il Baltico proposto dal governo ucraino. La Chevron è anche il leader principale del consorzio per lo sviluppo del petrolio kazako a Tengiz. Vista la natura politica del ‘Big Oil' - il complesso delle industrie petrolifere statunitensi - è più probabile che la Rice, il vicepresidente Dick Cheney e l'amministrazione di Washington stiano svolgendo un ruolo importante in questi colloqui per l'oleodotto ucraino. La rivoluzione ‘arancione', almeno dal punto di vista dei suoi sponsor americani, aveva poco a che fare con la democrazia vera e propria e molto più con le strategie geopolitiche militari e petrolifere.
Gli oleodotti e i legami azero-statunitensi
All'inizio della sua costruzione, l'oleodotto Baku-Ceyhan era annunciato dalla BP e da altri come il progetto del secolo.
L'ex consigliere della sicurezza nazionale statunitense, Zbigniew Brzezinski, era un consulente della BP durante la presidenza Clinton, e fece pressione su Washington per finanziare il progetto. Fu infatti Brzezinski ad andare in visita informale a Baku nel 1995, su incarico di Clinton, per incontrare l'allora presidente azero Haidar Aliyev e negoziare i nuovi percorsi dell'oleodotto indipendente di Baku, tra cui quello che sarebbe diventato l'oleodotto BTC.
Il nome di Brzezinski compare anche nel consiglio di un'importante, sebbene quasi sconosciuta, Camera di Commercio USA-Azerbaigian (USACC), il cui presidente a Washington è Tim Cejka, che ricopre la stessa carica anche per la ExxonMobil Exploration. Tra gli altri membri del consiglio della USACC figurano Henry Kissinger e James Baker III, l'uomo che nel 2003 si recò personalmente a Tbilisi per informare Eduard Shevardnadze del fatto che Washington intendeva metterlo da parte a favore del presidente georgiano Mikhail Shaakashvili, che vantava un ‘addestramento' statunitense. Un altro membro del consiglio della USACC è Brent Scowcroft, ex consigliere della sicurezza nazionale del presidente George H W Bush. Del consiglio faceva parte anche Cheney prima della sua nomina a vicepresidente. Sarebbe difficile immaginare a Washington un gruppo di strateghi di geopolitica con maggiore potere. E di certo queste personalità così famose non avrebbero perso un minuto del loro tempo per una zona che non avesse un'estrema importanza strategica per gli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico o che non attirasse determinati interessi di potere.
Adesso che l'oleodotto BTC per Ceyhan è completato, si sta considerando l'eventualità di costruire un secondo tratto sottomarino, che dovrebbe collegare il Caspio al Kazakistan e al Turkmenistan, con le sue ricche riserve di gas, allontanando queste risorse energetiche dalla Cina e dirigendole invece a ovest verso una rotta controllata da Stati Uniti e Gran Bretagna.
In questo contesto va sottolineato che lo stesso Bush il 10 maggio scorso ha compiuto un viaggio Tbilisi per incontrare la gente del posto in Freedom Square, e promuovere la sua ultima lotta contro la campagna tirannica per la regione. Non sono mancate parole di apprezzamento per le ‘rivoluzioni colorate', sostenute dagli Stati Uniti, che si sono succedute dall'Ucraina alla Georgia. Nel suo discorso Bush ha attaccato la divisione dell'Europa realizzata nel 1945 a Yalta da Franklin D Roosevelt, e ha fatto la curiosa dichiarazione secondo cui “non ripeteremo gli errori delle generazioni precedenti, mitigando o scusando la tirannia e sacrificando la libertà nella vana ricerca della stabilità . Abbiamo imparato la lezione: nessuna libertà è sacrificabile. In un'ottica a lungo termine, la nostra sicurezza e vera stabilità dipendono dalla libertà degli altriâ€Â. E continuando ha affermato, “Ora nel Caucaso, nell'Asia centrale, e nel più vasto Medio Oriente, assistiamo allo stesso desiderio di libertà che infiamma i cuori dei giovani. Chiedono libertà - e l'avrannoâ€Â.
Quale sarà il colore della rivoluzione azera?
Non sorprende che il discorso sia stato letto come un segnale di ‘via' ai gruppi di opposizione del Caucaso.
In Azerbaigian quattro gruppi giovanili - Yokh! (No!), Yeni Fikir (Nuovo Pensiero), Magam (E' ora) e il Movimento Arancione dell'Azerbaigian - costituiscono l'opposizione emergente, ricalcando le orme di Georgia, Ucraina e Serbia, dove l'ambasciata degli Stati Uniti e in particolare le organizzazioni non governative appositamente preparate hanno orchestrato i cambiamenti di regime pro Stati Uniti con l'aiuto delle associazioni americane National Endowment for Democracy, Freedom House e le Soros Foundation.
Secondo quanto affermato dai giornalisti di Baku, l'ucraina Pora (E' ora), la georgiana Kmara (Abbastanza) e la serba Optore (Resistenza) sono citate come modelli di comportamento da tutte e quattro le organizzazioni di opposizione, le quali considerano l'incontro di Bush di febbraio a Bratislava con Vladislav Kaskiv, il leader di Pora, come un segno del sostegno di Washington alla loro causa.
Sembra anche che lo stesso gruppo di esperti americani di rovesciamento di regimi stia preparando una ‘rivoluzione colorata' per le prossime elezioni di novembre in Azerbaigian, come ha fatto per le altre recenti rivoluzioni dello stesso tipo.
Nel 2003, alla morte dell'ex presidente azero Haider Aliyev, è succeduto al comando del paese il figlio playboy, Ilham Aliyev, dopo elezioni grossolanamente truccate. Il nuovo governo è stato legittimato dalla Casa Bianca perchè Aliyev era ‘il nostro tiranno', e poi è successo che la sua mano fosse tenuta sul rubinetto del petrolio di Baku.
Ilham, ex presidente della compagnia petrolifera statale SOCAR, è legato alla base di potere del padre e per ora sembra essere considerato inadatto alla nuova politica degli oleodotti. Forse vuole una percentuale troppo alta del bottino. In ogni caso, sia il governo di Blair sia l'AID del Dipartimento di stato americano stanno finanziando i gruppi di opposizione azeri di impostazione simile a quella dell'Otpor ucraino. L'ambasciatore degli Stati Uniti, Reno Harnish, ha affermato che Washington è pronta a sostenere finanziariamente gli ‘exit poll' delle elezioni. In Ucraina questi sondaggi all'uscita dei seggi elettorali sono stati un fattore chiave per spingere l'opposizione al successo.
Mosca segue da vicino gli eventi in territorio azero. Il 26 maggio il quotidiano moscovita Kommersant scriveva, "L'oleodotto trasporta il petrolio da est a ovest, mentre lo spirito delle ‘rivoluzioni colorate' va nella direzione oppostaâ€Â. L'articolo proseguiva indicando che i governi occidentali intendevano promuovere la democratizzazione nell'Azerbaigian per proteggere i considerevoli investimenti realizzati nell'oleodotto. Ma questa è solo una parte del gioco strategico. L'altra parte è quella che gli strateghi del Pentagono definiscono ‘negazione strategica'.
Fino a poco tempo fa gli Stati Uniti avevano sostenuto la dittatura spietata e corrotta di Aliyev perchè la famiglia cooperava con i loro progetti geopolitici sulla zona, anche se Haider Aliyev era stato un ufficiale di spicco del KGB durante il periodo sovietico sotto il governo di Mikhail Gorbachev. Il 12 aprile il segretario alla difesa Donald Rumsfeld si è recato, per la seconda volta in quattro mesi, a Baku per discutere della necessità di creare una base militare statunitense in Azerbaigian, quale parte del progetto di riposizionamento delle forze globali americane che sta coinvolgendo l'Europa, il Medio Oriente e l'Asia.
Il Pentagono gestisce già di fatto le forze armate della Georgia, con i suoi ufficiali delle US Special Forces, e la Georgia ha chiesto di unirsi alla NATO. Ora Washington vuole avere basi direttamente in Azerbaigian, vicine alla Russia e all'Iran.
Il Pentagono ha assegnato inoltre 100 milioni di dollari per la costituzione di un esercito di forze speciali di vigilanza del Caspio, apparentemente per controllare il nuovo oleodotto BTC, sebbene sia stato deliberatamente costruito sottoterra per renderlo meno vulnerabile, uno dei motivi che ha fatto lievitare i costi di costruzione. Parte dei fondi del Pentagono sarà destinata alla realizzazione a Baku di un centro di comando con radar in grado di monitorare l'intero traffico marittimo del Caspio. Le basi aeree che gli Stati Uniti vogliono avere in Azerbaigian verrebbero naturalmente considerate da Tehran e Mosca come una provocazione strategica.
Su tutte queste manovre da parte della Casa Bianca e del 10 di Downing Street incombe la questione strategica del controllo geopolitico sull'Eurasia, mentre è sempre più chiaro che la nuova ‘lotta alla tirannia' condotta da Washington non ha più come obiettivo solo la Russia di Putin. àˆ ormai evidente ai più che ora come ora il grande disegno dell'Eurasia da parte di Washington non riguarda la cattura di Osama bin Laden e i suoi ‘abitanti delle caverne'.
L'attuale strategia di Washington è rivolta a molte ex repubbliche sovietiche eurasiatiche che in quanto tali non hanno riserve note di petrolio o gas, ma rivestono un'importanza strategica dal punto di vista militare e geopolitico per la politica di Washington volta a dominare il futuro dell'Eurasia.
Questa politica individua il proprio centro geopolitico, economico e militare nella Cina. Basta dare uno sguardo alla cartina dell'Eurasia e alle nazioni oggetto di varie rivoluzioni colorate sponsorizzate dagli Stati Uniti per capire inequivocabilmente questo progetto. A est del Mar Caspio, Washington oggi controlla, più o meno attivamente, Pakistan, Afghanistan, potenzialmente Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan. Queste nazioni fungono da potenziali zone cuscinetto o barriera controllate dagli Stati Uniti tra le fonti energetiche cinesi e russe, caspiche e iraniane. Washington tenta di negare alla Cina un facile accesso via terra alla Russia, al Medio Oriente o ai giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio.
Dove vuole andare il Kirghizistan?
Dall'inizio del 2005, quando nei mesi di febbraio e marzo è scoppiata una serie di proteste dell'opposizione sulla correttezza delle elezioni parlamentari, il Kirghizistan è entrato a far parte della lista in continua crescita delle repubbliche eurasiatiche impegnate ad affrontare la grande minaccia del cambiamento di regime o della rivoluzione colorata. Il successo dell'ex premier kirghizo Kurmanbek Bakiev nel sostituire il presidente deposto Askar Akayev nella nazione della cosiddetta rivoluzione ‘dei tulipani', diventando il presidente ad interim fino alle elezioni presidenziali di luglio, si presta inevitabilmente a paragoni con la rivoluzione ‘arancione' dell'Ucraina e quella ‘rosa' della Georgia.
Radio Liberty di Washington si è adoperata in tutti i modi per spiegare che l'opposizione del Kirghizistan non è opera degli Stati Uniti, ma un fenomeno popolare autentico e spontaneo. I fatti però rivelano un'altra versione. Secondo la tendenza dominante dei servizi dei giornalisti americani, tra cui Craig Smith del New York Times e Philip Shishkin del Wall Street Journal, l'opposizione in Kirghizistan ha ricevuto ‘molto più che un piccolo aiuto dagli amici Stati Uniti'. Secondo il Freedom Support Act del Congresso degli Stati Uniti, nel 2004 questa nazione poverissima ha ricevuto un totale di 12 milioni di dollari in fondi governativi per sostenere la costituzione della democrazia. Con questa cifra si compra veramente tanta democrazia in un paese economicamente desolato e abbandonato come il Kirghizistan.
Riconoscendo la munificenza di Washington, Edil Baisolov in un commento alle proteste antigovernative svoltesi nei mesi di febbraio e marzo, ha affermato con vanto che “sarebbe stato assolutamente impossibile che ciò accadesse senza quell'aiutoâ€Â. Secondo Smith del New York Times, l'organizzazione di Baisolov, la Coalition for Democracy and Civil Rights, è finanziata dal National Democratic Institute for International Affairs, un'organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington, finanziata a sua volta dal Dipartimento di stato della Rice. Baisolov ha dichiarato a Radio Liberty di essere stato in Ucraina per assistere alle tattiche della loro rivoluzione ‘arancione' e trarne ispirazione.
Ma non è tutto.
L'intero cast dei protagonisti della democrazia è stato impegnato a Bishkek e dintorni per sostenere la democrazia American-style e contrastare la ‘tirannia antiamericana'. La Freedom House di Washington ha generosamente finanziato la stampa indipendente di Bishkek che pubblica il giornale dell'opposizione, secondo il suo personaggio di spicco, Mike Stone.
Freedom House è un'organizzazione con un bel nome e una lunga storia che risale alla fine degli anni Quaranta, periodo in cui venne istituita per sostenere la creazione della NATO. Il presidente della Freedom House è James Woolsey, ex direttore della CIA che chiama la serie attuale di cambiamenti di regime da Baghdad a Kabul ‘IV guerra mondiale'. Tra gli altri amministratori compaiono l'onnipresente Zbigniew Brzezinski, l'ex segretario del commercio di Clinton Stuart Eizenstat, e il consigliere della sicurezza nazionale Anthony Lake. Tra i suoi sostenitori finanziari, la Freedom House vanta USAID, US Information Agency, le Soros Foundation e il National Endowment for Democracy.
Un'altra delle tante organizzazioni non governative attive nella promozione della nuova democrazia in Kirghizistan è la Civil Society Against Corruption, finanziata dal National Endowment for Democracy (NED), che, insieme alla Freedom House, è stato al centro di tutte le principali rivoluzioni colorate degli ultimi anni, ed è stato creato durante l'amministrazione Reagan per fungere di fatto da CIA privata e in questa veste assicurare così maggiore libertà di azione, ovvero ciò che la CIA ama definire ‘negabilità plausibile'. Il presidente del NED, Vin Weber, un ex membro del Congresso repubblicano, è molto vicino al neo-conservatore Bill Bennett. Il capo del NED dal 1984 è Carl Gershman, che è stato in passato membro di Freedom House. Anche il generale della NATO Wesley Clark, l'uomo che ha diretto i bombardamenti americani sulla Serbia nel 1999, fa parte del consiglio del NED. Nel 1991 Allen Weinstein, colui che ha prestato il proprio aiuto per redigere la legislazione costitutiva del NED, ha affermato: "Buona parte di ciò che facciamo oggi è stata fatta di nascosto 25 anni fa dalla CIA".
Nell'esame della rivoluzione dei ‘tulipani' in corso nel Kirghizistan, non va dimenticato infine l'Open Society Institute di Soros che ha sostenuto finanziariamente anche le altre rivoluzioni colorate di Serbia, Georgia e Ucraina. Il capo della Civil Society Against Corruption del Kirghizistan è Tolekan Ismailova, che ha organizzato la traduzione e la distribuzione del manuale rivoluzionario usato in Serbia, Ucraina e Georgia e scritto da Gene Sharp, di un ente di Boston dal nome curioso, la Albert Einstein Institution. Il libro di Sharp, un manuale d'uso per le rivoluzioni colorate, si intitola From Dictatorship to Democracy e contiene suggerimenti sulla resistenza non violenta, come ‘esibizione di bandiere e colori simbolici', e sulla disobbedienza civile. Questo volume è diventato letteralmente la bibbia delle rivoluzioni colorate, una sorta di ‘cambiamento di regime per fantocci'. Sharp ha creato la sua Albert Einstein Institution nel 1983, con il sostegno dell'Università di Harvard. Questo ente è finanziato dal NED del Congresso degli Stati Uniti e dalle Soros Foundation, e la sua attività mira a formare persone e studiare le teorie della ‘non violenza come forma di guerra'. Sharp in questi anni ha collaborato con la NATO e la CIA per formare operatori in Myanmar, Lituania, Serbia, Georgia, Ucraina e Taiwan, persino in Venezuela e Iraq.
Praticamente ogni regime che è stato obiettivo di un colpo di stato dolce sostenuto dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni, ha coinvolto Gene Sharp e di solito il suo collega, il colonnello Robert Helvey, un esperto dell'intelligence dell'esercito americano in pensione. Sharp, in particolare, è stato a Pechino due settimane prima delle dimostrazioni studentesche di Piazza Tiananmen del 1989. Il Pentagono e l'intelligence americana hanno perfezionato l'arte dei colpi di stato dolci portandola a un livello di eccellenza. I pianificatori del RAND la chiamano ‘sciamatura', riferendosi agli sciami di giovani, di solito collegati tra loro tramite SMS e blog, che possono essere mobilitati a comando per destabilizzare un determinato regime.
Allora l'Uzbekistan ...?
Il tirannico presidente dell'Uzbekistan, Islam Karimov, si era inizialmente presentato come un leale sostenitore della ‘guerra al terrore' americana, mettendo anche una ex base aerea sovietica a disposizione delle azioni militari statunitensi, tra cui quella di attacco ai talebani in Afghanistan alla fine del 2001. Molti consideravano Karimov troppo vicino a Washington per essere in pericolo. Agli occhi della Casa Bianca si era dimostrato un ‘buon' tiranno.
Ma non sarebbe durato per molto. A maggio la Rice ha chiesto che Karimov istituisse delle ‘riforme politiche' a seguito delle violente insurrezioni nelle prigioni e le conseguenti proteste sulle condizioni nella regione della valle di Ferghana in Andizan. Karimov si è opposto accanitamente all'inchiesta indipendente sulla scorta delle affermazioni secondo cui le sue truppe avrebbero sparato e ucciso centinaia di dimostranti inermi. Insiste nel dire che le insurrezioni sono state causate da fondamentalisti mussulmani radicali ‘esterni' alleati con i talebani e intenzionati a stabilire un califfato islamico nella valle di Ferghana in Uzbekistan, al confine con il Kirghizistan.
Sebbene la deposizione di Karimov si incerta al momento, a Washington i principali sostenitori della ‘riforma democratica' di Karimov si sono trasformati in avversari ostili. Per usare le parole di un commentatore statunitense, “il carattere del regime di Karimov non può essere più ignorato per deferenza verso l'utilità strategica dell'Uzbekistan". Karimov è stato individuato per una rivoluzione colorata nella inarrestabile ‘guerra alla tirannia' promossa da Washington.
A metà giugno il governo di Karimov ha annunciato dei cambiamenti relativamente all'uso da parte degli Stati Uniti della base aerea militare di Karshi-Khanabad in Uzbekistan, e ha vietato i voli notturni. Karimov si sta avvicinando chiaramente a Mosca, e forse anche a Pechino, in quest'ultimo capitolo della nuova ‘grande partita' per il controllo geopolitico sull'Eurasia.
A seguito degli eventi in Andizan, Karimov ha rispolverato la vecchia ‘alleanza strategica' con Mosca e alla fine di maggio è stato ricevuto a Pechino con tutti gli onori, persino un saluto di 21 cannonate. A giugno, all'assemblea della NATO tenutasi a Bruxelles, il ministro degli esteri russo, Sergei Ivanov, ha sostenuto la posizione di Karimov, affermando che non c'era bisogno di un'indagine internazionale per appurare quanto era successo in Andizan.
Il Tagikistan, la nazione confinante con Afghanistan e Cina, è fino a ora l'unica repubblica dell'Asia centrale a non aver ancora subito la vittoriosa rivoluzione colorata condotta dagli Stati Uniti. Ma non perchè non ci abbiano provato. Per diversi anni Washington ha tentato di attirare a sè Dushanbe distogliendolo dai suoi stretti legami con Mosca, tentandolo anche con la lusinga economica del suo sostegno per l'ingresso di Tajik tra i membri della World Trade Organization. Ma anche Pechino non è stata solo a guardare. Recentemente la Cina ha potenziato la sua assistenza militare al Tagikistan, ed è propensa a rafforzare i legami con tutte le repubbliche dell'Asia centrale che la separano dalle risorse energetiche dell'Eurasia occidentale, dalla Russia all'Iran. La posta è altissima per la Cina così dipendente dal petrolio.
Washington gioca la carta della Cina
La Cina è l'unica potenza dell'Eurasia che può creare una combinazione strategica tale da bloccare il dominio globale degli Stati Uniti. Ma la nazione cinese ha un punto debole, che Washington capisce fin troppo bene: il petrolio. Dieci anni fa la Cina era un esportatore netto di petrolio. Oggi è l'importatore maggiore dopo gli Stati Uniti.
La richiesta energetica della Cina cresce di anno di anno al ritmo di più del 30%. Il paese sta tentando di assicurarsi scorte a lungo termine di petrolio e gas, in particolare da quando la guerra in Iraq ha fatto chiaramente capire a Pechino che Washington si era esposta per controllare e militarizzare la stragrande maggioranza delle risorse principali di petrolio e gas del mondo. Una novità nella ricerca dell'oro nero è rappresentata dal dato inequivocabile secondo cui molti dei giacimenti petroliferi più grandi del mondo sono in declino, mentre i nuovi bacini non sono in grado di rimpiazzare le quantità di petrolio perse. Sembra uno scenario già programmato per una guerra. L'unica domanda è: con quale armi?
Negli ultimi mesi Pechino ha firmato accordi economici e petroliferi importanti con Venezuela e Iran. Ha fatto un'offerta per una grossa compagnia canadese di risorse e da poco ha presentato un'offerta audace per acquistare la californiana Unlocal, una società partner dell'oleodotto BTC del Caspio. La Chevron è intervenuta immediatamente con una controfferta per bloccare quella della Cina.
Di recente Pechino ha anche potenziato il ruolo svolto dall'organizzazione fondata quattro anni fa e chiamata Shanghai Cooperation Organization, o SCO, la quale è formata da Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan. Guarda caso tra questi ci sono alcuni stati che sono interessati da tentativi di colpi di stato dolci o rivoluzioni colorate sostenuti dagli Stati Uniti. L'agenda organizzativa dell'assemblea di luglio dello SCO comprendeva un invito a India, Pakistan e Iran a partecipare come osservatori.
Lo scorso giugno, i ministri degli esteri di Russia, Cina e India si sono riuniti a Vladivostock, e durante l'assemblea hanno sottolineato il ruolo delle Nazioni Unite, una mossa questa di certo diretta a Washington. L'India ha inoltre discusso del suo progetto di investire e sviluppare Sakhalin I nell'estremo oriente russo, dove ha già investito 1 miliardo di dollari circa nello sviluppo di petrolio e gas. àˆ importante il fatto che in questo incontro, Russia e Cina hanno risolto una questione decennale, e due settimane dopo a Pechino hanno discusso delle potenzialità di sviluppo delle risorse siberiane.
Osservando attentamente la cartina dell'Eurasia si capisce quello che è così vitale per la Cina e quindi per il futuro dominio americano del territorio. Lo scopo non è solo l'accerchiamento strategico della Russia tramite una serie di basi NATO da Camp Bond Steel in Kosovo alla Polonia, Georgia, e possibilmente Ucraina e Russia Bianca, che permetterebbero all'organizzazione del trattato nord-atlantico di controllare le relazioni energetiche tra Russia e Unione Europea.
La politica di Washington comprende attualmente una serie di progetti ‘democratici' o di colpi di stato dolci volti a tagliare strategicamente l'accesso della Cina alle vitali riserve di petrolio e gas del Caspio, tra cui quelle del Kazakistan. Le vecchie rotte commerciali asiatiche della grande via della seta passavano per Tashkent in Uzbekistan e Almaty in Kazakistan per ovvie ragioni geografiche, in una regione circondata da importanti catene montuose.
Il controllo geopolitico di Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan renderebbe possibile il controllo di qualsiasi potenziale oleodotto tra la Cina e l'Asia centrale, proprio come l'accerchiamento della Russia permetterebbe il controllo dell'oleodotto e di altri legami economico-politici tra questa nazione e l'Europa occidentale, la Cina, l'India e il Medio Oriente.
In questo contesto, vale la pensa citare ancora l'eloquente articolo di Zbigniew Brzezinski nella rivista Foreign Affairs di settembre/ottobre 1997:
In Eurasia sorgono gli stati più dinamici e politicamente energici del mondo. Tutti i pretendenti storici al potere globale sono nati in questo territorio. Gli stati più popolati del mondo che aspirano all'egemonia regionale, la Cina e l'India, si trovano in Eurasia, e sono tutti potenziali sfidanti politici ed economici al primato americano. Dopo gli Stati Uniti, le sei economie più grandi e più impegnate in spese militari sono tutte lì, come del resto tutte le potenze nucleari manifeste nel mondo tranne una, e tutte eccetto una di quelle nascoste. L'Eurasia conta il 75% della popolazione mondiale, il 60% del suo PIL [prodotto interno lordo] e il 75% delle sue risorse energetiche. Il potere potenziale dell'Eurasia, considerata nel suo insieme, oscura persino quello dell'America.
L'Eurasia è il supercontinente assiale del mondo. Se una potenza dominasse questo territorio, eserciterebbe un'influenza determinante su due delle tre regioni più economicamente produttive del mondo: l'Europa occidentale e l'Asia orientale. Da un rapido sguardo alla cartina si evince che la nazione dominante in Eurasia controllerebbe quasi automaticamente il Medio Oriente e l'Africa. Con l'Eurasia che funge ora da scacchiere delle mosse geopolitiche decisive, non basta più creare una politica per l'Europa e un'altra per l'Asia. Quello che succede nella distribuzione di potere sul territorio euroasiatico rivestirà un'importanza decisiva per il primato mondiale dell'America...
Questo comunicato, scritto parecchio tempo prima dei bombardamenti sulla ex Jugoslavia diretti dagli Stati Uniti e l'occupazione americana dell'Afghanistan e dell'Iraq, o la costruzione dell'oleodotto BTC, aiuta a inserire le recenti dichiarazioni di Washington relative alla ‘liberazione del mondo dalla tirannia' e alla diffusione della democrazia in un contesto piuttosto diverso da quello solitamente menzionato da Bush.
"[b:bddefd7b23]Elementare, Watson. Si tratta di egemonia globale, non democraziaâ€Â. [/b:bddefd7b23]
F William Engdahl è autore di 'A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order' (Pluto Press Ltd).
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 1664
Età: 46 Residenza: Mosca
Che articolo giusto! E' proprio quello di cui dicevo gia' da tempo... Era chiaro da proprio inizio che cosa si nasconde dietro tutte queste rivoluzioni di "frutti" e "fiori"...
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
[quote:cfaaaa4e32="Alessandro"]Che articolo giusto! E' proprio quello di cui dicevo gia' da tempo... Era chiaro da proprio inizio che cosa si nasconde dietro tutte queste rivoluzioni di "frutti" e "fiori"...[/quote:cfaaaa4e32]
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
[quote:4ec5f615df="Alessandro"]Che articolo giusto! E' proprio quello di cui dicevo gia' da tempo... Era chiaro da proprio inizio che cosa si nasconde dietro tutte queste rivoluzioni di "frutti" e "fiori"...[/quote:4ec5f615df]
[b:4ec5f615df]Il controllo sull'Iraq aumenterà la potenza strategica degli Usa rispetto ai loro rivali[/b:4ec5f615df] - Internazionale 598, 7 luglio 2005
FONTE: http://www.megachip.info/modules.ph...ticle&artid=565
Nel suo discorso del 28 giugno il presidente Bush ha detto che l'invasione dell'Iraq è stata decisa nel quadro della "guerra globale contro il terrore" che gli Stati Uniti stanno conducendo. In realtà , come era prevedibile, l'invasione ha alimentato il terrorismo.
Fin dall'inizio le motivazioni ufficiali degli Stati Uniti per attaccare sono state contraddistinte da mezze verità , disinformazione e secondi fini. E le recenti rivelazioni sulla corsa alla guerra spiccano in mezzo al caos che devasta l'Iraq e minaccia tutta la regione, anzi: il mondo intero.
Nel 2002 gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno detto di avere il diritto d'invadere l'Iraq perchè stava mettendo a punto armi di distruzione di massa. Dopo l'invasione, però, hanno ammesso che quelle armi non c'erano. A quel punto il sistema propagandistico del governo e dei mass media ha cominciato a trovare nuove giustificazioni. "Agli americani non piace pensare di essere degli aggressori, ma quella all'Iraq è stata un'aggressione bella e buona", ha concluso John Prados, esperto di sicurezza nazionale e di intelligence, nel suo libro uscito nel 2004 e intitolato Hoodwinked (Raggirati).
La "macchinazione" di Bush per "convincere gli Stati Uniti e il mondo che la guerra era necessaria e urgente" è definita da Prados "un caso esemplare di disonestà di un governo… con dichiarazioni pubbliche palesemente contrarie al vero e una evidente manipolazione dell'intelligence".
Il memorandum di Downing street, pubblicato il 1 maggio sul Sunday Times di Londra insieme ad altri documenti riservati recentemente resi disponibili, rende ancor più evidente l'inganno. Il documento si riferisce a una riunione del gabinetto di guerra di Blair del 23 luglio 2002, in cui il capo dello spionaggio estero britannico, sir Richard Dearlove, pronunciò una frase ormai storica: "Le informazioni dell'intelligence e i fatti sono stati ritoccati per adattarli alla scelta politica" di attaccare l'Iraq. Nel memo si cita il ministro della difesa della Gran Bretagna, Geoff Hoon, secondo cui "gli Stati Uniti hanno già cominciato a mettere sotto pressione il regime".
A quanto pare con questo si voleva dire che era in corso una campagna di guerra aerea lanciata dalla coalizione per provocare Baghdad e spingere Saddam a compiere qualche gesto che si potesse poi presentare come casus belli. Gli aerei da guerra hanno cominciato a bombardare il sud dell'Iraq nel maggio del 2002: solo quel mese, secondo cifre rese note dal governo britannico, sono state sganciate dieci tonnellate di bombe.
"In altre parole", scrive il giornalista britannico Michael Smith, "Bush e Blair hanno cominciato la loro guerra non a marzo del 2003, come tutti credevano, ma alla fine dell'agosto 2002, cioè sei settimane prima che il Congresso approvasse l'intervento".
Ufficialmente, i bombardamenti furono presentati come un'azione difensiva per proteggere gli aerei della coalizione nella zona d'interdizione al volo. L'Iraq protestò alle Nazioni Unite ma non cadde nel tranello della ritorsione. Per gli strateghi statunitensi e britannici l'invasione era una priorità rispetto alla "guerra al terrore".
Lo rivelano i rapporti dei loro servizi segreti. Già alla vigilia dell'attacco, un rapporto riservato del National intelligence council - il centro di analisi strategica dell'intelligence - "prevedeva che un'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti avrebbe aumentato i consensi all'islamismo politico, provocando profonde divisioni nella società irachena e causando violenti conflitti interni". Lo hanno scritto Douglas Jehl e David E. Sanger a settembre sul New York Times.
Naturalmente, il fatto che i più grandi strateghi fossero disposti a rischiare un'escalation del terrorismo non significa che la vedessero di buon occhio. Vuol dire che avevano altre priorità : per esempio, controllare le grandi risorse energetiche del mondo. Poco tempo dopo l'invasione, Zbigniew Brzezinski ha fatto notare, dalle pagine della rivista National Interest, che il controllo del Medio Oriente da parte degli Stati Uniti "gli conferisce un potere indiretto, ma politicamente decisivo, sulle economie europee e asiatiche che dipendono anch'esse dalle esportazioni energetiche provenienti dalla regione".
Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere il controllo sull'Iraq aumenterà in misura significativa la loro potenza strategica e l'influenza sui loro grandi rivali nel mondo tripolare che sta prendendo forma da trent'anni e che si configura così: un Nordamerica dominato dagli Stati Uniti, poi l'Europa e l'Asia nordorientale - collegata alle economie dell'Asia meridionale e sudorientale.
Si tratta di un calcolo razionale, basato sul presupposto che la sopravvivenza del genere umano non sia molto significativa rispetto al potere e alla ricchezza a breve termine. Questa non è una novità : sono temi che percorrono l'intera storia umana. Oggi, nell'era degli armamenti nucleari, la differenza è solo che la posta in gioco è molto più alta.
Avevo scritto un commento sullo stato dell'Europa, inspirandomi a un articolo di William Pfaff, uscito due settimane fa sulle colonne di International Herald Tribune . Diceva Pfaff, molto semplicemente, e non senza ironia, che il solco tra Europa e Stati Uniti non era mai stato così ampio come dopo il referendum francese. Ritenevo, e ritengo, che quel giudizio fosse esatto.
Poi è arrivata la tragedia di Londra e, leggendo i giornali di tutte le destre europee, trovo conferma proprio di quell'assunto. Chi ha progettato gli attentati terroristici di Londra forse non ha letto Pfaff, ma certamente ha ragionato nello stesso, identico modo. Il risultato è, infatti, che tutte le componenti filoamericane d'Europa sono ora impegnate in una tambureggiante battaglia per riavvicinare l'Europa all'America sotto la bandiera della lotta contro il terrorismo internazionale.
L'ipostasi definita dalle cinque parole magiche, dal mantra dell11/9 (è-stato-osama-bin-laden) ha funzionato perfettamente, come funzionò l'apparizione ieratica del diavolo verde alla vigilia del voto americano. Coincidenze, naturalmente.
Ma torniamo al tema: è morta l'Europa, dopo i referendum francese e olendese? E' la fine dell'euro? Niente di tutto questo. L'Europa è un processo che non si fermerà . Il problema è un altro: quale direzione prenderà . Se sarà un'Europa americana, oppure europea.
L'euro è sul punto di affogare? Si tornerà alla lira, al franco, al marco, alla peseta, segnando il trionfo della sterlina di Tony Blair, che ha resistito indomita in questi anni di euro trionfante?
Niente affatto. Nessuno è interessato a questo e, quindi, questo non avverrà . Solo la Vandea leghista italiana, fatta di sottoprodotti dell'incultura di massa, può vaneggiare su queste sciocchezze. Dell'euro ha bisogno anche l'America. Se non ci fosse stato l'euro come avrebbe potuto il dollaro cadere impunemente del 25% in questi ultimi anni? E' stato l'euro - nell'interesse comune atlantico - a sostenere la caduta del dollaro e a far sopportare all'Europa una parte cospicua del debito americano.
Ma anche qui - anzi proprio qui - si vede in trasparenza a quale Europa pensano gli Stati Uniti: a un'Europa subalterna, docile, pronta a seguire le indicazioni del Grande Fratello.
Dunque a Washington si è brindato per i due secchissimi no subiti dall'Europa, ad opera dei suoi elettori. E, senza dubbio, si apre ora una grande battaglia, nella quale - con il concorso di un destino che in altri tempi si sarebbe detto “cinico e baroâ€Â- proprio al Tony Lyar toccherà presiedere l'Europa. Che è come avere al comando di una banda Brancaleone un condottiero che sta complottando con l'Imperatore per liquidare la banda e mettercene un'altra al suo posto, ancora più docile della precedente.
Ma questi sono gli zig zag della cronaca.
La storia è un'altra cosa. Questi timidi, irresoluti, strattonati dirigenti europei (mai così lontano dai loro elettori) scoprono adesso, dopo la doppia bastonata referendaria, che l'Europa non potrà essere uguale agli Stati Uniti. In nessun senso. Non nel senso di una veloce marcia verso gli Stati Uniti Europei (che in verità non erano e non sono all'ordine del giorno). Perchè l'Europa ha una storia diversa da quella degli Stati Uniti, e non è in quella direzione che si stava muovendo e si muoverà .
Ma nemmeno nel senso di un modello di sviluppo economico e sociale analogo a quello degli Stati Uniti. Gli europei (sicuramente quelli della “vecchia Europaâ€Â) quel modello non lo vogliono. E, infatti, è essenzialmente contro quel modello che hanno votato i francesi e gli olandesi, e che voterebbero - ne sono certo - gl'italiani e i danesi, gli svedesi e perfino gl'inglesi.
Di certo i due referendum hanno votato non per o contro il Trattato Costituzionale (ma chi volete che abbia letto quelle 400 pagine?). La gente ha votato sull'idea che si è fatta di Europa in questi anni. Alla quale si è aggiunta una ragionevole paura che gli allargamenti a tappe forzate cui l'Europa è stata sottoposta in pochi anni, con l'aggiunta - assolutamente intempestiva, forzata, sbagliata dell'apertura del negoziato per l'ingresso della Turchia - modifichino il senso di marcia dell'Unione Europea facendoci andare dove non vogliamo andare. Cioè, appunto, in braccio all'America. A un'America che milioni di europei vedono ormai come il “disturbatore della quiete mondialeâ€Â. Peggio. Come un condottiero che non è capace di guidare nemmeno se stesso. Come un gigante prepotente ma anche in preda a una crisi di prospettiva così vasta e plateale da non avere precedenti nella sua storia intera.
Certo, a Washington hanno brindato alla sconfitta di Chirac, e gongolano al ridimensionamento di Schroeder. Ma se fossero capaci di guardare più a fondo (e non lo sono, ma non lo sono nemmeno molti dei dirigenti europei abituati a cenare troppe sere con interlocutori sbagliati) capirebbero che il voto francese e olandese sono stati voti “per l'Europaâ€Â, non “contro l'Europaâ€Â.
Certo, per un'Europa che l'America non gradisce e che ha cercato in tutti i modi di impedire che nasca. Mettendo a segno - va detto - anche diversi colpi bene assestati. L'allargamento ai nuovi est europei è stato il primo di questi colpi. Sono entrati, in sostanza, sette cavallucci di donnina, che l'America (con l'Europa silente) aveva già conquistato facendoli entrare nella Nato a spron battuto. I gruppi dirigenti di questi paesi entrano in Europa parlando americano. L'emblema del'idraulico polacco vagante per l'Europa a basso costo, di cui hanno discusso i francesi nel corso della campagna referendaria, non è poi così lontano dal vero. Quei gruppi dirigenti (e quei deputati nel parlamento europeo che gli fanno ala) è questa Europa che vogliono, appunto quella senza regole, senza sindacati, senza pensioni pubbliche, senza assistenza sanitaria gratuita, tutta privatizzata, rappresentano le oligarchie statunitensi. Ed esprimono, tra l'altro, la stessa volontà espansiva e bellicosa d'oltre oceano, come si è visto nel caso della sfrenata ingerenza negli eventi ucraini (che non aveva nulla da invidiare a quella, simmetrica, della Russia di Putin) , così come lo si vede e lo si vedrà nei prossimi eventi in Bielorussia, che si vanno preparando a tappe forzate per i prossimi mesi.
Sono queste le tendenze prevalenti nei popoli est-europei? Probabilmente solo in un senso, anch'esso parziale: nella diffidenza radicata e inestirpabile nei confronti della Russia. Per il resto i sondaggi d'opinione sembrano dire che dovunque la gente di quei paesi non disprezza affatto le conquiste sociali del socialismo reale. Anzi vorrebbe ripristinarle dopo che le sono state tolte proditoriamente in nome del passaggio al mercato.
In ogni caso varrebbe la pena di ascoltare i popoli, quelli di tutti i paesi dell'Unione attuale, senza temere i loro eventuali dinieghi e le loro critiche. Chi è più “europeoâ€Â? Chirac che indice un referendum cui non era obbligato, oppure Blair che lo disdice, subito imitato dal governo polacco? Questi ultimi hanno motivato con il “sincero desiderio†di evitare un altro colpo all'Europa. Ma non sono sinceri.
Il vero colpo all'Europa consiste nell'impedire agli europei di parlare e di esprimersi. E anche i paesi, come l'Italia e la Germania , che hanno proceduto a una sommaria ratifica del trattato nel chiuso dei loro parlamenti hanno fatto un pessimo favore all'Europa.
Il quadro è chiarissimo, non appena si voglia guardare com'è fatto il terreno del contendere. C'è la “vecchia Europa†che vorrebbe procedere sulla via di un'integrazione politica oltre che economica, salvaguardando le proprie tradizioni. Un'Europa che - cosa non secondaria - non intende partecipare alla corsa al riarmo. Un'Europa che vuole svolgere un ruolo importante nel mondo, non contro le Nazioni Unite ma sotto la loro egida. Un'Europa sostanzialmente non imperiale. Un'Europa che non crede alle idee di Washington circa i sistemi con cui mettere ordine nel mondo.
Questa Europa è esistita ed esiste, ma ha finora avuto molte debolezze. Prima tra tutte il fatto di non poter dire- per il momento- a chiare lettere il proprio dissenso rispetto a Washington. L'alleato è rimasto l'alleato, sebbene in una situazione sempre più ambigua e tesa, come la guerra irachena ha chiaramente mostrato. Impedire ai popoli europei di esprimersi significa disarmare psicologicamente e politicamente proprio questa Europa delle nazioni che, solo in apparenza paradossalmente, è quella che meglio difende l'Europa di una globalizzazione che sta fallendo clamorosamente sotto i nostri occhi.
E c'è una coalizione di forze, assai importante, in cui a fianco dell'alleato imperiale sono schierati l'Inghilterra di Blair, tutti i paesi ex satelliti dell'URSS e i tre baltici che ne fecero addirittura parte. Ciascuno dei quali appoggiato da potenti quinte colonne all'interno dei mass media e dei circoli oligarchici della “vecchia Europaâ€Â.
In queste condizioni la battaglia è aperta. Non è un caso che la questione dell'allargamento alla Turchia, e quelli più prossimi della Romania e della Bulgaria, abbiano avuto come sponsor assai attivi proprio Londra, Varsavia, Vilnius, Riga, Tallin, Budapest, Bratislava, Lubiana. L'indicazione di Washington era chiara ed è stata seguita.
La Turchia , con il suo peso numerico, farebbe pendere il piatto della bilancia dalla parte dei disegni americani. E' una questione strategica. Ma il suo esito avverrà probabilmente troppo tardi. Tra quindici anni molte delle questioni di cui si parla saranno state decise, in un senso o nell'altro.
La partita si gioca nei tempi più brevi. E non si gioca, per fortuna, soltanto nei confini euroatlantici. Molto dipenderà dai terzi incomodi che sono già sul palcoscenico a giocare le parti principali. La Cina prima di tutto. E' nei prossimi anno che si vedrà quale strategia sarà capace di gestire la Cina (e l'India): se il modello iperliberista e guerriero di Bush, o se l'Europa potrà far valere il suo approccio multilaterale.
E' vero che il destino dell'Europa, tra le idee della “vecchia†e quelle americane della “nuovaâ€Â, è incerto. Ma anche il destino dell'America è incerto, sebbene l'Impero, come tutti gl'imperi del passato, eserciti tutto il suo peso possente perchè tutti noi crediamo che esso è eterno.
Un destino incerto, che potrebbe rivelarsi assai meno vincente di quello che molti pensano.
La vecchia locomotiva che trascina il «Treno della Vittoria» entra nella stazione Beloruskij tra entusiasmo di folla e sbuffi di vapore. Sul davanti porta un grande ritratto di Stalin, esattamente come il convoglio che per primo, nel maggio del 1945, giunse a Mosca carico di soldati in festa. Sin qui la rievocazione storica è perfetta, ma i sessant'anni trascorsi sembrano svanire non appena parla il sindaco della capitale Luzkhov. Il sindaco avverte che «l'unità e la solidarietà del popolo sovietico devono servire da monito a chi volesse mettere di nuovo alla prova la nostra capacità di resistenza». E subito dopo non è da meno Fedor Cernikhov, 83 anni, ex ufficiale d'artiglieria: «Oggi gli imperialisti americani mettono i popoli dell'Urss gli uni contro gli altri, il prossimo bersaglio è la Bielorussia e in seguito toccherà alla Russia».
Per quanto Vladimir Putin abbia tentato di evitare che nella Mosca imbandierata prevalessero troppo nettamente il rosso e i simboli sovietici, l'anteprima della stazione Belaruskij riassume bene l'atmosfera che accompagnerà stamane la grande parata celebrativa sulla Piazza Rossa. Al cospetto del mausoleo di Lenin, il capo del Cremlino e i suoi illustri ospiti avranno in mente non una ma tre guerre. La guerra combattuta contro il nazifascismo, beninteso, con le sue immani stragi di militari e di civili, con l'orrore dell'Olocausto, con i 27 milioni di morti sovietici cui è giusto rendere onore. Ma anche, dietro l'unità di facciata e i sorrisi di circostanza, le «guerre» politiche di George Bush e dell'Europa, e quella difensiva dello stesso Putin.
La formula migliore, stavolta, l'ha trovata la Commissione europea. Con le vittime della Seconda guerra mondiale, sottolinea una sua dichiarazione, ricordiamo anche i molti milioni di europei per i quali la fine del conflitto non coincise con la fine della dittatura. Per loro la libertà non giunse nel '45, bensì nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. A Mosca, oggi, saranno assenti i rappresentanti della Lituania e dell'Estonia che sono da un anno membri dell'Unione. Ma la diagnosi di Bruxelles non si limita al tormento storico dei baltici, investe quello che fu il Patto di Varsavia, ricorda come Stalin e i suoi successori abbiano asservito per quasi mezzo secolo le nazioni «liberate» dall'Armata Rossa.
Bush è sulla stessa lunghezza d'onda. In Lettonia ha reso omaggio alle protratte sofferenze dei baltici e di tutti gli europei dell'Est, e dopo Mosca il suo itinerario prevede una tappa in quella Georgia dove stazionano tuttora migliaia di soldati russi e il cui presidente ha deciso anch'egli, come i colleghi di Vilnius e di Tallin, di disertare i festeggiamenti sulla Piazza Rossa.
Il padrone di casa Putin, così, si trova a patrocinare in pompa magna il ricordo del maggio '45 mentre molti altri eredi della Vittoria, suoi invitati, lo mettono sotto accusa. Non importa che Condi Rice escluda di voler dare «lezioni alla Russia» e che George Bush sia stato ospite ieri nella dacia del capo del Cremlino. Non importa che oggi sia prevista l'inaugurazione di un monumento a de Gaulle e che l'Unione europea si appresti a firmare domani nuove intese con Mosca. Sullo sfondo di una Realpolitik obbligata, rimane intatta quella domanda che stamane peserà come una nube minacciosa su parate, sventolii di bandiere e tripudi di veterani: perchè Vladimir Putin, Presidente di una Russia che si vuole democratica, non prende le distanze dai totalitarismi che l'Urss impose a tanti popoli europei? Perchè rifiuta riconoscimenti storici che in apparenza poco gli costerebbero, ben sapendo che in tal modo viene alimentata la critica di quanti gli rimproverano sempre più marcate propensioni autoritarie? In verità , negli ultimi giorni qualche passo Putin l'ha fatto. Ha ammesso per la prima volta che l'annessione dei Paesi Baltici all'Urss fu «una tragedia». Ha definito Stalin «un tiranno ma non un nazista».
Ha implicitamente condannato il patto Molotov-Ribbentrop del '39 ricordando che già nell'89 il Soviet supremo l'aveva dichiarato «contrario agli interessi del popolo sovietico». Ma una dissociazione chiara dall'imposizione di regimi comunisti nei Paesi d'oltremuro e dalla repressione delle loro rivolte popolari, da parte di Putin non c'è stata.
Il Presidente russo ha i suoi motivi. Percorrere la linea sottile che tiene ancora uniti presente e passato serve al capo del Cremlino per riempire il vuoto ideale e consolare il disagio sociale della Russia odierna, gli consente di creare una illusione di continuità nella grandezza e nella potenza che furono dell'Urss, gli permette di inorgoglire nel ricordo chi oggi guarda da lontano i miliardi dei nuovi ricchi o viene colpito dalle pur timide riforme di mercato, gli offre l'occasione per far dimenticare la «perdita» dell'Ucraina e la strategia di isolamento geopolitico che secondo molti l'America starebbe attuando nei confronti della Russia. La fierezza e la memoria, insomma, contro le difficoltà dell'oggi.
Ma domani? Putin sa di poter mettere al suo attivo un dialogo al quale malgrado tutti i dissensi gli Stati Uniti non vogliono rinunciare, nelle crisi regionali come nella lotta al terrorismo e alla proliferazione atomica. Sa, altrettanto bene, che l'Europa ha bisogno delle sue forniture energetiche e aspira alla stabilità di tutto il Continente. Sa ancora, il Presidente russo, che le celebrazioni della Vittoria avranno per lui un bilancio interno positivo, e che alle critiche internazionali è sempre possibile rispondere evocando le difficoltà altrui oppure certe simpatie filo-naziste che proprio sul Baltico, e non soltanto lì, durante la guerra si manifestarono.
Se da simili calcoli deriva la sicurezza di Putin, Putin sbaglia. Le polemiche sulla storia dell'Europa, infilate sotto il tappeto soltanto per oggi, riemergeranno fatalmente con l'auspicato (anche da Putin) procedere della Russia verso modelli socio-economici occidentali. I punti di partenza sono diversi, le culture sono ancora diverse, le ansie sociali sono diverse, ma se Putin vuole modernizzare la Russia guardando a Ovest, come sta facendo tra mille contraddizioni, presto o tardi dovrà crearsi anche una comunanza di valori. E non ci sarà più posto, allora, per le memorie contrapposte, per la storia non condivisa, per le Vittorie rese simili soltanto dal comune nemico.
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
LA CREAZIONE DEL NEMICO ISLAMICO PER IL DOMINIO MONDIALE
[quote:a1a82c7a69="Alessandro"]Che articolo giusto! E' proprio quello di cui dicevo gia' da tempo... Era chiaro da proprio inizio che cosa si nasconde dietro tutte queste rivoluzioni di "frutti" e "fiori"...[/quote:a1a82c7a69]
[quote:a1a82c7a69][color=red:a1a82c7a69]ALESSANDRO,
DI SEGUITO ALTRI ARTICOLI CHE FORSE TI INTERESSANO[/color:a1a82c7a69][/quote:a1a82c7a69]
[b:a1a82c7a69]La creazione del nemico islamico nel quadro della geopolitica nordamericana per il dominio mondiale[/b:a1a82c7a69]
di Tiberio Graziani
domenica, 24 luglio 2005
Per gentile concessione dell'Autore, pubblichiamo la traduzione italiana della postfazione al libro, pubblicato in Francia, Les Croisès de l'Oncle Sam, di Tahir de la Nive. I 'Crociati dello Zio Sam' sono quegli "esperti" (sovente autori di una inversione di campo di 180°...) che, soffiando sul fuoco dello "scontro di civiltà " prescritto nei pensatoi statunitensi (e gradito anche ai fondamentalisti islamici), intendono coinvolgere gli europei in una 'crociata' che non è affatto la nostra.
La recente questione sulla pericolosità dell'Islam per l'Europa occidentale, sollevata dalle opinioni di Alexandre Del Valle e di Guillaume Faye, cui Tahir de la Nive reagisce in Les Croisès de l'Oncle Sam (ed. Avatar, nov. 2002) con adeguata vis polemica, interseca più piani che vanno distinti tra loro e ricondotti nella giusta prospettiva: quella degli attuali rapporti geopolitici tra il nostro continente e gli Stati Uniti d'America.
1 - Gli USA e la conquista dell'Europa
I rapporti tra l'Europa nel suo complesso e gli Stati Uniti sono, sino alla fine del XIX secolo, di reciproca indifferenza. E' a partire dai primi anni del XX secolo che le relazioni cominciano a cambiare. Infatti, è con l'affermarsi delle teorie propagate dal think tank costituito in seno al gruppo inglese del Round Table e con il progressivo spostamento degli interessi finanziari britannici negli Usa che si manifesta l'interesse espansionistico delle lobbies anglo-americane a danno del Vecchio Continente e a delinearsi quindi una strategia che possiamo già definire mondialista.
Il primo intervento degli Usa nelle questioni europee è costituito dalla loro partecipazione alla Grande Guerra. Al termine del conflitto, i nordamericani si affermano, con energia, alla Conferenza di Parigi: infatti alcuni dei principi esposti, in quell'occasione, dal presidente Wilson (i famosi 14 punti) saranno alla base del Trattato di Versailles. La diplomazia americana, nonostante alcune perplessità del Senato statunitense, contribuisce così di fatto alla ridefinizione della futura Europa ed inoltre, assieme a inglesi e francesi, alla pianificazione delle politiche neocolonialiste nelle aree geografiche già appartenenti al defunto Impero della Sublime Porta.
E' dunque alla fine della Prima Guerra mondiale che i governi di Washington abbandonano de facto la loro tradizionale politica isolazionista per praticarne un'altra, interventista ed espansionista. Questa nuova politica si orienta principalmente contro l'Europa; il suo retroterra teorico è costituito dalle ricerche e dagli studi economico-politici del Council on Foreign Relations (una creatura del Round Table) sulla interdipendenza economica tra le nazioni. Tali studi si contrapporranno con forza alle teorie dell'autosufficienza continentale proposte, e parzialmente attuate, dai regimi totalitari di Roma, Berlino e Mosca.
Con la sconfitta delle Potenze dell'Asse, gli Usa si aprono definitivamente la via verso la conquista militare ed economica del Vecchio Continente. Questa volta i governi di Washington hanno maggior libertà d'azione, non essendo più subalterni agli inquilini di Downing Street: è infatti dal 14 agosto del 1941, quando Churchill e Roosevelt firmano la Carta dell'Atlantico, che gli Usa hanno preso la guida del costituendo sistema atlantico.
Dal 1945, il disegno egemonico statunitense si impone economicamente, in Europa, attraverso il Piano Marshall, e si sviluppa politicamente, durante i 45 anni della Guerra Fredda, mantenendo in un vero e proprio stato di vassallaggio i maggiori paesi dell'Europa occidentale, pilotandone i governi nazionali e contrastando ogni loro tentativo volto a uscire dalla soffocante logica di Jalta. Saranno infatti ostacolate le politiche di apertura verso Mosca e quelle volte ad assicurare l'indipendenza energetica o quella militare ai principali paesi dell'Europa “liberaâ€Â. Ricordiamo en passant: la Ostpolitik di W. Brandt, la force de frappe del Generale De Gaulle ed i tentativi di Enrico Mattei per affrancare l'Italia dal cartello dei petrolieri anglo-americani.
Gli Stati Uniti perseguono tale strategia con esiti positivi grazie anche al fondamentale appoggio fornito loro dalla Gran Bretagna, unico paese europeo "culturalmente" e geopoliticamente a loro affine.
2 - Gli USA e la conquista dell'Eurasia
Con il crollo del muro di Berlino e con il collasso dell'Unione Sovietica, gli Usa diventano l'iperpotenza che oggi noi tutti conosciamo.
L'Europa occidentale secondo i think tank americani assume ora il ruolo di una “testa di ponte†gettata sul cuore del continente euroasiatico. Il teorico principale di tale strategia è l'ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente J. Carter, Z. Brzezinski. Nel suo saggio, La grande scacchiera (Milano, 1998), anticipato nell'articolo “A Geostrategy for Eurasiaâ€Â, apparso sulla rivista del Council on Foreign Relations, “Foreign Affairs†(76, 5), afferma esplicitamente che l'Europa occidentale è semplicemente “la testa di ponte essenziale dell'America sul continente euroasiatico†e molto realisticamente sottolinea che “enorme è la posta geostrategica americana in Europa. Diversamente dai rapporti fra Stati Uniti e Giappone, all'interno dell'Alleanza atlantica l'influenza politica e la potenza militare americane incidono direttamente sul continente euroasiatico. In questa fase delle relazioni euroamericane, che vede gli alleati europei tuttora dipendenti, in larga misura, dal sistema di sicurezza americano, l'allargamento dell'Europa si traduce automaticamente in un'espansione della sfera d'influenza diretta degli Stati Uniti. In assenza di stretti legami transatlantici, per contro, il primato dell'America in Eurasia svanirebbe in men che non si dica. E ciò comprometterebbe seriamente la possibilità di estendere più in profondo l'influenza americana in Eurasia†(pag. 83).
Il controllo del continente euroasiatico è dunque il vero scopo della politica espansionista americana. Una volta assegnato all'Europa occidentale il ruolo geostrategico di testa di ponte, l'obiettivo primario degli Usa è quello di contenere ed influenzare sul piano militare e politico la Federazione Russa, mediante partnership create ad hoc con i paesi dell'ex-blocco sovietico e persino con un accordo diretto come il recente trattato Nato-Russia.
La disintegrazione dei Balcani, voluta dal Vaticano, dalla Germania ed attuata da Washington e Londra, la questione del Kosovo e Metohija, il sostegno all'UCK, la demonizzazione di Milosevic, come anche l'appoggio dato dagli Usa ai terroristi secessionisti del Daghestan e della Cecenia, come un tempo venne dato a Bin Laden e compagni contro i sovietici nella guerra afghana, appartengono alla strategia mondialista degli anglo-americani. In questa stessa strategia rientra dunque anche la creazione della cosiddetta â€Âdorsale verdeâ€Â. Infatti i fenomeni secessionisti, come quello del Kosovo e Metohija, del Daghestan o della Cecenia, prima richiamati, che esplodono apparentemente in nome del principio di autodeterminazione dei popoli o di una specificità religiosa, nella generalità dei casi (a causa della loro posizione geostrategica) sono pretesti, che hanno dato e danno un senso alla cosiddetta ingerenza umanitaria ed al presidio militare dei governi di Washington e di Londra e pongono inoltre le premesse per la definizione di un nuovo diritto internazionale, una sorta di un parodistico Jus planetario, che sancirebbe la sovranità dello pseudo-impero americano.
Il controllo del continente euroasiatico impone alle amministrazioni di Washington la ridefinizione degli assetti geopolitici nel Vicino Oriente (rientra in questo piano la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Israele) ed in Oriente.
Per quanto concerne l'area del Vicino Oriente, il riequilibrio geopolitico deve tener conto delle privilegiate relazioni che esistono tra il governo israeliano e gli Usa, e risolvere dapprima l'annosa questione dell'Iraq, ed in seguito quella dell'Iran.
Per l'area orientale invece i think tank del Pentagono già prevedono, per il 2017 (il 2012 secondo Edward N. Luttwak), il risveglio del Drago cinese. Il prossimo nemico dell'Occidente sarà dunque, verosimilmente, la Cina.
2.1 Il nemico principale e la trappola del falso obiettivo
Per chi propugna una politica di liberazione continentale, gli anglo-americani sono e rimangono quindi il nemico principale.
Un nemico principale che adotta strategie diversificate, che strumentalizza situazioni critiche irrisolte da anni, che tende a provocare fossati tra popoli di diversa cultura e civiltà . Che basa la sua strategia pseudo-imperiale sulla teoria dello scontro delle civiltà , una caricaturale ripresa dell'antica prassi romana del “divide et imperaâ€Â.
Teorizzatore dello scontro delle civiltà è Samuel P. Huntington, già membro del National Security Council e attualmente in forza al Weatherhead Center for International Affairs della Harvard University. In realtà quello che l'autore del fortunato saggio, The clash of civilizations and the remaking of world order, teorizza più che uno scontro di civiltà è uno scontro tribale. C'è chi ha subito il fascino delle teorie di Huntington e invece di considerarle per quello che sono, vale a dire la giustificazione della aggressiva politica anglo-americana verso le aree geografiche ove risiedono popolazioni non occidentali, le reinterpreta alla luce di un fenomeno sociale interno all'Europa, non politico quindi, come l'immigrazione. E' il caso di Del Valle, Faye e Steuckers. Costoro prospettano uno scenario geopolitico ove lo sviluppo di un espansionismo islamico attenterebbe al continente europeo. Ne sarebbero coinvolti principalmente i paesi dell'Europa occidentale e, dopo l'11 settembre, gli stessi Stati Uniti. Sarebbe dunque auspicabile….un'alleanza euro-americana contro i popoli islamici, una alleanza che ricorda quella euro-atlantica contro l'orso sovietico.
Tale scenario assegna all'Europa un ruolo di vassallaggio ben peggiore di quello che subiamo attualmente, in quanto le conseguenze immediate sarebbero lo scontro diretto con popolazioni a noi geograficamente vicinissime e con le quali abbiamo sempre mantenuto rapporti di amicizia, nonostante il passato colonialista di alcuni paesi europei come la Francia e l'Italia.
Come si può notare, la soluzione euro-americana, proposta da autori come Del Valle, è strettamente connessa alla strategia USA per la conquista dell'Eurasia: giustifica infatti, da parte “europeaâ€Â, ulteriormente la funzione di testa di ponte che gli strateghi statunitensi hanno assegnato ai paesi dell'Europa occidentale e ribadisce gli “stretti legami transatlantici†(Brzezinski) necessari e finora insostituibili alla politica di predominio mondiale vagheggiata dalla iperpotenza d'oltreoceano.
L'Europa, se cadesse in questa trappola, commetterebbe un vero e proprio suicidio, in quanto andrebbe a spezzare quel continuum geopolitico di cui è parte costituente e che le ha assicurato, da sempre, la sua stessa esistenza, culturale, politica ed economica.
Dal punto di vista atlantico uno scontro permanente tra le nazioni europee e il mondo islamico ridurrebbe la forza economica dell'Europa a sicuro vantaggio degli Usa che, data la fragilità intrinseca del Vecchio Continente, si potranno imporre come defensores Europae, analogamente a come fecero, oltre cinquanta anni fa, quando si imposero come liberators nella crociata contro il nazi-fascismo.
2.2 - Propaganda di guerra, immigrazione e islamofobia
Il problema dell'immigrazione esiste e pone molteplici questioni: sociali, di convivenza, di cultura.
Ma dobbiamo essere consapevoli che è un fenomeno naturale e ricorrente nella storia dei popoli, originato da diverse cause, generalmente socio-economiche, più raramente politiche. Con una differenza però rispetto al passato. Infatti, bisogna considerare che questo fenomeno, nell'ultimo decennio, ha assunto proporzioni gigantesche a causa dello sviluppo industriale del nord del pianeta e dell'accelerato processo di globalizzazione dei mercati. Esso equivale oggi ad un vero e proprio “urbanesimo planetarioâ€Â. Le nazioni ove tale fenomeno è più rilevante e desta maggiori preoccupazioni sono quelle dell'Europa occidentale, che, dal 1989 (crollo del muro di Berlino), attraversano una fase di transizione, non solo politica e geopolitica, ma anche economica e sociale. L'immigrazione, nel quadro delle strategie messe in atto dai governi degli Usa e dagli organismi internazionali che fanno capo alle Nazioni Unite, in particolare il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, diviene un non trascurabile elemento aggiuntivo alla destabilizzazione delle politiche economico-sociali dei paesi dell'Europa occidentale, traducendosi infatti in una forza lavoro a basso costo e costituendo un blocco sociale allogeno, con le correlate critiche conseguenze di coesistenza con gli autoctoni.
A ciò occorre aggiungere anche la scarsa attenzione che i governi europei hanno riservato al fenomeno considerato. La superficialità dei governi europei in materia di immigrazione ha favorito e favorisce i flussi migratori, aumentandone il grado d'intensità e di pervasività , fino a determinare, da un lato, episodi incontrollabili di intolleranza - finora limitati e sporadici, e comunque confinati nell'ambito di epidermica reazione a fenomeni di microcriminalità -, e, dall'altro, la crescita macroscopica di organizzazioni criminali transnazionali di stampo mafioso a base etnica, che compromettono, drammaticamente, il controllo di ampi spazi territoriali (nazionali ed extranazionale, come nel caso dell'area adriatica) da parte delle normali forze di polizia ed alimentano, con i loro illeciti ricavati, quote sempre più crescenti e costitutive della finanza internazionale, che, poichè pecunia non olet, le tollera e pertanto le legittima.
L'attenzione di autori come Faye, Del Valle e Steuckers si focalizza però esclusivamente sull'immigrazione arabo-musulmana, in quanto essa costituirebbe, insieme agli europei “convertiti†all'Islam, una sorta di avamposto o quinta colonna del presunto espansionismo islamico. Ora la realtà è ben diversa. Innanzitutto gli immigrati, di qualunque razza e di qualunque fede, hanno un problema primario: quello della sopravvivenza e dell'integrazione nel paese in cui sono emigrati. Problemi elementari dunque, generalmente dettati dalla miseria da cui fuggono. Queste necessità primarie possono certamente spingere l'immigrato nel circuito della criminalità , come anche farlo diventare un terrorista. Ma da qui a dire che gli immigrati siano dei criminali o dei terroristi ce ne corre; essi, più realisticamente, sono dei disperati, come gli immigrati di tutti i tempi. E come gli immigrati di tutti i tempi sono attratti dal “benessere†e dalle società ricche.
Gli immigrati dunque non costituiscono un pericolo politico-militare come pretendono le ricostruzioni di Del Valle, ma un fattore di perturbazione sociale, cui la politica democratico-occidentalista risponde imponendo il processo dell' “integrazione culturaleâ€Â. Un processo che si situa dunque nella logica “illiberale†e democraticamente totalitaria della soppressione delle differenze culturali ed etniche.
Tahir de la Nive ricorda molto opportunamente che gli stessi ambienti culturali e politici cui appartengono o appartenevano i Faye, i Del Valle e gli Steuckers avevano ipotizzato delle soluzioni al dramma dell'immigrazione ed ai suoi effetti. Scrive infatti il nostro autore: «le problème de l'immigration qui prenait de l'ampleur dans l'ensemble de l'Europe ètait abordè en consèquence et à la formule Avec les immigrès contre l 'Immigration correspondait un projet empreint à la fois de rèalisme et de justice :celui d'une coopèration entre une Europe enfin libre de ses choix et les pays du Tiers-Monde, afin d'Å“uvrer à leur dèveloppement dans le respect mutuel et la coprospèritè, et non de la faà§on capitaliste et nèo-colonialiste, pour ne pas dire nèo- esclavagiste, actuelle. Rètablir l'èquilibre Nord-Sud, crèer dans les pays en voie de dèveloppement des conditions d'existence honorable pour leurs peuples, c'ètait dans un premier temps freiner l'immigration, puis poser les conditions d'une politique de retour. Il n'ètait pas question d'exclure mais de libèrer ;de xènophobie mais de fraternitè entre les peuples. En premier lieu, de rendre à chacun le droit primordial de prospèrer sur son sol et selon sa culture.»
Ma perchè ci si sofferma di più sull'immigrazione araba, e non su quella, ad esempio filippina o cinese o nigeriana? Si criminalizza, in definitiva, esclusivamente l'immigrazione araba. Evidentemente lo scopo è quello di creare una psicosi tra gli europei, di creare un odio contro gli arabi, immigrati e non.
Gli arabo-musulmani devono essere considerati i nemici, in quanto attualmente essi sono i nemici degli Usa e di Israele, e quindi dell'Occidente. Si cerca insomma di promuovere una diffidenza tra i cittadini europei nei confronti degli arabi e della loro cultura (l'islamofobia che denuncia Tahir de la Nive) nel quadro della creazione di quelle opportune premesse psicologiche ed ideologiche che serviranno per aprire un fossato tra civiltà limitrofe, con lo scopo non dichiarato di attuare una frattura geopolitica tra le due sponde del Mar Mediterraneo. Quello di spezzare l'unità geopolitica assicurata da questo mare interno, l'antico Mare Nostrum dei Romani, è il vecchio sogno di tutte le potenze marittime che hanno avuto a che fare con il continente europeo: da Cartagine alla Gran Bretagna agli attuali Stati Uniti.
L'intenzione geopolitica degli atlantisti è dunque molto chiara: è quella di separare il nord Africa dall'Europa meridionale al fine di indebolire, politicamente, economicamente e militarmente la propaggine sudoccidentale della massa euroasiatica, tagliando a quest'ultima la via d'accesso verso l'Africa e l'Oriente, per assicurare agli USA le risorse che si trovano in queste due aree geografiche.
E' questa una azione speculare e parallela a quella che viene attuata ormai da alcuni anni nella zona caucasica, ove risiedono proprio popolazioni a prevalente cultura islamica.
Tre sono attualmente i fronti che gli Usa hanno aperto contro la massa euroasiatica: Balcani, Mar Mediterraneo, fascia caucasica.
L'attuale islamofobia, la sua propagazione nel mondo occidentale, assume dunque un'efficace funzione propagandistica proprio nel contesto dell'aggressione anglo-americana all'Eurasia.
2.3 - La costruzione dell'identità occidentale
Gli europei occidentali vengono indotti, con la scusa del terrorismo islamico e delle tensioni connesse all'immigrazione selvaggia, non solo ad odiare gli arabi nordafricani, per creare le premesse di cui dicevamo più sopra, ma anche gli islamici e il loro collante culturale e religioso, l'Islam. Il fine è quello di “costruire†una compatta identità â€œoccidentale†a spese dell'Islam, in modo da utilizzare gli europei occidentali nelle azioni militari - pianificate per il controllo della massa euroasiatica - lungo tutta quella fascia che dalla regione caucasica si allunga verso il Mediterraneo.
Una fascia territoriale che è ricca di risorse energetiche (gas e petrolio) e soprattutto è geostrategicamente importante, sia dal punto di vista militare che commerciale. Questa vasta zona costituisce infatti un vero e proprio spazio vitale per tutta l'Eurasia, in particolare per l'Europa occidentale e la Russia. E' questa un'area geografica i cui abitanti, lo ricordiamo, sono popolazioni a prevalente cultura islamica.
La libertà dell'Europa tra Zivilisation e nuova Kultur
Creare dunque fratture in Eurasia è lo scopo militare dei neocartaginesi di Washington e di Londra. Nel loro “delirio di onnipotenza†oggi gli atlantisti prestano la loro attenzione alle popolazioni islamiche: domani sarà la volta della Cina ed allora si parlerà dapprima della mafia cinese, poi delle pericolose organizzazioni nazional-religiose cinesi ed infine di non sappiamo ancora quale “fondamentalismo confuciano†e terrorismo “gialloâ€Â.
Oggi per chi ha a cuore la libertà dei popoli, la salvaguardia e lo sviluppo delle specificità razziali, culturali e spirituali, che il mercato globale e la “deriva occidentalista†della cultura europea tendono a conculcare, irridere e strumentalizzare, il nemico è l'Occidente.
Oggi, la liberazione del nostro continente ed il risveglio delle sue più autentiche identità e delle sue più profonde vocazioni passa per l'alleanza con gli strati migliori e validi del mondo islamico.
Oggi, solo mediante una intesa, paritaria ed onesta, con le popolazioni islamiche è possibile costruire una Europa libera ed unita.
L'alleanza con il mondo islamico, come pure altre eventuali alleanze (col mondo ortodosso, indù, buddista) richieste dalle attuali esigenze politiche, economiche e militari, non deve essere tuttavia concepita ed adottata in termini meramente pragmatici.
L'intesa con l'Islam deve essere realizzata principalmente in termini metapolitici, poichè l'attuale fase dell'occidentalizzazione dell'Europa e del mondo intero richiede la mobilitazione di tutte le energie disponibili. E la Kultur islamica, in quanto custode di un'eredità derivante dalla stessa tradizione primordiale, può fornire un contributo determinante per la rinascita dell'Europa, cioè per l'affermazione di una nuova Kultur europea dopo il lungo inverno della Zivilisation occidentale.
***
Dello stesso autore, direttore della Rivista di Studi geopolitici "Eurasia", si legga:
L'unità , salvaguardia delle diversitàÂ
Per ordinare il libro di Tahir de La Nive:
e-mail :
;
sito: www.geostrategie.com
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
L'Ucraina sulla grande scacchiera
[b:541e4d426e]L'Ucraina sulla grande scacchiera[/b:541e4d426e]
:::: [color=red:541e4d426e]4 Dicembre 2004[/color:541e4d426e] :::: 17:07 T.U. :::: Commento :::: Yves Bataille
Colpo di forza americano-occidentale a Kiev. Si attende il contrattacco dell'Eurasia
FONTE: http://www.eurasia-rivista.org/cogi...descacchi.shtml
Per coloro che hanno vissuto in questi ultimi anni lo svolgersi degli avvenimenti in Serbia, l'attuale agitazione in Ucraina ha come un'aria di dèjà vu. Come ieri a Belgrado, un'opposizione preparata e stimolata dall'Occidente denuncia un'ipotetica frode elettorale e moltiplica le manifestazioni nella capitale per fare pressione sulle istituzioni e tentare di vincere per mezzo della piazza quello che ha perso alle urne.
Come non molto tempo fa in Serbia dopo le elezioni contestate, l'affare di Kiev sembra ben pilotato e premeditato per gettare in piazza le comparse e gli attori di una serie televisiva la cui sceneggiatura è stata scritta altrove. Con suoni, colori e telecamere ben piazzate, non è stato difficile radunare dei sostenitori, dare un'impressione di massa e focalizzare l'attenzione del mondo esterno. Quando la stampa anglosassone da il la, ecco immediatamente l'inizio di un'intensa campagna che denuncia i « brogli » e che presenta le stime degli istituti di sondaggio made in USA, i famosi «exit polls», come i veri risultati, e le cifre ufficiali come delle miserabili menzogne. Si nega subito ogni valore ai risultati definitivi della commissione elettorale. Il sotterfugio è stato utilizzato a Tbilisi un anno fa e a Belgrado a più riprese (tra cui nell'ottobre 2000). Appena avviato il processo, ecco lo scatenamento, lo stupro delle masse eseguito per mezzo della propaganda mediatica, l'annuncio della «vittoria» del «candidato filo-occidentale» prima ancora della chiusura dei seggi elettorali. Il metodo è ovunque il medesimo, cambia solo il contesto.
Tre settimane fa, si è tenuto bell'ex repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM) un referendum legale voluto dall'opposizione su un elemento degli accordi di Ohrid, una riforma territoriale che favorisce gli Albanesi. Qui non si può nemmeno parlare di brogli, ma di un sabotaggio totale organizzato dal potere in carica su richiesta della «comunità internazionale». Il giorno del voto, il 20% dei seggi era chiuso, la parte albanese (come d'abitudine, quando il rapporto di forza le è sfavorevole) boicottava lo scrutinio, i media stavano muti e i cittadini erano anche stati minacciati che avrebbero perso il lavoro se vi avessero partecipato. Risultato: il 26% dei votanti e un colpo a vuoto. Questo scandalo elettorale si è accompagnato ad una grossolana manovra: tre giorni prima dello scrutinio Washington riconosceva la FYROM con il nome proibito di Macedonia. Si offendevano i Greci, ma si «salvava la democrazia» facendosi beffe dei famosi «standard mondiali», tanto sbandierati e pretesi altrove. L'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza, l'OCSE, della quale non si dirà mai abbastanza che è un marchingegno americano, si sprecava in un comunicato secondo il quale lo scrutinio si era svolto normalmente. Quando è in gioco l'interesse americano-occidentale, si dimenticano le «norme democratiche » e gli «standard mondiali», come fossero tante frivolezze (1).
La guerra dell'informazione precede la guerra tout court
In Ucraina, dunque, la grande vittima della frode alle presidenziali sarebbe stato il candidato dell'opposizione Viktor Yuscenko. Ex primo ministro ed ex governatore della banca centrale, egli viene presentato come un paladino della democrazia, un «western liberal» , un «western reformer», «well US educated». Un vantaggio: sua moglie, Katerina Shumashenko, di nazionalità statunitense, è stata funzionario al Dipartimento di Stato. Volto scabro e ruvido, in quanto si è tentato di avvelenarlo (Arafat non ha avuto diritto a questa diagnosi…). Di fronte a questo autentico signore, il volgare apparatcik di un'epoca passata, un certo Viktor Fjodorovic Yanukovic, ex affarista e delinquente del Donetsk russofono, «handpicked successor to Soviet-style president», è sul punto, se non s'impone la vigilanza cittadina, di rubargli la vittoria a vantaggio di Vladimir Putin, del nuovo KGB, degli spetsnaz e del Fronte Nero Rosso Verde. Questa insalata è rimasticata, ripetuta senza posa all'opinione internazionale dal secondo turno. Dove si percepisce ancora una volta che quel che conta non è la realtà dei fatti, ma la messa in scena hollywoodiana, la trasmissione istantanea delle immagini e la diffusione reticolare delle «news». A Kiev non ci si esime dall'utilizzare il vecchio trucco dell'accusa proiettata, che in questo caso consiste nel denunciare una volontà di dominio sull'Ucraina, mentre questo è esattamente l'obiettivo degli Stati Uniti e dei loro complici. La requisitoria atlantica vale tanti hamburger quanto pesa: “un exit poll effettuato con questionari anonimi all'interno di un programma finanziato da diversi governi occidentali ha detto che Yuscenko aveva ricevuto il 54 per cento del votoâ€Â. Dopo tutto, altri hanno anche affermato che la terra era piatta.
La velocità è un fattore capitale della «guerra dell'informazione» e, nella prima fase dell'aggressione, è l'elemento decisivo nella propagazione delle false notizie, nella (dis)informazione... L'importante è che l'intossicazione sia un bombardamento intensivo ai quattro angoli del pianeta. Testi, immagini e video sono velocizzati ad un tale ritmo, per cui il nemico deve restare pietrificato, non deve più potere, nè lui nè i suoi eventuali sostegni, dire una sola parola. Con il massiccio flusso di informazioni ad hoc e il ritmo sfrenato della loro diffusione, si toglie la parola al nemico e gli si nega il diritto di vivere. Non si tratta più, dunque, di informare, ma di impressionare e soggiogare. I pappagalli e signorsì del « resto del mondo » riprendono l'antifona. àˆ così che gli Stati Uniti d'America si sono arrogati il monopolio di designare gli amici e i nemici.
In questi ultimi anni si è assistito in Ucraina alla nascita di una sequela di thinks tanks, di siti internet, di istituti di sondaggio, di movimenti giovanili, di gruppi rock, di comitati di elettori, di sindacati indipendenti, di radio « libere » (oltre a Radio Free Europe) e anche di sètte, come quell'"open society" incaricata di preparare il terreno di un nuovo "nation building" e di una nuova (contro)rivoluzione dei velluti, delle rose, delle castagne... Appoggiandosi alla numerosa diaspora ucraina negli Stati Uniti e in Canada, sètte virulente si sono messe a proliferare, cercando di sminuire l'influenza della Chiesa ortodossa, a complemento del lavoro di scavo assegnato fin dall'inizio alla Chiesa Uniate. àˆ noto il ruolo svolto dalla Fondazione Soros (un nome che in ungherese significa mascalzone), onnipresente dai Balcani al Caucaso: fermamente avversato in Bielorussia, Soros ha visto recentemente chiudere in propri uffici in Russia. Questo «grande filantropo», che finanzia buona parte delle attività sovversive degli Stati Uniti tra Trieste e il Kamcatka, a fine marzo era presente in Crimea per dare l'ultimo tocco all'operazione in corso (Soros ha le mani in pasta tramite il gruppo Bratstvo). àˆ noto anche il ruolo svolto dal clone dell'Otpor in Serbia, Pora, che da il la alle manifestazioni, dal National Endowment for Democracy-NED, dal Democratic Institute (NDI), dall'International Republican Institute (IRI), dalla Freedom House; ma sono attive anche altre associazioni meno conosciute, come il Committee to Expand NATO di Bruce, K. Jackson (CFR, PNAC e Comitato Chalabi…), Poland America Ukraine Cooperation Initiative (PAUCI). Quest'ultimo, un organismo che agisce tra la Polonia e l'Ucraina, è destinato a formare i quadri e distribuisce danaro nella prospettiva, enunciata da Zbigniew Brzezinski: bisogna fare della Polonia e dell'Ucraina «liberata» l'asse principale della New Europe incaricata di controbilanciare l'asse franco-tedesco, colpevole, al momento della guerra d'aggressione contro l'Iraq, di essersi messo insieme con la Russia. Il PAUCI è finanziato dalla United States Agency for International Development (USAID) ed è amministrato dalla “Freedom Houseâ€Â, secondo quanto dichiara un suo l'opuscolo. «In relazione all'accusa di brogli elettorali, la Freedom House ha chiesto agli Stati Uniti e all'Europa di esercitare pressioni sul parlamento dell'Ucraina a difesa del processo necessario e del voto giusto». La Freedom House ha della bella gente nel suo staff; dalla Jugoslavia all'Ucraina passando per l'Iraq, si ritrovano sempre gli stessi individui: James Woolsey, Kenneth Adelman, Samuel Huntington, Jeane Kirkpatrick, Bill Richardson, Diana Villiers Negroponte, ecc. «Esercitare pressioni», come dicono le brave persone di questi «charitable trusts»…
I colleghi di William Walker
Per «accompagnare le elezioni» sono stati montati con l'appoggio della NED e del NDI di Madeleine Albright dei gruppi specifici di « social monitoring » come la Democratic Initiatives Foundation, l'Independant Domestic Committee of Voters of Ukraine (CVU) e lo European Network of Election Monitoring Organizations (ENEMO). La particolarità di questa ONG è che essa si compone di osservatori per lo più originari dei paesi recentemente raccolti nella crociata (anti)terroristica americana e radunati sotto lo striscione della «New Europe». Questi goumiers della democrazia, i 1000 osservatori dell'ENEMO, pretendono di aver sorvegliato 5000 seggi. In tutta questa agitazione, si ritrovano delle vecchie conoscenze, come il senatore dell'Indiana Richard Lugar, «republican head of the US Senate Foreign Relations Committee republican head of the US Senate Foreign Relations Committee», che ha già prestato servizio in Serbia prima e dopo l'ottobre del 2000. L'individuo è talmente anti-serbo, che nel 2002 ha accusato Vojislav Kostunica, allora presidente della RFY, di essere «il continuatore di Slobodan Milosevic». C'è poi il suo collega, il senatore democratico del Delaware Joseph Biden jr., che ha dimostrato, anche lui, di nutrire un interesse tutto particolare per gli Slavi ortodossi. Citiamo infine l'ex commissario speciale di Clinton per i Balcani, Richard Holbrooke, del quale è noto l'accanimento nel sostenere i separatismi anti-serbi, e il clan Brzezinski, l'ideatore del piano globale di smantellamento e di colonizzazione armata dello spazio slavo ortodosso. (2)
Ma esaminiamo il vero ruolo degli osservatori e di altri verificatori occidentali, in particolare di quegli Americani a cui si dovrebbe credere ad ogni costo, a ovest come ad est. E' passata completamente sotto silenzio la presenza di altri osservatori, come quelli della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI): zoticoni dalla pessima vista o dotati di pessimi occhiali, perchè non hanno osservato le stesse cose. Senza dubbio erano funzionari del «nuovo KGB». Il fatto è che l'acume visivo degli osservatori occidentali, in particolare degli Americani, è eccellente ed il loro valore morale è impareggiabile: l'abbiamo visto in Kossovo, in Irak e in Afghanistan. Si da il caso che una nostra amica, la francese Bèatrice Lacoste, divenuta in seguito portavoce della MINUK (UNMIK), abbia fatto parte di quegli osservatori a un metro da William Walker, capo della missione di verifica dell'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) nel Kossovo giusto prima dei bombardamenti della NATO e che abbia potuto verificare sul campo l'acume visivo e la moralità di quegli osservatori. «Ero attorniata, ci ha detto di recente, da agenti dei servizi americani e britannici, il personale dell'OCSE ne era pieno». Quei particolari membri dell'OCSE informavano tanto i loro governi quanto i terroristi dell'UCK che ben conoscevano, perchè certuni di loro li avevano reclutati e addestrati qualche tempo prima. Prima di filarsela a un fischio di Madeleine Albright, questi operatori mascherati dovevano lasciare all'UCK materiale di comunicazione satellitare del più moderno e ripartire gli incarichi degli obiettivi per gli imminenti bombardamenti. Non è allora da stupirsi che, fin dal primo impatto (per riprendere questa espressione inadeguata), l'Esercito Nazionale Jugoslavo (JNA) abbia scoperto e liquidato proprio alcune dozzine di questi agenti americani e britannici rimasti sul posto e i loro rinforzi venuti dall'Albania. Vestendo uniforme delle forze speciali, costoro erano incaricati di inquadrare l'UCK in previsione dell'attacco di terra e di fare svolgere a quest'ultima lo stesso ruolo dei Curdi o dei mercenari di Chalabi o Allawi in Iraq. Bèatrice Lacoste ha vissuto da vicino la montatura di Racak e conferma con il medico legale finlandese Hèlène Ranta, con cui ha lungamente conversato, quello che un certo numero di persone, tra cui l'ambasciatore di Francia a Belgrado Keller, sapeva e ha diplomaticamente taciuto: Racak è stata la macabra montatura di un ex agente USA in Salvador e in Nicaragua, promosso generale della Scuola delle Americhe, la SOA fabbrica di assassini. Racak è stato il coronamento mediatico necessario utilizzato per giustificare, presso un'opinione pubblica mondiale ingannata, la sanguinosa barbarie della NATO a partire dal 24 marzo 1999. Come Markale in Bosnia o le “armi di distruzione di massa†in Iraq, l'ipermediatizzato “massacro di Racak†è stato una costruzione da parte individui che hanno agito sotto la copertura degli ispettori dell'OCSE. Queste montature continueranno finchè proseguirà il Drang nach Osten dell'imperialismo americano-occidentale. Stando così le cose, oggi non c'è alcuna ragione di credere sulla parola a questi signori osservatori dell'OCSE, dell'ENEMO o di un qualunque comitato ad usum Delphini, in seno ai quali si sono accomodati i colleghi di William Walker in Ucraina.
Basta consultare una cartina per cogliere l'importanza dell'Ucraina nella grande battaglia in corso per una Russia che ha perduto il suo versante marittimo occidentale dei Paesi Baltici e si trova minacciata dallo zelo atlantista di ex satelliti dell'Unione Sovietica divenuti rabbiosi satelliti degli Americani, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria, nonchè dall'eventuale ingresso nella NATO, sul fianco sud, di un'Ucraina occidentalizzata.
La Grande Europa è coinvolta
Coloro che, Stati Uniti in testa, violano senza vergogna la sovranità e l'indipendenza degli Stati, agitano gli abituali temi della democrazia e dei diritti dell'uomo; ma si sa benissimo che dietro queste parole si nascondono interessi e obiettivi che non hanno niente a che vedere con i discorsi che si sentono: le operazioni ucraine hanno in vista la presa di controllo di una regione perno, assolutamente necessaria per la conquista dell'Eurasia e la distruzione della Russia. Stiamo dunque per assistere, quali che siano i tentativi di conciliazione, le missioni di buon ufficio degli uni e degli altri - aver fatto venire i Walesa e i Kwasniewski è stato di pessimo gusto - e la politica di facciata, ad una sorda battaglia che maschera per gli spettatori la reale natura del braccio di ferro. Quando la facciata crollerà , sarà assai probabile che si vedranno scintillare le lame dei coltelli. Si può sin d'ora già avanzare come ipotesi plausibile la creazione a Est e a Sud di una Ucraina libera e indipendente, se i dissidenti occidentalisti persistono nella loro iniziativa separatista e bellicista. L'Ucraina occidentale perderebbe allora il suo versante marittimo sul Mar Nero, mentre la Crimea e la via degli oleodotti tra l'Est e l'Ovest cadrebbero sotto il controllo “filo-russoâ€Â. ...
L'affaire jugoslavo è stato forse un antipasto, in rapporto a ciò che si sta preparando. Fra la Transnistria e il Caucaso cova il fuoco, con effetti che rischiano di manifestarsi ben al di là di questa regione. Tutta l'Europa, la Grande Europa, è coinvolta. Tutta l'Europa rischia di essere trascinata nel turbine di una guerra che potrebbe essere di ampiezza assai maggiore della guerra jugoslava. àˆ evidente che l'Europa di cui parliamo non ha molto a vedere con quella degli onorevoli di Bruxelles, questa pseudo-Europa il cui attuale rappresentante, il portoghese Josè Manuel Barroso, ex maoista riciclato nella NATO (sulla linea di Solana e di Fischer), non è nient'altro che il portavoce degli interessi statunitensi. Al seguito di Glucksman, Bruckner e Cohn Bendit, i goyim teleguidati da Washington incriminano e insultano Putin per la legittima difesa della Cecenia contro il terrorismo wahhabita sul suo limes, ma si guardano bene dal condannare i crimini di guerra dell'invasore angloamericano in Iraq. Quando evocano l'Europa, i circoli eurasiatisti pensano evidentemente a tutt'altra cosa che non a questa moscia zona di libero scambio senza volontà politica nè capacità di decisione, a questa “integrazione euro-atlantica†che equivale alla nostra disintegrazione continentale. In questa prospettiva, il ruolo assegnato all'Ucraina attualmente sotto attacco consisterebbe nel consentire la giunzione delle colonie americane della «New Europe» con il Caucaso e l'Asia Centrale ed impedire l'unità politica europea, mediante la frammentazione organizzata dell'Eurasia e lo spezzettamento della Russia (come della Jugoslavia).
Da Vladivostok a Dublino e fino a Montrèal e Caraquet-l'Acadie di Philippe Rossillon (nel quadro dell'estensione del campo di lotta e della balcanizzazione dell'America del Nord), oggi il partito europeo, che comprende evidentemente la Russia, possiede un vantaggio: conosce i metodi del nemico. Esso deve essere dunque in grado di contrastarlo sul suo stesso terreno e di impegnare i mezzi materiali e umani necessari al contrattacco. Gli Americani hanno denaro, piani e mezzi tecnici importanti, ma il loro tallone d'Achille è sempre il fattore umano. Basandosi su personale avido e corrotto, di qualità scadente, che sviluppa cattive relazioni con le popolazioni, a cui vogliono imporre i loro difetti mascherati da virtù, essi si vedono ben presto rifiutati dovunque si installino e sono costretti a cambiare in permanenza le loro pedine. Non basta prodigarsi in sedute di formazione e fare del «monitoring elettorale». Ancora, dovrebbero poter reclutare un personale affidabile, con convinzioni profonde e non con interessi sordidi o semplicemente superficiali. Un po' dappertutto, una grossa parte del denaro distribuito per la «difesa della democrazia» si perde nelle tasche dei collaborazionisti. Il metodo operativo delle forze d'aggressione è noto e le loro reti sono in archivio. Oggi la posta in gioco ucraina è all'altezza delle urla lanciate, in nome della democrazia, dal clero della Nuova Cartagine. àˆ di importanza vitale il contrattacco dell'Eurasia.
NOTE
(1) Interesse della Macedonia: è sul suo territorio che deve passare l'oleodotto tra il Mar Nero e il Mare Adriatico secondo il progetto AMBO (Albanian Macedonian Bulgarian Oil Pipeline) che coinvolge grosse imprese americane tra cui Halliburton, lungo il Corridoio n°8. Questo progetto prevede anche altre infrastrutture (autostrade, fibre ottiche, moderni sistemi di telecomunicazioni). Grazie alla guerra d'aggressione contro la Serbia si è costruita in Kossovo la grande base militare di Camp Bondstel a due passi dalla Macedonia dove si addestrano con cura le fazioni. Si mantengono in vita dei poteri che non sono tali e dipendono totalmente dai piani e dall'umore dei « proconsoli ». A cavallo tra diversi paesi ed entità , i capi dei clan albanesi sono particolarmente apprezzati e corteggiati per il loro ruolo di perturbatori. L'Europa di Bruxelles collabora ad occhi chiusi a questa mascherata.
(2) In questi tempi si sono potuti notare i punti segnati dalla Russia in America Latina, in Brasile e nel Venezuela di Chà vez (legami rafforzati specialmente nel campo delle forniture militari), come in Asia Centrale. In data 12 novembre un teso pubblicato dai Ariel Cohen sotto l'egida diella Heritage Foundation, uno dei più importanti think tanks neocons, definisce la posta in gioco ucraina: «Dopo le elezioni presidenziali ucraine, il Kremlino probabilmente eserciterà una maggiore influenza politica in Ucraina. Gli USA hanno interesse strategico a conservare la sovranità dell'Ucraina e a mantenere in pista il processo democratico». Di conseguenza l'amministrazione Bush dovrebbe:
· Sostenere i gruppi ucraini impegnati per la democrazia, il libero mercato e all'integrazione euro-atlantica fornendo supporto diplomatico, finanziario e mediatico.
· Sostenere la sovranità e l'integrità territoriale di tutti gli Stati post-sovietici espandendo la cooperazione attraverso la Partnership for Peace della NATO, i legami militari bilaterali, gli scambi, i programmi train-and equip, e anche con un limitato spiegamento di truppe dove necessario.
· Espandere il dialogo diplomatico ad alto livello con Mosca sui problemi sotto contenzioso, come l'Ossezia del Sud e l'Abcasia e la presenza USA in Asia Centrale. » Il colore arancione in voga questi giorni a Kiev non è il colore della libertà , ma quello dei prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib.
Se nel campo della ricerca inerente le esperienze religiose si è potuto parlare della “unità trascendente delle religioniâ€Â, come magistralmente investigato da F. Schuon (1), al fine di individuare e meglio comprendere i diversi processi o vie, per l'appunto “religiosiâ€Â, che, riflettendo e facendo perno sulle singole specificità (spirituali, culturali, etniche, psicoantropologiche dei differenti popoli e delle singole persone), permettono agli individui una maggiore integrazione con l'universo e conducono inoltre ad un maggior grado di comprensione di quelle che siamo usi definire, con approssimazione, verità metafisiche, parimenti ed analogamente, nel dominio della ricerca politica ed a suo fondamento, in particolare quando è rivolta ad indagare i rapporti fra popolazioni differenti per cultura ed etnia, è utile riflettere sulla “unità spirituale delle culture†al fine di definire i criteri e le opportune prassi da adottare per la realizzazione di una autentica ed armonica convivenza tra i vari popoli, basata sulla salvaguardia delle loro molteplici identità e, soprattutto - dal particolare punto di vista della geopolitica - sulla loro appartenenza ad un comune destino, forgiatosi, nelle varie epoche storiche, a partire dalle loro specifiche posizioni geografiche e dalle singole volontà che, nello stesso spazio, si sono politicamente espresse, sovente più conflittualmente che pacificamente.
Come l'aver individuato il criterio dell'unità trascendente delle religioni non conduce necessariamente il credente, nella sua “sperimentazione†religiosa, a farne un uso distorto, tale da giustificare ogni suo personale e possibile sincretismo (2), ma al contrario gli consente di trovare sostegno e rassicurazione, ai fini della propria cerca religiosa, nelle corrispondenze ed analogie che incontra nello studio delle forme religiose proprie ad altre popolazioni o ad altri gruppi etnici, analogamente, l'individuazione della unità spirituale delle culture, a fondamento dell'analisi politica e delle speculazioni antropologiche o sociologiche, non si risolve automaticamente in un indefinito universalismo, ove ogni forma particolare sia dissolta e negata. Infatti, anche nello specifico dominio della politica, e nel nostro caso della geopolitica, il presupposto dell'unità non implica affatto l'abolizione dei caratteri che contraddistinguono le varie “forme†culturali, ma legittima, per così dire, il “senso†che tali “forme†hanno in rapporto le une alle altre, ne assicura e giustifica lo sviluppo, ne rettifica le deviazioni, ne stimola ed ordina le sintesi laddove le esigenze e le costrizioni dei fatti storici lo impongono, ne limita e contiene le “contaminazioniâ€Â, ne rappresenta, infine, il punto di riferimento, quando lo spazio vitale, nel quale esse fioriscono e si esprimono, e che dunque condividono, viene aggredito o ne viene messa in discussione la sovranità da parte di culture o potenze allogene.
In particolare, lo studiare, comparandole, le differenze come anche le analogie e le “contaminazioni†o “sintesi†derivate dai processi storici di scambio avvenuti a causa della vicinanza territoriale o dei fenomeni migratori o di espansione territoriale di un popolo o di una nazione a scapito di una o di altre, permette di enucleare quei dati che, in quanto riconducibili ad una condivisione di valori, manifestata con sensibilità e forme varie, consentono l'esaltazione armonica delle affinità e delle differenze, sulla quale ed in funzione della quale è possibile costruire solide intese e stabili equilibri politici.
Quanto sopra esposto assume un importante significato per chi si pone il problema della costituzione di estese aree geopolitiche (ove, generalmente, sono presenti popoli di diversa composizione etnica e di differente cultura) e della organizzazione politica e sociale delle stesse.
Occorre aggiungere che in passato tali costruzioni geopolitiche sono state espresse generalmente dalle grandi sintesi imperiali. Le forme imperiali del passato, o le grandi confederazioni (come ad esempio l'ex Unione Sovietica), dal punto di vista della ricerca geopolitica rappresentano modelli insuperabili, con i quali è utile confrontare qualunque ipotesi imperniata sulla progettazione o strutturazione di grandi spazi.
Il momento attuale e la prospettiva continentale
L'attuale momento storico, contraddistinto fondamentalmente da:
- uno straordinario sviluppo tecnologico, asservito ad una economia che si dispiega su scala globale e che, per i propri precipui scopi, tende a uniformare, coercitivamente e con prassi totalitaria, sfregiandone la fisionomia, le popolazioni ad un unico modello di civiltà ;
- un disordinato ed incontrollato sviluppo demografico;
- un incontrollato, ed artificialmente indotto, flusso migratorio;
- una ingiusta distribuzione di beni e ricchezze;
- una massiccia aggressione all'ambiente;
- un uso sconsiderato delle limitate risorse naturali;
- l'abnorme, incontrastato - e dunque non bilanciato - potere (economico e militare) di una unica potenza mondiale
pone domande e problemi le cui risposte e soluzioni realistiche sono praticabili, a beneficio delle singole persone, dei popoli e delle nazioni, soltanto nel quadro di un auspicabile equilibrio fra l'uomo e il suo territorio, tra i poteri locali e quelli globali, tra le necessità vitali dei popoli e le risorse naturali e tra queste e quelle trasformate e prodotte dall'ingegno dell'uomo. Tale equilibrio è oggi possibile ipotizzarlo, e dunque concretamente realizzarlo, soltanto nell'ambito di coerenti unità geopolitiche costruite su basi continentali.
Infatti, se un tempo, sino alla fine del XIX secolo per alcuni o sino alla prima metà del secolo scorso per altri, era ancora possibile organizzare - almeno nella parte occidentale della massa eurasiatica - la vita dei popoli nell'ambito di unità geopolitiche nazionali (3), il cui collante era, sotto certi aspetti, principalmente e sufficientemente costituito dalla sola identità nazionale, il più delle volte funzionale, nella sua espressione ideologica, agli interessi squisitamente economici e finanziari della classe dominante, oggi è evidente che lo “spazio†da organizzare ha un'estensione continentale; il collante di tali unità dunque non potrà essere soltanto nazionale (4), ma anche e soprattutto continentale.
La traduzione operativa della prospettiva continentale impone una organizzazione sociale del proprio spazio - economicamente autosufficiente - improntata al solidarismo, sia per i criteri di giustizia e di equilibrio che la contraddistinguono rispetto alle visioni fondate sul particolarismo (di classe, nazionale o etnico) sia, più pragmaticamente, al fine di limitare le possibili frizioni suscettibili di generare intestine situazioni conflittuali.
Necessità della prospettiva continentale e il pericolo del frazionamento etnonazionalista
Oggi, in particolare, la necessità e l'urgenza di costruire coerenti unità geopolitiche su base continentale sono dovute alla pretesa totalitaria, e unilaterale, dell'iperpotenza mondiale, gli USA, - il cui sviluppo e sopravvivenza sono indissolubilmente connessi al controllo di vaste porzioni del globo terrestre e degli spazi aerei -, di dominare e determinare il futuro della maggior parte dei popoli, imponendo loro un unico modello di sviluppo, basato sui “valori†del libero mercato.
Proprio al fine di un ulteriore sviluppo e rafforzamento del suo potere su scala planetaria, operato principalmente attraverso lo sfruttamento colonialistico dei beni e delle risorse di territori altrui (l'America del Sud e la massa euro-afro-asiatica) e mediante l'occupazione militare di importanti snodi geostrategici, la potenza attualmente egemone è sempre più impegnata, sul fronte dell'uso strumentale della cultura, nella realizzazione di una presunta ed artificiale identità â€œoccidentale†(5). Tale identità ha lo scopo sia di rendere coesi gli alleati, che di giustificarne le azioni militari, in particolare quelle eseguite in risposta ai “blowback†(6), all'insegna della difesa della “civiltà occidentaleâ€Â. Inoltre, poichè tale “manipolazione culturale†delle coscienze viene attuata principalmente nello spazio europeo, essa ha il precipuo scopo di insistere non tanto sui caratteri identitari, quali fattori di autorappresentazione degli abitanti considerati di “cultura†europea, quanto sulle differenze con le popolazione e le culture presenti anche nella stessa area - ma non degne di essere considerate di cultura europea - o limitrofe, con lo scopo evidente di concorrere a creare fratture insanabili che conducono a guerre interetniche e fratricide. Il caso della Bosnia e del Kosovo sono in tal caso un vero e proprio esempio da manuale.
Il tentativo è dunque quello di spingere gli Europei, nell'attuale fase di conquista di una importante area dello spazio eurasiatico (Iraq), a sacrificarsi in uno scontro con il mondo arabo-islamico.
La falsa nozione di identità occidentale è quindi un'arma ideologica brandita contro le diversità culturali espresse dai popoli europei e da quelli depredati, i quali, benchè coscienti del “nemico comuneâ€Â, non sono però ancora in grado di anteporre ad esso una organica e coerente risposta, basata su un impianto teorico i cui confini siano dati dalla riflessione geopolitica, poichè ricattati sia sul piano economico (tramite l'applicazione dell'interdipendenza economica) e finanziario, sia su quello militare, ed infine, soprattutto, perchè troppo concentrati nelle anguste prospettive particolari, nazionali o religiose, e, perciò stesso, ancora poco inclini a sviluppare una coscienza dei reali comuni interessi continentali.
L'assolutizzazione dei caratteri nazionali (che in realtà sono, nei casi “normaliâ€Â, il risultato di sintesi determinate da diversi fattori: storici, geografici, etnici, economici, culturali) ha generato inoltre, nelle minoranze di alcune nazioni di cui sono parte costituente, una riflessione che le ha condotte a sua volta a rivendicare la propria specificità , senza alcun criterio geopolitico, o semplicemente politico, causando, nel peggiore dei casi, un conflitto dai distinti caratteri tribali (caso della Jugoslavia), nel migliore una perdita reale di “peso†politico ed economico (caso delle repubbliche ex-sovietiche).
Un esempio dell'uso strumentale del concetto di “identità occidentale†è fornito dalle polemiche sorte in seguito alla possibilità dell'ingresso della Turchia nella Unione Europea.
La Turchia (7) a causa della sua posizione geostrategica, della cultura islamica che esprime, delle pulsioni panturaniche spesso emergenti anche a livello ufficiale e soprattutto a causa delle attuali alleanze con gli USA e Israele, viene utilizzata, nel quadro della geopolitica anglo-americana, come un grimaldello per creare proprio quelle fratture culturali e politiche necessarie alla strategia dello "scontro di civiltà " (il divide et impera dell'imperialismo anglo-americano).
Nelle nazioni europee, infatti, vasti settori del circuito politico e mediatico, con la scusa di impedire l'ingresso della Turchia nell'Unione in nome “dell'identità occidentaleâ€Â, mirano a fomentare diffidenza, se non proprio odio, verso l'Islam, la cultura musulmana e ovviamente verso i turchi, i maghrebini, i palestinesi, gli iracheni, i siriani, gli iraniani e così via, creando quelle precondizioni psicologiche indispensabili per l'attuazione della strategia dello “scontro di civiltà â€ (a tal riguardo, ad esempio, sono indicativi i recenti libri di Oriana Fallaci), con lo scopo di allontanare l'Europa propriamente detta dal suo naturale spazio vitale meridionale e sudorientale costituito dai paesi mediterranei e del Vicino Oriente, nonchè per indebolirla economicamente e politicamente. In tale ambito strategico rientrano, abilmente orchestrate, le alleanze tattiche dell'Occidente americanocentrico con settori manovrabili del cosiddetto “fondamentalismo islamicoâ€Â, che è in realtà un “islamismo†eterodiretto ai fini esclusivi della strategia di potenza statunitense, come ampiamente dimostrato, ad esempio, dall'appoggio dato dagli USA ai talebani nel corso del conflitto russo-afgano, dalle guerre “islamiche†di Bosnia e Kosovo sostenute e fomentate dagli americani e dal loro alleato turco, nonchè dalla miope e “pragmatica†politica estera iraniana, intesa ad accelerare la frammentazione della Federazione jugoslava, e dal terrorismo “islamico†in Cecenia e in Daghestan, che nei circoli filoamericani e mondialisti viene sovente giustificato come una lotta di liberazione nazionale contro l'ingerenza russa (confronta a riguardo l'articolo di Emma Bonino sul primo numero dell'edizione italiana della rivista “Foreign Policyâ€Â, diretta da Ernesto Galli della Loggia). Il che è comprensibile, poichè una Cecenia o un Daghestan indipendenti non sono altro che un passo ulteriore nella direzione della frammentazione e disgregazione dello spazio geopolitico presidiato dalla attuale Russia.
Quindi, per riepilogare, una prospettiva basata esclusivamente sull'interesse geopolitico, culturale o economico dell'entità nazionale, anzichè, come sarebbe auspicabile dato il particolare momento storico, su quella continentale, conduce inevitabilmente a privilegiare quegli aspetti storici, politici e culturali che, marcando le differenze appunto nazionali, potrebbero costituire il fondamento teorico di una prassi politica che sfocerebbe proprio nello “scontro tribale†preconizzato da Huntington e rafforzerebbe il dominio dell'unica potenza planetaria.
A questa vera e propria aggressione, operata contro l'intelligenza e gli interessi dei popoli, occorre far fronte a partire dalla elaborazione di proposte geopolitiche che pongano in primo piano i comuni interessi continentali.
L'unità spirituale eurasiatica
Poichè è la massa euro-afro-asiatica lo spazio comune che subisce l'ingerenza economica, politica, militare e soprattutto, attraverso il pervasivo processo di occidentalizzazione dei costumi e di democratizzazione forzata, spirituale, occorre basare le proposte geopolitiche, volte alla difesa degli interessi continentali ed al libero e armonico sviluppo delle popolazioni che vi risiedono, su quei dati comuni cui facevamo riferimento più sopra, in apertura al presente articolo.
L'attività culturale espressa attraverso la rivista “Eurasia†ed i Quaderni di Geopolitica (8) muove proprio in tale direzione. Essa è infatti tesa a promuovere ed elaborare una comune coscienza eurasiatica, ovviamente da una postazione e prospettiva particolare, quella reale in cui ci troviamo, vale a dire quella dell'Europa, cioè della parte occidentale della massa eurasiatica. A fondamento di tale impegno, dunque, l'espressione “unità spirituale dell'Eurasiaâ€Â, del tibetologo Giuseppe Tucci, sintetizza efficacemente il senso della rivolta morale e spirituale che l'attuale momento storico esige contro l'imbarbarimento cui sono sottoposte le singole culture nazionali, popolari ed etniche da parte del capitalismo internazionale, e contro il tentativo di innescare tra di esse - da parte della coalizione anglo-americana che meglio lo esprime organizzativamente e militarmente - un vero e proprio conflitto di civiltà .
2. Il sincretismo religioso generalmente si manifesta in particolari e confusi momenti storici delle civiltà , per lo più circoscrivibili in quella fase che Oswald Spengler designa, nella sua concezione morfologica e ciclica della storia, come Zivilization.
3. Per quanto allargate ed estese ai possedimenti “coloniali†e tributarie delle risorse ivi disponibili.
4. Ciò non significa che l'identità nazionale perda completamente di senso e significato. Anzi, in alcuni casi, come in quello dell'attuale guerra di resistenza irachena (il “terrorismo†iracheno, come viene definito propagandisticamente dalla coalizione occidentale americanocentrica), è proprio la coscienza degli interessi nazionali uno dei fattori, grazie a cui i responsabili delle diverse popolazioni irachene (principalmente arabe e curde) riescono a superare i contrasti etnici e religiosi che potrebbero condurre ad una guerra civile e dunque rendere irrealizzabile qualunque ipotesi di resistenza all'invasione occidentale.
5. Vedasi su tale argomento Franco Cardini, L'invenzione dell'Occidente, Il Cerchio, Rimini, 2004. Per Cardini l'idea contemporanea di Occidente nasce proprio "dal pensiero politico statunitense su una linea tesa dal Jefferson al Monroe proprio per differenziarsi dall'Europa; anzi, addirittura contro l'Europa" (p. 14).
.
6. Chalmer Johnson, Blowback, The Costs and Consequences of American Empire, Little Brown and Company, London, 2000; traduzione italiana Gli ultimi giorni dell'impero americano, Garzanti, Milano, 2001.
7. Per un approfondimento sull'argomento vedasi “Eurasia. Rivista di Studi Geopoliticiâ€Â, a. I, n.1, 2004.
8. Pubblicati dalle Edizioni all'insegna del Veltro di Parma.
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
Nagorno-Karabakh: tanti interessi convergenti (il petrolio!)
[b:409d5b27f7]Nagorno - Karabakh: tanti interessi convergenti su un territorio conteso[/b:409d5b27f7]
Poco popolata e neppure tanto estesa, la regione che nell'era sovietica era incorporata nell'Azerbaijan è ancora al centro di una disputa territoriale ultradecennale con l'Armenia. L'attenzione di numerose cancellerie sparse per il mondo è concentrata a seguirne gli sviluppi e gli equilibri delle forze in campo, tuttavia, sono più complessi di quanto si possa immaginare.
Giovanbattista Greco
Equilibri.net (29 luglio 2005)
Il Nagorno-Karabakh è una regione estesa circa 4.800 km² e popolata, secondo stime ufficiali del 1989, da 186.100 persone. La maggioranza degli abitanti è di etnia armena (73,5%), solo un quarto sono gli Azeri (esattamente il 25,3%). L'economia della zona si basa su agricoltura e pastorizia, che assicurano una certa autosufficienza alimentare. Pur essendo formalmente incorporata nell' Azerbaijan, nel 1991, con la caduta dell'URSS, la regione dichiarava la propria indipendenza, venendo riconosciuta, a livello internazionale, dalla sola Armenia. Questa mossa innescava, pur senza una formale dichiarazione di guerra, un'escalation militare tra Azeri e Armeni che ha visto, almeno per il momento, la vittoria di questi ultimi. Il Karabakh, di conseguenza, si trova attualmente sotto il controllo dell'esercito armeno che ne sostiene l'annessione a Yerevan. Dal 1994, grazie alla mediazione russa, è in atto un cessate il fuoco tra i contendenti. Le vittime causate dagli scontri ammontano ad oggi a circa 35.000. Nessuna delle parti in causa rinuncia affatto alle proprie pretese sull'area contesa, fornendo argomentazioni di tipo etnico e storico a sostegno del proprio diritto a controllarla. Il protrarsi della contesa rende quello del Nagorno-Karabah in assoluto il conflitto più lungo che abbia interessato Stati della ex Unione Sovietica da quando è caduto il regime comunista di Mosca.
Una guerra e due punti di vista
Come è facile intuire e come sempre accade, le due capitali in conflitto hanno una spiegazione assai diversa della guerra che le oppone. A Yerevan si condannano le aggressioni e le espulsioni di cittadini Armeni dal Nagorno e si tende quindi a giustificare con il richiamo alla legittima difesa il fatto che molti abitanti della regione abbiano imbracciato le armi. Proprio per avvalorare l'idea della guerra di liberazione combattuta da un popolo contro il suo oppressore, la propaganda dà grande spazio alle cifre dei volontari: 7.000, forse 8.000 sarebbero i giovani che avrebbero spontaneamente scelto di arruolarsi per combattere contro l'oppressione azera. A Baku, dal canto suo, l‘opinione pubblica e politica considera le argomentazioni del nemico un tentativo di camuffare la mala fede e le velleità di espansione territoriale. Tutti negano che si sia consumata o sia in atto una qualsiasi forma di repressione, anche solo culturale e religiosa, nelle terre contese. In Azerbaijan, infatti, è diffusa la convinzione che a preoccupare gli Armeni sarebbe la mera influenza che la cultura turca e islamica sta esercitando sulle loro tradizioni, fenomeno usuale quando due modi di vivere vengono a contatto e inevitabile almeno quanto quello che gli stessi Azeri hanno dovuto subire durante l'era sovietica ad opera dell'ideologia comunista.
Nonostante il cessate il fuoco restano importanti questioni aperte: profughi, mine e razzie
Sebbene le armi per il momento tacciano, restano sospesi almeno tre importanti problemi che il conflitto tra Armenia e Azerbaijan ha prodotto. Prima fra tutte deve ricordarsi la questione dei rifugiati: circa 1.100.000 persone, 800.000 Azeri e 300.000 Armeni, hanno dovuto abbandonare le proprie case per sfuggire ai massacri. In assenza di sistemazioni più confortevoli, i fuggiaschi hanno trovato riparo in tende di fortuna; i meno fortunati alloggiano addirittura in vagoni ferroviari in disuso.
Ciò che più manca loro è l'assistenza medica, unita alla disponibilità di beni di prima necessità . Le agenzie internazionali, nei primi anni di conflitto, si sono fatte carico di rispondere ai bisogni primari delle persone. Nel 1996, ad esempio, l'UNHCR ha ricostruito 22 villaggi nella regione di Fizuli, dopo che l'Armenia aveva cessato di rivendicarla, permettendo agli abitanti di far rientro nelle proprie case.
Quando l'intensità del conflitto è calata, però, l'attenzione del mondo sui profughi del Nagorno è progressivamente diminuita. Significativo è quanto sostenuto a riguardo da Vugar Abusalimov, Information Officer per l'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati in Azerbaijan: «La comunità internazionale ha cominciato a modificare la sua scala di priorità perchè l'Azerbaijan non costituisce più il Paese numero uno in termini di crisi umanitaria». In virtù di queste considerazioni è facile comprendere come la situazione dei profughi stia diventando sempre più difficile: ricevono sempre meno cibo e per giunta di scarsa qualità . Anche le forme di sostegno integrativo che li riguardano, come il sussidio di 25.000 manat (pari a circa 9 dollari Usa) che il governo azero attribuisce ai propri cittadini in fuga dal Nagorno, non ottengono gli effetti sperati. Del resto quella dei profughi è anche una sfida di nervi tra le parti in conflitto: ciascuna evita accuratamente di fornire loro una sistemazione logistica adeguata al di fuori del Karabakh perchè ciò sarebbe letto come un'implicita rinuncia alle proprie rivendicazioni territoriali. Accanto a quello dei profughi, un secondo problema da risolvere è quello delle mine che gli eserciti armeno e azero hanno disseminato nell'area.
Il Ministro dell'Agricoltura dell'autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh ha fornito dati secondo i quali ben 37 milioni di m² di campi e 35 milioni di m² di terreni da pascolo solo inutilizzabili per la presenza di tali armi. Ancora nei primi sei mesi del 2004 sono state 30 le persone interessate dallo scoppio di mine o di proiettili inesplosi: 11 sono stati i morti, 19 i feriti. Il numero degli incidenti è comunque diminuito dal cessate il fuoco del 1994, grazie anche all'opera di ONG come la britannica HALO Trust che solo lo scorso anno ha scoperto e fatto brillare 230 mine antiuomo, 164 mine anticarro e 680 ordigni inesplosi. Molto comunque va ancora fatto, secondo le testimonianze di chi opera sul campo, specie in relazione all'assistenza medica e riabilitativa di chi sopravvive agi incidenti determinati dai mezzi di offesa considerati.
Lo stato di incertezza prolungato in cui il cessate il fuoco ha collocato il conflitto impedisce inoltre che si ristabilisca un efficace sistema di amministrazione della giustizia nei territori contesi. In questo modo sono favoriti episodi di razzia, specie da parte degli Armeni. Essi, nella completa impunità , svuotano le case dei territori che hanno occupato di tutto ciò che contengono o le trasformano in una fonte di materiali da costruzione da rivendere in patria. Nella regione del Kelbajar i boschi vengono abbattuti per ricavare legna da ardere che viene trasportata verso Yerevan. Il senso di impotenza che gli Azeri provano rispetto a questo saccheggio, spesso condotto in maniera volutamente palese, accresce il rancore e l'odio verso gli occupanti e allontana i desideri di pace.
Gli interessi geopolitici ed economici nell'area
Il dato per cui gli Armeni sono in prevalenza Cristiani e gli Azeri praticano la fede musulmana unito all'osservazione secondo la quale i due popoli provengono da gruppi etnici diversi spiega perchè il conflitto abbia una matrice profondamente religiosa ed etnica . La contesa tra Armenia e Azerbaijan si situa in un'area comunque attraversata da altre tensioni, data la vicinanza al Mar Caspio.
Lo specchio d'acqua, sede di importanti allevamenti ittici per la produzione di caviale che viene destinato soprattutto alle tavole dei Russi più facoltosi, nasconderebbe una ricchezza ben più pregiata.
Sotto le acque del bacino asiatico si troverebbero, secondo il Dipartimento del Commercio statunitense, qualcosa come 200 miliardi di barili di petrolio. La regione, dunque, si appresterebbe a diventare uno dei principali attori del mercato energetico dei prossimi decenni, qualcosa di simile a quello che il Mare del Nord rappresenta per l'Europa.
I cinque stati litoranei hanno diverso tempo discusso per raggiungere un accordo sul regime legale da attribuire al Mare in questione. Le opzioni maggiormente discusse sono state due: quella del “Closed Basin†(“Bacino Chiusoâ€Â), invocata da da Russia, Turkmenistan e Iran, volta a garantire lo sfruttamento delle risorse marine ai soli Paesi costieri, pur se con un grado variabile in base alla distanza dalla costa; e quella dell'â€ÂOpen Sea†(“Mare Apertoâ€Â), conforme alle risoluzioni ONU e sostenuta dagli USA, che prevede l'individuazione di zone a disposizione di tutti gli Stati della comunità Internazionale. Il 16 maggio del 2003, dopo l'ennesimo tentativo di giungere ad una soluzione unanimemente accettata, Russia, Kazakhstan e Azerbaijan hanno convenuto, in un meeting ad Alma-Ata, che le aree di rispettiva pertinenza dovessero essere determinate con riferimento alla linea mediana della superficie contesa. Questa tecnica di suddivisione attribuisce al Kazakhstan il controllo sul 31% del bacino, all'Azerbaijan e alla Russia la sovranità sul 19%, al Turkmenistan una percentuale del 18%, all'Iran solo il 13%. Si capisce perchè questi ultimi due Paesi, destinatari delle quote meno sostanziose, facciano fronte comune perchè il Caspio sia diviso in cinque parti uguali.
L'insieme delle vicende appena riportate ha un'importanza notevole dato che esse in più di un caso aiutano a spiegare l'atteggiamento di alcuni Stati in relazione proprio alla vicenda del Nagorno.
La posizione russa
Le tensioni che lacerano le rive del Caspio sono da sempre al centro dell'attenzione di Mosca, sensibilmente preoccupata dal fatto che dalla caduta del comunismo ai giorni nostri si è registrato un sensibile calo della sua influenza nell'area, bilanciato dal proporzionale incremento di quella americana. Questo costringe la potenza europea a sviluppare una politica estera estremamente raffinata con l'obiettivo di conservare visibilità e peso internazionale e al contempo ridurre al minimo gli attriti con le repubbliche ex-sovietiche, che condurrebbero queste ultime più facilmente tra le braccia di Washington. Nella pratica, il tutto si risolve in un atteggiamento fortemente ambiguo riguardo la vicenda del Karabakh. Nel 1997, l'unione in consorzio, poi fallita, delle società LUKoil e Rosneft con la Azerbaijani State Oil Company (SOCAR) avrebbe fatto pensare ad un sostegno russo delle posizioni azere nella contesa del Karabakh. Lo stesso Azerbaijan, però, ha costantemente denunciato nelle sedi internazionali l'esistenza di un traffico clandestino di armi dalla Russia all'Armenia che ha facilitato l'invasione del suo territorio. Secondo dati provenienti da Baku, il valore dell'intera operazione ammonterebbe, compresi i costi di trasporto, a un miliardo di dollari. L'accusa non mancherebbe di prove: gli azeri sostengono di aver catturato diversi blindati T-72 che, da indagini approfondite, risulterebbero provenire proprio da Mosca. La vicenda assume contorni particolarmente gravi se si pensa che gli stessi Russi, oltre che negli sforzi congiunti in sede OSCE, hanno tentato di accreditarsi anche individualmente come mediatori tra le parti in conflitto.
In fondo, le simpatie russo-armene non sono neppure poi tanto sottaciute, visto che il Ministro degli Esteri Ivanov, nel 2003, dichiarava che Yerevan costituiva l'unico vero alleato di Mosca al confine meridionale. Non è comunque opportuno per la diplomazia moscovita che si arrivi ad una vera e propria rottura con l'Azerbaijan. A suggerirlo è la circostanza per cui Mosca, oltre ad avere basi militari in Armenia, suo tradizionale alleato, controlla pure la struttura radar di Gabala, in Azerbaijan. Questa installazione, costata 10 miliardi di dollari, è di importanza fondamentale per la potenza russa dato che consente di monitorare il traffico aereo di Turchia, Iran, India, Pakistan, Cina e, addirittura, di alcune aree del Nord Africa. Il valore, economico e strategico, di questo avamposto giustifica da solo la conservazione di buone relazioni con il Paese che lo ospita, anche a costo di qualche malumore per gli amici armeni. La tensione che caratterizza attualmente l'area caucasica riserva ripercussioni negative non indifferenti per le autorità moscovite, rappresentate dalla difficile governabilità della questione cecena. L'Azerbaijan, assieme alla Turchia, è infatti sospettato di aiutare direttamente la ribellione separatista, approfittando proprio della confusione che grazie alle guerre in corso regna a quelle latitudini. La ragione per cui Mosca, nonostante ciò, preferisce comunque non assumere una posizione netta su chi debba controllare il Nagorno è in realtà abbastanza semplice da individuare: dal caos non può che trarre corposi benefici. Consapevole che il suo appoggio ad una delle parti in lotta potrebbe contribuire a risolvere velocemente la questione del Karabakh, la superpotenza preferisce non schierarsi e ottenere così che il conflitto prosegua. In questo modo si aggrava la destabilizzazione dell'area e la conseguente debolezza delle Repubbliche ex sovietiche che la occupano. Per i Russi diventa così più semplice influenzare le scelte relative allo sfruttamento delle risorse energetiche che esse controllano.
I complessi legami turco-azeri. Le difficoltà di dialogo tra Ankara e Yerevan
La politica estera della Turchia ha risentito, per lunghi anni, di un'impostazione di stampo kemalista, che voleva Ankara poco propensa ad occuparsi di quanto succedeva fuori dei propri confini, salvo che per quanto riguardava le rivendicazioni su Cipro e la zona di Mossul, nel Nord dell'Iraq. Queste due eccezioni erano comunque giustificate dal fatto che si trattava di territori considerati, almeno moralmente, di pertinenza turca.
Tale scelta di disimpegno era funzionale al mantenimento di buoni rapporti tanto con gli Stati Uniti d'America quanto con l'Europa. Sia a Washington che presso le cancellerie del Vecchio Continente, infatti, nessuno avrebbe visto di buon occhio il tentativo della Turchia di estendere la propria influenza verso il Caucaso: una mossa del genere sarebbe stata in contrasto con le esigenze americane di veder pacificata l'area e avrebbe creato problemi all'adesione all'Unione Europea dello Stato che controlla il Bosforo. L'indifferenza di Ankara verso ciò che le accadeva intorno si è riscontrata anche in relazione alla vicenda del Nagorno, concretizzandosi in una politica di neutralità che ha avuto costi non indifferenti, riconoscibili in un deterioramento dei rapporti con l'Azerbaijan, i cui cittadini condividono con i Turchi l'appartenenza allo stesso ceppo etnico e la religione musulmana. Pur se a livello di leadership i condizionamenti alla politica estera turca sono stati compresi sin da subito e tollerati (si pensi che le autorità di Baku non hanno mai chiesto espressamente aiuto ad Ankara), l'opinione pubblica azera ha letto nel mancato sostegno alle proprie posizioni rispetto all'affare Nagorno un tradimento del legame di fratellanza.
L'atteggiamento delle autorità di Ankara è mutato quando la necessità di un intervento diretto dei Turchi nel conflitto è divenuto il cavallo di battaglia di una sempre più ampia opposizione interna, comprendente il Partito Nazionale dei Lavoratori (MHP), il Partito della Sinistra Democratica e il Partito della Madrepatria. A quel punto, la Turchia si è riservata di controllare il traffico aereo di provenienza turca sui propri cieli e ha impedito che potessero attraversare i suoi confini i convogli di aiuti diretti a Yerevan.
L'operazione di sostegno agli Azeri è stata parte del più ampio disegno turco di perseguire con maggiore convinzione una sostanziale inversione di rotta in materia di politica estera, progettando il rilancio dell'immagine del Paese a livello internazionale con un particolare sguardo verso Oriente. Le difficoltà di dialogo insorte in sede di partecipazione all'integrazione comunitaria europea hanno rafforzato questo proposito.
La scelta di guardare ad Est è stata accompagnata dall'apertura delle università nazionali a studenti centroasiatici mentre sono sempre più numerosi i mezzi di informazione turchi che cercano di accreditarsi oltre i propri confini nazionali per conquistarsi nuove fette di pubblico.
Le conseguenze di questo nuovo atteggiamento non si sono fatte attendere: restando alla citata riscoperta del legame proprio con gli Azeri, essa ha comportato che la vicenda del Nagorno-Karabakh, registri ora un interesse presso i Turchi sensibilmente maggiore rispetto a qualche anno fa. Questi sono riusciti a stringere con Baku una collaborazione in campo energetico allo scopo di liberarsi dalla dipendenza dalle forniture di combustibili provenienti da Iraq e Iran. I primi risultati di questa sinergia non hanno tardato a mostrarsi e così il 25 maggio scorso è stato formalmente inaugurato l'oleodotto BTC, un opera che dalla capitale dell'Azerbaijan si snoda per 1.760 km fino al terminal portuale turco di Ceyan passando per Tblisi. Il progetto, che ha goduto del forte sostegno statunitense, ha dovuto fronteggiare diverse difficoltà di realizzazione in virtù dell'incertezza sulla sorte proprio del Karabakh.
Se l'Azerbaijan ha un ruolo chiave nella politica energetica turca e, in prospettiva, costituisce un ponte naturale verso i Paesi centroasiatici, non sembra possa prospettarsi un riavvicinamento a breve termine tra le autorità di Ankara e quelle dell'Armenia, nonostante le previsioni positive di taluni osservatori. L'ostacolo insormontabile al dialogo, ormai da lunghi anni, è rappresentato dal contestato genocidio degli Armeni ai tempi dell'Impero Ottomano. Ciascuna delle parti legge l'evento storico in maniera diametralmente opposta: i Turchi, in particolare, accusati dello sterminio, addebitano le morti armene al peggioramento delle condizioni di vita causato dalla Grande Guerra. Neppure sulle cifre della tragedia, come prevedibile, c'è accordo, visto che ad Ankara non accettano in alcun modo la stima di 1,5 milioni di morti avvalorata dai discendenti delle vittime.
La questione risale al 1915 ma, nonostante siano ormai passati 90 anni, continua ad infiammare gli animi al punto che neppure un organismo appositamente istituito per un riavvicinamento delle parti, la TARC (Turkish-Armenian Reconciliation Commission), composto in prevalenza da diplomatici a riposo e sponsorizzato dagli americani, ha sortito gli effetti sperati.
Un segnale inequivocabile della pesante atmosfera che circonda i tentativi di riavvicinamento è arrivato di recente: è della metà dello scorso maggio, infatti, la notizia del rinvio di un convegno dedicato all'argomento la cui organizzazione era stata supportata da tre importanti università di Istanbul. L'incontro di studio aveva lo scopo di dare una ricostruzione il più completa possibile dei fatti controversi, che secondo gli organizzatori sono stati troppe volte strumentalizzati politicamente. Forse per la prima volta si sarebbe data la possibilità ad uno studioso di riferire, in terra turca e in un contesto ufficiale, il punto di vista armeno sulla questione.
La scelta di posticipare l'evento a data da destinarsi è stata giustificata con riferimento all'esistenza di una campagna di pressione e minacce nei confronti dei responsabili della conferenza. Questo dato già da solo conferma quanto la distanza che separi Ankara da Yerevan continui ad essere ben maggiore di quella esclusivamente geografica.
Gli equilibrismi iraniani: le affinità etniche contro la necessità di rompere il proprio isolamento
L'Iran ha la fortuna di costituire la strada più veloce per il trasporto verso Ovest del combustibile estratto nella regione del Mar Caspio e dell'Asia Centrale. E' ovvio, allora, che Tehran non abbia alcuna intenzione di restare fuori dalle decisioni sul destino dei flussi asiatici di petrolio e gas che si intende incanalare verso l'Europa. Come prevedibile, le scelte che suscitano maggiormente l'attenzione degli Ajatollah sono quelle riguardanti il tracciato degli oleodotti che si andranno a costruire. Per avere voce in capitolo in questo campo è necessario poter contare su adeguati strumenti di pressione dei governi detentori dei giacimenti. Questi strumenti all'Iran non mancano: la carta che gli Ajatollah possono giocare per entrare a pieno titolo nella partita del trasporto energetico è rappresentata dalla minoranza azera che vive nei confini iraniani (circa 15 milioni di persone).
Per far fruttare questa risorsa, l'establishment di Tehran ha capito di dover dare una svolta all'atteggiamento di freddezza tenuto nell'ultimo decennio nei confronti del vicino, anche a causa della disputa in merito ai confini marittimi proprio nel Mar Caspio cui abbiamo fatto cenno in precedenza. Dopo lungo tempo dall'ultima visita di un leader iraniano, il premier Khatami si quindi è recato a Baku ad incontrare il suo omologo azero e ha avanzato la richiesta di un rafforzamento dei rapporti bilaterali.
Nell'occasione, allo scopo di intensificare gli scambi lungo il confine comune, i massimi rappresentanti dei due Stati hanno concluso un accordo per accrescere il numero di collegamenti stradali e ferroviari che attraversano la frontiera e per la costruzione di una linea elettrica da Imisli, nel Sud dell'Azerbaijan, e Astara, al confine iraniano.
L'intricata rete di amicizie ed inimicizie esistenti a livello internazionale pone però l'Iran in una posizione meno semplice di quanto si possa immaginare.
Pur desiderando intavolare un rapporto preferenziale con Baku, gli Ajatollah non sperano affatto in un indebolimento dell'Armenia. Yerevan, infatti, gode del sostegno militare americano e mantiene ottime relazioni con i Paesi occidentali: semmai si trovasse a vivere un momento di difficoltà finirebbe per entrare ancor più nell'orbita di Stati che con Tehran hanno relazioni contrastate, se non ostili. Proprio l'Armenia, poi, è considerata dal governo iraniano un possibile ottimo mediatore tra il proprio Paese e l'Occidente nella prospettiva di una rottura dell'isolamento in cui la Repubblica Islamica si trova. Per tutte queste ragioni, il governo iraniano ha negli anni stretto una partnership militare e commerciale con Yerevan che non ha alcuna intenzione di cessare. La prospettiva, anzi, stando alle parti interessate, è quella di un rafforzamento, con la conclusione di un accordo per la costruzione di un gasdotto i cui lavori prenderanno avvio nel 2007.
La neutralità interessata degli USA
Gli Stati Uniti tengono una posizione di formale equidistanza nel confronto che impegna Armenia e Azerbaijan. La neutralità degli USA rispetto alla contesa che riguarda il Karabakh è un punto essenziale della politica estera statunitense nel quadrante. Sino all'avvento dell'amministrazione Clinton, addirittura non esisteva una presa di posizione ufficiale di Washington sulla vicenda che stiamo esaminando. L'atteggiamento americano oggi non è affatto mutato e un evento assai recente ci fornisce una prova lampante di questa affermazione: con un comunicato ufficiale del 1 marzo scorso, l'Ambasciatore americano in Armenia è stato costretto a chiarire che l'espressione “genocidio†da lui impiegata in occasione di un incontro con rappresentanti di gruppi filoarmeni con base negli USA per qualificare il trattamento subito dai loro antenati ad opera dei Turchi Ottomani nel 1915 è da ritenersi inappropriata al caso e frutto di una valutazione personale. Ad ogni modo essa non muta la posizione degli Stati Uniti in relazione al conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh, per il quale si auspica una soluzione negoziata.
Il fatto che gli USA evitino di sposare ufficialmente la causa di una delle parti in lotta non deve però far pensare che le amministrazioni americane che si sono succedute nel tempo non siano state affatto interessate all'esito della contesa. Se Mosca ritiene di poter trarre giovamento dall'acuirsi delle tensioni intorno al Caspio, ciò che preme da sempre agli Usa è invece l'esatto opposto: una pacificazione della regione. Solo quando sarà tornata la calma nell'area Washington potrà sperare di realizzare una linea di approvvigionamento energetico verso Ovest che passi per l'Azerbaijan piuttosto che per Paesi meno graditi agli americani come Iran o Russia. Il progetto ha una priorità altissima in quanto risponde alla politica di diversificazione delle forniture di combustibili che gli Americani perseguono da qualche tempo onde evitare di restare ostaggio, in questo settore vitale per l'economia, dei soli Paesi mediorientali, Arabia Saudita in primis. Perchè il risultato di stabilizzazione sia raggiunto, gli USA non smettono di fornire aiuti economici alle Repubbliche ex sovietiche, specie a quelle del Caucaso Meridionale. In particolare, agli Stati intorno al Mar Caspio, solo nel 1999, sono stati riservati dal Congresso 228 milioni di dollari, il 17,5% dei quali (circa 39,9 milioni) vincolato al finanziamento di azioni per la ricostruzione e la soluzione pacifica dei conflitti attivi nell'area. Mentre però Yerevan è tra le capitali che in assoluto beneficiano maggiormente degli aiuti del governo americano, dalle sovvenzioni statunitensi era in origine completamente escluso l'Azerbaijan. Ai sensi della sezione 907 del Freedom Support Act (1992), nessun aiuto poteva essere indirizzato a Baku sino a quando non avesse cessato ogni offesa contro il territorio armeno e del Nagorno. In particolare si intendeva colpire il tentativo di determinare con la forza l'isolamento dal resto del mondo delle aree contese. La disposizione col tempo ha visto sensibilmente allentata sua portata restrittiva e non ha mai impedito comunque ad organizzazioni non governative americane di prestare la propria opera in Azerbaijan. Il legame che lega Baku alla superpotenza d'oltreoceano è tale che a breve da Washington potrebbero partire richieste per il controllo di basi aeree azere che sarebbero impiegate per far sentire la pressione militare statunitense sul vicino Iran.
L'impegno internazionale per la pace: il “Minsk Groupâ€Â
L'esame degli sforzi internazionali per una soluzione della crisi del Nagorno-Karabakh non può prescindere da una considerazione delle attività compiute in questa direzione in seno all'OSCE, (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione e in Europa). Un gruppo speciale di 12 nazioni, guidato da Francia, Russia e Stati Uniti, è stato incaricato, nel 1992, di supervisionare e incentivare i negoziati. Ad esso appartengono, tra gli altri, le parti in conflitto (Armenia e Azerbaijan) e l'Italia. Per discutere degli ostacoli più rilevanti alla pace in maniera approfondita era prevista la celebrazione di una conferenza di Stati, programmata a Minsk. L'evento non si è mai tenuto, principalmente a causa della difficoltà di accordarsi circa la necessità di invitare o meno, in veste di negoziatori a pieno titolo, i rappresentanti del Nagorno. Ciò non ha impedito che i soggetti impegnati nello sforzo diplomatico venissero raccolti sotto la denominazione di “Minsk Group†(“Gruppo di Minskâ€Â). In circa dieci anni di attività , i suoi membri sono stati in grado di articolare ben tre diverse proposte di soluzione del conflitto, tentando altrettante operazioni di bilanciamento degli interessi in gioco. Nessuna di esse ha ricevuto attuazione e questo induce alcuni osservatori a considerare che il fallimento dell'azione internazionale possa essere derivato, oltre che dalla complessità della questione trattata, anche da errori di approccio.
Bisogna premettere sin da subito che la questione del Nagorno-Karabakh non si presta ad un facile inquadramento all'interno del sistema di fonti che fa capo all'organizzazione regionale in parola, dato che tra i principi accolti dal trattato istitutivo ve ne sono due che in talune situazioni, come quella che stiamo esaminando, si presentano in contrasto tra loro: il principio di integrità territoriale e quello di autodeterminazione. La prassi internazionale ha di recente mostrato maggior favore verso le ragioni dell'autodeterminazione rispetto a quelle di protezione della consistenza territoriale degli stati, per la crescente rilevanza dei diritti umani nell'ambito delle relazioni internazionali. In seno all'OSCE, invece, si è preferito sposare la soluzione inversa, escludendo che l'Azerbaijan debba subire alcuna diminuzione territoriale; la concessione più sostanziosa che può di conseguenza attribuirsi alla popolazione Armena del Nagorno è il più alto grado di autogoverno all'interno dei confini dell'Azerbaijan accompagnato da una “garanzia di protezioneâ€Â. Escludere a priori che si possa negoziare l'indipendenza dei territori contesi è già di per sè una pesante ipoteca sul processo di pace.
Un limite rilevante degli sforzi diplomatici è stato anche quello di aver coinvolto solo esponenti delle leadership al potere nei Paesi in guerra, senza dare spazio effettivo alla voce di altri soggetti, quali le opposizioni parlamentari, le ONG e soprattutto l'opinione pubblica e i rifugiati. Pur essendo evidente che le decisioni sulla prosecuzione o meno dei combattimenti vengano assunte da chi detiene il comando delle truppe, il ritorno a relazioni pacifiche stabili tra Armenia e Azerbaijan passa necessariamente per l'impegno che le rispettive popolazioni sono disposte ad offrire alla causa. Le proposte di pace, per trovare effettiva realizzazione, devono essere quindi il più vicino possibile ai bisogni e alle aspettative della gente, tutte cose che possono conoscersi perfettamente solo ascoltando, accanto ai potentati, l'uomo comune. L'esigenza di raccogliere informazioni dalla popolazione sulla base delle quali derivare proposte di soluzione del conflitto si sposa pure con una particolare caratteristica del conflitto del Nagorno-Karabakh che la diplomazia OSCE non sembra aver colto: la guerra in questione non è solo dettata da interessi economici ma si alimenta anche di sentimenti ed emozioni. Si pensi, ad esempio, alla questione relativa al controllo di Shusha, città che la tradizione voleva “invincibile†e considerata il “cuore del Karabakhâ€Â. Il fatto di averla dovuta abbandonare incalzati dall'avanzata del nemico, costituisce per gli Azeri un seria umiliazione, che nessuna contropartita potrà cancellare, ancor meno se essa, come spesso previsto, fosse meramente economica.
Alcuni studiosi della vicenda del Nagorno non rinunciano a muovere critiche anche alle regole che presiedono il funzionamento del cosiddetto “Minsk Groupâ€Â. In particolare, è sembrata tutt'altro che adeguata all'esigenza di chiudere la disputa territoriale in tempi brevi la disposizione che prevede la rotazione annuale della Chairmanship tra i Paesi che lo compongono. In sostanza, i responsabili del coordinamento dell'azione diplomatica congiunta non fanno in tempo ad approfondire le questioni principali che ruotano intorno al conflitto tra Armenia e Azerbaijan che sono costretti a passare il testimone a rappresentanti di altri Stati. La composizione del fronte di Paesi che in seno all'OSCE si occupa del Nagorno comporta che un'incidenza particolare sul processo di pace è esercitata dallo stato delle relazioni USA - Russia. Diventa quindi inutile, quando le due superpotenze vivano un momento di attrito, per quanto la causa possa essere lontana dal quadrante asiatico, sperare che esse assumano atteggiamenti collaborativi per il buon esito dei negoziati.
Conclusioni: una fine del conflitto probabilmente lontana e sicuramente problematica
La complessità del quadro di interessi che ruotano intorno alla disputa territoriale in esame ci impedisce di pensare che nel breve termine possa passarsi da una tregua tra le parti alla cessazione definitiva dei combattimenti. Nell'attuale stato di cose anche sentirsi capaci di dettare una ricetta risolutiva della questione, avendo successo dove le diplomazie delle superpotenze hanno fallito, sarebbe un chiaro atto di presunzione. Mi limito quindi, ad approfondire quelli che riteniamo essere ad oggi gli ostacoli di maggior peso ad una soluzione definitiva della crisi. Primo fra tutti, penso che sia rilevante lo squilibrio delle posizioni esistente al momento tra i contendenti, dato che l'Azerbaijan ha 20% del territorio occupato dalle forze armene. E' ovvio che questo comporti ripercussioni sul negoziato. La situazione di svantaggio in cui si trova induce Baku a chiedere che il conflitto venga risolto con un accordo globale che consideri congiuntamente il problema territoriale e quello dei profughi. Convinta invece del contrario è Yerevan, cui la discussione separata dei due aspetti conferirebbe la possibilità di sfruttare al meglio la posizione di forza guadagnata sul campo e negoziare maggiori concessioni in proprio favore. La situazione inversa si registra se dal piano delle modalità di negoziazione si passa a quello dei tempi di esecuzione: l'Armenia pretende che l'eventuale accordo riceva un esecuzione scaglionata nel tempo (“step by stepâ€Â), specie per quanto riguarda il ritiro delle sue truppe, dal momento che esse sarebbero l'unica arma di pressione sugli Azeri per ottenere l'esecuzione degli obblighi che andrebbero ad assumersi; a Baku, invece, si preme ovviamente per ottenere l'inverso. Da non sottovalutare è anche la questione relativa a quali soggetti debbano effettivamente partecipare alle trattative. La diplomazia armena insiste nel ritenere che le autorità dell'autoproclamata Repubblica del Nagorno prendano parte direttamente e autonomamente agli sforzi per la composizione del conflitto. Essa sottolinea che ciò è possibile in virtù del fatto che la regione è incontestabilmente indipendente dall'Azerbaijan, dal quale si è distaccata solo dopo l'esito positivo di un apposito un referendum popolare, come la prassi internazionale più recente chiede che avvenga. A ciò deve aggiungersi che sin da subito il neonato Stato avrebbe instaurato la legalità costituzionale, celebrando elezioni pluralistiche e aperte al multipartitismo. Non sono di questa opinione gli Azeri, che denunciano irregolarità in pressocchè tutte le consultazioni che si sono celebrate e ritengono che esse siano state semplicemente uno strumento che Yerevan ha usato per dar vita a un “governo fantoccio†ad essa fedele. Una raccomandazione del Consiglio di Europa del gennaio scorso chiede alla leadership dell'Azerbaijan di aprire in maniera immediata ed incondizionata trattative con i rappresentanti del Karabakh sul futuro status della regione. Tutto fa pensare che l'invito resterà lettera morta.
Una seria ipoteca sui tentativi di riconciliazione è posta dalla presenza, tanto in Armenia quanto in territorio azero, di una forte opposizione radicale al governo, contraria a qualunque soluzione concordata della disputa territoriale. Le forze che in essa si riconoscono non mancano di far ricorso alla violenza per far fallire le trattative nei momenti chiave, quando tutto fa pensare che la questione possa risolversi tramite reciproche concessioni economiche e territoriali. L'episodio più grave si è sicuramente registrato a Yerevan: il 27 ottobre 1999 quattro uomini armati guidati dall'ex giornalista Nairi Unanyan, appartenente ad una fazione estremista del Dacnak, gruppo con forte impronta nazionalista, hanno fatto irruzione all'interno del Parlamento armeno, uccidendo il Primo Ministro Vazgen Sarkisyan e prendendo una quarantina di ostaggi. Arresisi il giorno successivo, dopo un'estenuante trattativa, hanno giustificato il loro gesto parlando di una reazione alla fallimentare politica economica del governo, causa della povertà diffusa tra la popolazione. Non è forse una coincidenza, però, che il blitz nei palazzi del potere sia seguito di qualche giorno ad alcune aperture armene nella trattativa sulla disputa territoriale che la oppone all'Azerbaijan. La tensione nell'area del Nagorno-Karabakh ha dunque tutte le caratteristiche per diventare cronica, forse lo è già . Questo ci induce a pensare che solo quando l'opinione pubblica e politica in Armenia e Azerbaijan sarà stremata dal prolungarsi del confronto bellico e ridimensionerà le proprie attese potranno aprirsi fruttuosi spazi di ascolto reciproco. Non è possibile pronosticare esattamente quali spazi di autonomia o indipendenza le parti concorderanno per la regione, potendosi escludere solo che tutto torni come prima del 1991. Nel momento in cui si giungesse ad una soluzione negoziata, la comunità internazionale sarebbe chiamata a dimostrare di essere effettivamente in grado di gestire la transizione verso nuovi equilibri in un'area in cui si intrecciano molti, troppi interessi e in cui, a differenza di altre vicende, non sono solo gli USA a tenere il pallino del gioco.
Tanya Mangalakova ha sentito Edward Fergusson, a capo del consorzio per la costruzione di un oleodotto che dovrebbe collegare Bourgas, sul Mar Nero a Vlora in Albania. Secondo quest'ultimo non vi sono rischi ambientali legati agli oleodotti, il problema vero sarebbero piuttosto ONG e partiti ambientalisti Bosforo e Dardanelli ormai sarebbero vie di comunicazione congestionate, in particolare per le petroliere. Da anni sono allora nate proposte di oleodotti che colleghino Mar Nero e Mediterraneo. L'area dei dei Balcani rientra in tre di queste ultime, la Costanza-Trieste, la cosiddetta AMBO da Bourgas a Vlore e la Bourgas-Alessandropoli. Sino ad ora sono tutti progetti rimasti esclusivamente sulla carta. Ne abbiamo parlato con Edward Fergusson, presidente e direttore esecutivo del consorzio che intende realizzare l'oleodotto che collega Bourgas, città sulla costa della Bulgaria a Vlore, in Albania. Lo abbiamo incontrato lo scorso 19 giugno, a Sofia, durante una conferenza dedicata alle grandi infrastrutture nei Balcani e all'integrazione europea. Fergusson racconta della nascita del progetto nel 1994, di come ha iniziato ad occuparsene quando allora lavorava alla "Brown and Root" - grossa azienda statunitense che fornisce servizi legati alle costruzioni, all'ingegneria ed all'energia e collabora molto strettamente con il Pentagono - quale responsabile per progetti in Europa ed Africa, e descrive, a suo avviso, le prospettive e le difficoltà che sta incontrando questo progetto. La "Brown and Root" ha supportato anche le operazioni militari USA nei Balcani. Si calcola che dal 1995 al 2000 circa un sesto del budget dei militari USA nei Balcani sia andato a quest'ultima.
Come è nato quest'ambizioso (e molto costoso) progetto denominato AMBO? Come mai è rimasto sino ad ora solo sulla carta?
Con l'emergere della Confederazione degli Stati Indipendenti ed il disfacimento dell'Unione Sovietica sono nate per noi molte opportunità in quest'area geografica. Vuko Tashkovic, che faceva l'architetto a New York, è venuto a visitarmi nel mio ufficio a Londra dicendomi di aver l'idea di costruire un oleodotto che collegasse Bourgas, in Bulgaria, a Vlore, in Albania, passando molto vicino a Skopje, Macedonia. Gli ho risposto che per me era un progetto troppo ambizioso per un architetto, da solo. Tutto quello che sapevo era che molto greggio proveniva dal Mar Nero e ritenevo che fosse una cosa naturale pensare ad un collegamento tra quest'ultimo ed il Mediterraneo, cercando di bypassare il Bosforo. Questo andava a beneficio della Macedonia e questo era il vero motivo per cui lui mi proponeva il progetto, evitando tra l'altro anche l'embargo greco. Ho cercato di spiegargli che si trattava di un progetto enorme e che solo grosse aziende con tasche profonde si occupano di progetti di questo tipo.
Un progetto mega. Nei Balcani, con Paesi con un PIL limitato, ci riesce difficile anche immaginarlo ….
Non è poi così grande. In ogni caso gli studi di fattibilità sono molto costosi. Negli stessi giorni in cui sono andato in pensione dalla "Brown and Root", dopo aver seguito per trent'anni grandi progetti nel mondo intero, Vuko Tashkovic si è ammalato gravemente e mi ha chiesto di andarlo a trovare a New York, ritenendo che ormai non avrei più seguito il progetto AMBO. Ma in realtà dal primo incontro il progetto AMBO non era più progredito. Poi Vuko è morto e la moglie mi ha chiesto di prendere in mano la loro azienda. La prima cosa che abbiamo fatto è stato aggiornare lo studio che avevamo già realizzato nel 2000. Poi tra il 2002 ed il 2003, in linea con le previsioni, si scoprì che i giacimenti di petrolio sotto il Mar Nero erano particolarmente rilevanti, e non solo il Bosforo ma anche lo stretto dei Dardanelli ha iniziato a divenire "troppo stretto". Nell'inverno 2003-2004 le perdite delle aziende petrolifere a causa di cattive condizioni del tempo oppure ritardi nelle consegne sono state rilevanti. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica è notevolmente aumentato il transito di petroliere in quest'area e questo è causa di ritardi. Ora la costruzione di un oleodotto è divenuta una necessità anche perchè si tratta di cargo pericolosi per l'ambiente.
Ma chi pagherà per la costruzione di un oleodotto?
Tutti questi progetti di infrastrutture legate all'energia debbono essere pagati o dalle aziende petrolifere o dai consumatori. Per quanto riguarda le prime i finanziamenti debbono arrivare da quelle aziende che poi hanno garanzie in merito alla copertura del mercato al quale ci si riferisce. E' nostra intenzione di sottoscrivere contratti per il trasporto del greggio e grazie a quei contratti finanzieremo la realizzazione dell'oleodotto.
Potrebbe descrivere brevemente il percorso dell'eventuale oleodotto? Quest'ultimo è chiaro in Bulgaria ma in Macedonia vi è un'incertezza tra Skopje e Tetovo, naturalmente se si passasse sul territorio di quest'ultima occorrerà rapportarsi anche con i leader della minoranza albanese …
Ritengo che la domanda non sia formulata in modo corretto. In Macedonia abbiamo parlato del progetto solo qualche giorno fa, con il Ministro dell'economia. Il percorso è oramai quasi del tutto definito in Albania e Bulgaria anche se vi è ancora dibattito per quanto riguarda il terminal sul Mar Nero. Quindi anche in Bulgaria vi sono ancora elementi di dibattito. In Macedonia non abbiamo più di due opzioni.
La prima via Skopje e la seconda via Tetovo …
Un possibile tragitto è passare a sud di Skopje e poi tirare dritto in direzione sud-ovest passando il confine con l'Albania a circa trenta chilometri a nord del Lago di Ohrid. La polemica a cui lei si riferisce riguarda un possibile spostamento per passare nei pressi di Tetovo. Sinceramente non so. Dal punto di vista tecnico ed economico quest'opzione non ci attrae più di tanto perchè significherebbero 50 km in più di oleodotto, che verrebbe costruito in un'area ricca di falde acquifere. Stiamo provando ad evitare quest'ultima. Dobbiamo ancora approfondire sul terreno le nostre indagini.
Chi della comunità albanese sta insistendo perchè si opti per il passaggio via Tetovo?
In realtà nessuno. Il Ministro ci ha solo chiesto di dargli le motivazioni per la scelta di un'opzione piuttosto che dell'altra. Non ci ha chiesto niente altro. Qualche quotidiano ha affermato il contrario, ma non è mai stato detto nulla in proposito.
Nell'aprile scorso ambientalisti albanesi hanno protestato contro la costruzione dell'oleodotto "Bourgas-Vlore" sostenendo che rischia di deturpare un tratto di costa molto bello. Che pensa a proposito?
Le uniche proteste di cui ho sentito non riguardavano l'oleodotto. L'Albania ha un proprio giacimento e due raffinerie che dal punto di vista ambientale sono un disastro. Lo sappiamo tutti, lo sa anche il governo albanese. Qualsiasi cosa facciamo con il nostro oleodotto rappresenterà solo un miglioramento di tutto ciò che attualmente in Albania è legato al petrolio. Gli oleodotti di per sè non rappresentano un disastro ambientale, sono il modo più sicuro di trasportare greggio. Più sicuri delle petroliere, dei treni, di qualsiasi altro mezzo di trasporto. L'importante è costruire ed operare secondo determinati standard. Ed è questo che intendiamo fare, altrimenti le istituzioni finanziarie internazionali non ci concederebbero alcun credito. Necessitiamo di approvazioni rispetto a tutto quello che facciamo, compresa soprattutto una valutazione di impatto ambientale. Posso fare l'esempio di un progetto di oleodotto dal Caucaso alla Turchia che ha causato molte proteste. Solleviamo sempre le proteste delle ONG, dei partiti ecologisti che non ci credono e che costituiscono il problema effettivo, che non sono certo i rischi connessi al trasporto di greggio. Le uniche proteste di cui ho sentito parlare in Albania sono quelle nella baia di Vlore. Lo capisco, avviene lo stesso nel porto di Bourgas. E' un'area turistica, la gente va lì in vacanza e non vuole vedere le infrastrutture legate al trasporto del greggio. E' compito nostro e del governo albanese quello di convincere l'opinione pubblica che si tratta di un progetto fatto bene, collocato nei posti giusti e che può essere gestito con impatti minimi. Prima che la gente condanni il progetto nel suo complesso vorrei che aspettasse di conoscerlo a fondo. Sino ad ora lo abbiamo presentato a piccoli gruppi di persone e non ad un pubblico ampio. Questa è la prossima fase in cui entreremo.
Molti considerano il vostro progetto come concorrente di chi invece vorrebbe costruire un oleodotto che collega Bourgas ad Alessandropoli, in Grecia. Che questioni entrano in ballo? Geopolitiche o esclusivamente di concorrenza economica tra due consorzi contrapposti?
Entrambe. Vi è una scuola di pensiero secondo la quale vi sarebbe abbastanza greggio da far funzionare a pieno entrambi gli oleodotti. Potrebbe essere vero. I due oleodotti dovrebbero avere all'incirca le stesse capacità di trasporto, circa 35 milioni di tonnellate all'anno. Complessivamente circa 70 milioni di tonnellate. Attualmente attraverso il Bosforo se ne trasportano ogni anno 100 milioni. Petrolio ve ne è abbastanza per entrambi ma temo che la questione non sia così semplice. Ciò che accadrà è che i due oleodotti saranno concorrenti soprattutto per quando riguarda l'attrazione dei fondi per la costruzione. E sta ai trasportatori decidere dove vogliono mettere il loro greggio. Vengono proposte due soluzioni differenti allo stesso problema. Vi è qualcuno che afferma che l'oleodotto con il proprio terminal ad Alessandropoli sarà più breve, quindi meno caro. Ma è più lontano di noi dai mercati di destinazione.
E per quanto riguarda le opzioni politiche? Due consorzi diversi. All'AMBO partecipano prevalentemente aziende USA mentre a capo dell'altro progetto vi sono compagnie greche e russe. Il vostro studio di fattibilità è stato sostenuto con 1 milione di dollari di credito concesso dalla US Trade Agency …
Siamo uomini d'affari, non optiamo per la dimensione politica. E' senza dubbio vero che inizialmente abbiamo ricevuto il supporto del governo USA e che la Trade Agency ci ha aiutato nel nostro studio di fattibilità del 2000. Ma anche prima il nostro intento era quello di intercettare il greggio del Caspio e per definizione questo significa interagire con compagnie petrolifere occidentali. Non per questo abbiamo evitato compagnie petrolifere russe. Abbiamo provato a confrontarci ma oltre ad esprimere interesse in termini generali non si sono mosse. D'altro canto le compagnie petrolifere occidentali hanno sempre mostrato vivo interesse. Il progetto Bourgas-Alessandropoli è stato di fatto adottato da due governi, poi naturalmente si sono aggiunti i bulgari ma le due forze motrici sono state Grecia e Russia. Quindi è entrata in campo la politica. Noi siamo un'azienda privata, con fondi privati. Quello della US Trade Agency è stato un prestito tecnico, che dovremo restituire. Certo, senza alcun tasso di interesse, ma ritengo questa sia una buona politica da parte del governo USA. Anche altri governi dovrebbero fare lo stesso. Se compagnie occidentali volessero entrare nel consorzio dell'oleodotto Bourgas-Alessandropoli nessuno impedirebbe loro di farlo. Così devono andare gli affari. Non sono sicuro invece che le compagnie russe sarebbero pronte ad adottare l'opzione occidentale.
Michael Chossudovski, ricercatore ed analista politico canadese, ha scritto un articolo nel quale collega la guerra in Kosovo e la crisi in Macedonia al progetto AMBO. Che pensa in merito?
Conosco l'articolo al quale fa riferimento: è stato un vero e proprio "Nobel". Degno di Ian Flemming e del suo personaggio James Bond alle prese con un oleodotto a Baku. Veramente una fervida immaginazione. Lo trovo in fin dei conti ridicolo. Tutti già potevano prevedere che ci sarebbe stata una guerra in Kosovo ai tempi in cui venni contattato da Vuko Tashkovic. Mi sembra che l'articolo parlava di USA e risorse petrolifere. Sarebbe sbagliato affermare che non ci sia alcun legame tra interessi dei governo e passaggi nei loro territori dell'oleodotto. Vi sono certamente interessi in ballo. Ma non riesco a capire come si possa mettere tutto assieme e tirarne fuori una sorta di cospirazione.
***
[b:4e7676a25d]"E' cominciata la battaglia per i corridoi petroliferi"[/b:4e7676a25d]
Data: [color=red:4e7676a25d]19-06-2002  [/color:4e7676a25d]Fonte: "Kapital"
Autore: Sija Velinova e Galja Aleksandrova
N.E. BALCANI #570 - BULGARIA/BALCANI
19 giugno 2002
FONTE: http://www.notizie-est.com/article.php?art_id=558
E' COMINCIATA LA BATTAGLIA PER I CORRIDOI PETROLIFERI
di Sija Velinova e Galja Aleksandrova ("Kapital" [Sofia], 8-14 giugno 2002)
L'americana "AMBO Corporation" vuole ricevere entro la fine di giugno una risposta dal governo bulgaro che confermi se quest'ultimo è interessato o meno al progetto di costruzione di un oleodotto dal porto bulgaro di Burgas a quello albanese di Valona. Lo ha dichiarato a "Kapital" il rappresentante della AMBO (Compagnia petrolifera albano-macedone-bulgara) per la Bulgaria, Rumen Nikolov. La compagnia, che è stata creata appositamente per la costruzione dell'oleodotto, si attende di ricevere una lettera di sostegno da parte del governo bulgaro che serva come garanzia politica per la realizzazione del progetto, da presentare ai futuri investitori. "Tale sostegno viene richiesto su insistenza degli stessi investitori che hanno dimostrato interesse per l'oleodotto e che sono interessati alla posizione di ogni singolo paese coinvolto nel progetto", ha spiegato Nikolov. La questione del sostegno è stata posta già un mese fa dal presidente dell'AMBO, Ted Ferguson, innanzi al vicepremier e ministro per lo sviluppo regionale, Kostadin Paskalev, nonchè in occasione della visita compiuta dal vicepremier Nikolaj Vasilev negli USA nel maggio scorso.
Tuttavia non vi sono ancora state reazioni da parte del governo bulgaro in merito alla questione. Secondo il vicepremier Kostadin Paskalev non si tratta affatto della richiesta di un sostegno politico al progetto. "In questa fase, quello che vogliono quelli della AMBO è che il progetto di oleodotto venga esaminato e approvato dal consiglio tecnico presso il Ministero dello sviluppo regionale e dei lavori pubblici, per dare il via alla progettazione delle strutture", ha spiegato Kostadin Paksalev a "Kapital". "Il progetto verrà esaminato dal consiglio di esperti del ministero entro tempi brevissimi", ha confermato il vicepremier. Secondo la sua opinione, verrà dato il sostegno all'avvio della progettazione della struttura.
LA COMPETIZIONE DEGLI OLEODOTTI
Da lungo tempo è chiaro che in nessun caso sarà possibile realizzare due progetti di oleodotti che attraversino la Bulgaria. In primo luogo, perchè sia l'Europa che i proprietari del petrolio del Caspio si sforzano quanto più possibile di diversificare i tracciati per il trasporto della materia prima. In secondo luogo, perchè la costruzione di un tale condotto costituisce sempre in una certa misura una minaccia per l'ambiente e due strutture simili sarebbero troppe per un paese piccolo come la Bulgaria. In terzo luogo, forse l'argomento più convincente è che in realtà non vi è petrolio a sufficienza per riempire due oleodotti, in misura tale da garantirne la redditività . Le previsioni iniziali relative ai giacimenti di petrolio nel bacino del Mar Caspio sono state riviste e attualmente molti degli esperti le considerano eccessivamente ottimistiche. Secondo la maggior parte delle stime esperte, se verrà costruito l'oleodotto Baku-Ceyhan, cosa che con ogni probabilità avverrà , visto che gode del categorico sostegno finanziario e politico degli USA, quasi sicuramente rimarrà petrolio al massimo per un solo altro oleodotto. E qui la competizione è tra la Bulgaria e gli altri paesi candidati per offrire terreni da destinarsi al corridoio petrolifero (tali paesi sono la Romania, l'Ucraina e la Grecia, la quale, oltre al percorso Burgas-Aleksandroupolis, ha anche una seconda variante con il tracciato Turchia-Grecia-Albania-Italia) e, sul piano interno, tra i due progetti che riguardano il territorio della Bulgaria. Il precedente governo dava priorità al progetto AMBO. Forse il motivo era il categorico orientamente filoatlantico del governo Kostov. L'amministrazione americana ha dichiarato più di una volta di appoggiare tale progetto. Con l'entrata sulla scena del nuovo governo, dall'autunno scorso inaspettatamente ha cominciato a guadagnare terreno il progetto che dal porto di Burgas porta alla Grecia. E' evidentemente l'esito del miglioramento dei rapporti con la Russia, ma ha avuto un suo ruolo anche la tensione in Kosovo e Macedonia, che per un certo periodo hanno fatto diminuire l'interesse degli investitori per il progetto.
L'avanzamento del progetto congiunto con Atene ha attivizzato anche i concorrenti. Secondo gli esperti che lavorano alla realizzazione del progetto dell'AMBO, la società americana sta cercando di ricuperare il tempo e le posizioni perduti, effettuando pressioni sul governo per ottenere garanzie politiche da presentare agli investitori e ai creditori. "Non vi sono pressioni da parte degli americani per una realizzazione in tempi più rapidi del progetto Burgas-Valona", ha commentato Paskalev. Secondo la sua opinione, la Bulgaria è interessata a partecipare a questo progetto e in una fase successiva esso riceverà il necessario sostegno istituzionale e politico della parte bulgara, ma prima sarà necessario valutare la coerenza economica del progetto. La condizione per la concessione di un tale sostegno sarà l'assenso al finanziamento della costruzione dell'oleodotto da parte delle compagnie petrolifere che si interessano di trasporto del petrolio del Caspio. Per ora l'interesse degli investitori nei confronti di questo progetto è grande, ma non è stato ancora espresso un impegno finanziario concreto da parte delle compagnie. L'interesse per il tracciato Burgas-Valona proviene da giganti petroliferi come Texaco, Chevron e British Petroleum. Secondo l'opinione degli esperti, il progetto di oleodotto fino a Valona ha notevoli vantaggi rispetto al progetto Burgas-Aleksandroupolis. Il principale vantaggio è che lungo tale tracciato potranno transitare maggiori quantità di petrolio. Attualmente presso il porto albanese possono essere caricate navi per una capacità di carico di 300.000 tonnellate, mentre ad Aleksandroupolis le capacità sono di 100.000 tonnellate di petrolio. Burgas-Valona offre vantaggi anche per il fatto che il Kazachistan ha dimostrato di essere seriamente interessato a partecipare al progetto. Attualmente la produzione di petrolio di tale paese è di 25 milioni di tonnellate annue, ma l'intenzione è di portarla a 100 milioni di tonnellate annue. Questo vuole dire che se il Kazachistan parteciperà alla costruzione di Burgas-Valona, potranno essere assicurate quantità di petrolio tali da garantire la realizzazione del progetto. Secondo i calcoli preventivi, Burgas-Valona avrà un valore di 1.130 miliardi di dollari. Il tracciato ha una lunghezza di 900 chilometri e lungo di esso transiteranno 35 milioni di tonnellate di petrolio all'anno. Il tracciato che da Burgas va ad Aleksandroupolis avrà una lunghezza di 300 chilometri e costerà tra i 600 e i 680 milioni di euro. L'altra differenza fondamentale tra i due progetti è che quello Burgas-Aleksandroupolis verrà realizzato sulla base di accordi interstatali e con la partecipazione statale di ciascuno dei paesi coinvolti. Burgas-Valona, invece, verrà costruito interamente con finanziamenti privati. Questo progetto ha anche un'analisi economica preventiva, secondo la quale solo con i diritti di transito la Bulgaria guadagnerà tra 70 e 80 milioni di dollari all'anno. La mancanza di una tale motivazione per l'oleodotto fino ad Aleksandroupolis per il momento allontana gli investitori. Tuttavia, la variante dell'oleodotto che porta in Grecia per ora viene messa in primo piano, perlomeno dal governo bulgaro, rispetto al progetto dell'AMBO. E questo nonostante in relazione a questo progetto non siano state superate alcune delle divergenze tra Sofia e Atene per quanto riguarda la futura divisione delle quote tra i paesi che parteciparanno alla costruzione dell'oleodotto.
Secondo Paskalev non vi sono ostacoli all'avvio della realizzazione di entrambi i progetti, se il governo valuterà di essere interessato e se vi saranno motivazioni economiche per prendervi parte. Per ora i piani del ministro per le regioni sono quelli di arrivare entro la fine dell'anno alla firma di un accordo tra Bulgaria, Grecia e Russia per la creazione di una società interstatale destinata alla costruzione di Burgas-Aleksandroupolis, risolvendo entro l'inizio dell'estate tutte le controversie con la parte greca. Per ora, tuttavia, le trattative si trascinano e non vi è ancora nessuna novità positiva sull'accettazione della parte greca di tutti gli argomenti del governo bulgaro per la suddivisione delle quote dell'oleodotto. Quello che Atene non riesce ad accettare fino in fondo è che la Bulgaria abbia nel progetto una quota equa del 33%, dato che non si è garantita i mezzi per una sua realizzazione. La parte greca insiste affinchè la futura partecipazione dei singoli paesi venga definita in relazione ai mezzi che ogni paese è riuscito a raccogliere per la realizzazione del progetto. E questo, allo stadio attuale, dà notevoli vantaggi alla Grecia, che ha già assicurato circa 120 milioni di euro per la costruzione di Burgas-Aleksandroupolis. La decisione relativa all'oleodotto AMBO, da parte sua, viene in una certa misura ritardata, tra le altre cose, anche per il prolungarsi di queste trattative con Atene. Secondo gli esperti ciò crea il pericolo che gli investitori dirottino il loro interesse verso tracciati che sono al di fuori del territorio della Bulgaria. Vi è un rischio anche perchè entro la fine di giugno le grandi compagnie petrolifere investitrici dovranno decidere se partecipare o meno al progetto per la costruzione dell'oleodotto Baku-Ceyhan. "Entro tale scadenza si prevede che verranno pubblicati i risultati ottenuti dalla British Petroleum con i sondaggi e con l'analisi della coerenza economica di tale oleodotto, che rappresenta una priorità per le compagnie petrolifere, ha spiegato Rumen Nikolov della AMBO. Si prevede che sulla base di tali analisi gli investitori decideranno con quali finanziamenti prendere parte al progetto, dal quale a sua volta dipenderà la loro partecipazione alla costruzione dei rimanenti tracciati petroliferi.
DUE "RINASCITE" NEL CAMPO DEGLI AFFARI SOSPETTI
(riassunto da "Kapital" [Sofia], 8-14 giugno 2002)
Il settimanale "Kapital" dedica ampio spazio al viaggio a Skopje dei principali rappresentanti del club di affaristi bulgari "Rinascita" ("Vazkresenie"), recatisi in visita presso i loro colleghi macedoni del club... "Rinascita" ("Voskresenie")! Il club bulgaro, che recentemente si è trasformato, grazie all'ex zar Simeon, in una sorta di gruppo di consulenza presso il governo di Sofia, sta cercando di ampliare i propri orizzonti alla più ampia area balcanica. I rapporti inizialmente idilliaci con l'esecutivo dell'ex zar si sono infatti corrosi con il tempo, in particolare per l'esclusione da grandi opere, come il futuro oleodotto Burgas-Aleksandroupolis, o da importanti privatizzazioni, come quella della banca Biohim. Del club "Rinascita" bulgaro fanno parte personaggi come Ilia Pavlov, capo della Multigroup, holding finanziaria creata con fondi provenienti da attività illecite, o come il banchiere Emil Kiulev, legato alla mafia russa, o ancora come Petjo Blaskov, proprietario del controverso quotidiano "Monitor". E' recentemente entrato a fare parte del club anche Petar Mandzukov, il maggiore commerciante d'armi della Bulgaria, che già operava nel settore ai tempi del regime comunista. Secondo quanto scrive "Kapital", gli imprenditori del club "Rinascita" bulgaro puntano ora a rifarsi sulla scena balcanica, grazie in particolare ai buoni contatti del segretario del club, Stojan Dencev, con il Patto di Stabilità . Attraverso quest'ultimo, gli imprenditori del club puntano a ottenere accesso ai grandi progetti infrastrutturali, come quelli relativi al Corridoio n. 8 (Burgas-Valona). Da qui la recente trasferta a Skopje, paese centrale del corridoio, per cercare un'alleanza con gli omonimi macedoni. "Kapital" fornisce anche un breve elenco dei principali esponenti del club "Rinascita" macedone. Il presidente è Mihail Trendafilov, proprietario di una ditta di costruzioni e engineering. Tra gli altri imprenditori vi è Kiril Janev, proprietario di un'azienda tessile privatizzata illegalmente, sindaco di Strumica, esponente estremista della VMRO-DPMNE (è membro di una dozzina di consigli di amministrazione controllati da tale partito), amico intimo della famiglia del premier Georgievski. Un altro membro è Zore Temelkovski, imprenditore, ex deputato della SDSM di Crvenkovski, dalla quale ora avrebbe preso le distanze, e sospettato di legami con la mafia macedone e balcanica (ha da lungo tempo rapporti d'affari con la Multigroup di Ilia Pavlov). Jorgo Kuka, da parte sua, è legato ai circoli d'affari della SDSM, mentre Kiro Pendev è direttore della Balkanska Banka, controllata dalla bulgara Multigroup. Il segretario del club, Irena Kocareva, è moglie di un dirigente del Ministero degli Interni e nuora di uno dei più noti avvocati di Skopje, specializzato nella difesa di mafiosi. Come commenta "Kapital", nei progetti regionali c'è spazio per tutti: banchieri, boss del gioco d'azzardo, costruttori e commercianti di metalli, assicuratori e commercianti d'armi...
(traduzione e riassunto a cura di A. Ferrario)
***
[b:4e7676a25d]COME TI SPACCO UN PAESE IN OTTO PARTI ADDOSSANDO LA COLPA ALLE VITTIME[/b:4e7676a25d]
A. Martocchia
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia
(Contributo scritto per il seminario "DAL GOLFO ALL'AFGHANISTAN.
PASSANDO PER I BALCANI: LA SFIDA IMPERIALISTICA TRA USA E UE "organizzato dalla Ass. "Pianeta Futuro" a Pisa il [color=red:4e7676a25d]22/3/2002[/color:4e7676a25d])
FONTE: http://www.controcorrente.info/Dossier/cometispaccopag1.htm
La disgregazione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia -per tutto il secondo dopoguerra Stato-cuscinetto tra i due blocchi, chegodeva di ampia autonomia e prestigio nello scenario mondiale - e' statavoluta, agevolata e sancita dalle consorterie occidentali, comeconseguenza della loro "vittoria" al termine della Guerra Fredda.L'interesse strategico dei paesi imperialisti per i Balcani risultaevidente gia' solo abbozzando una stringata cronologia del loro ruolonel processo di disgregazione e soggiogamento, in atto ormai da piu' didieci anni; e d'altronde, non per caso questa semplice operazione di"mettere in fila" gli avvenimenti non viene generalmente compiuta danessun commentatore sulla stampa borghese, stampa che ha preferito epreferisce tuttora sbizarrirsi con interpretazioni irrazionalistiche elombrosiane, dal contenuto fortemente disinformativo.
PICCOLA CRONOLOGIA  Il 29/11/1990, mentre si festeggia per l'ultima volta la festa nazionalein Jugoslavia, tutti i giornali pubblicano le "rivelazioni" della CIAche giura che il paese si sta per disintegrare. All'inizio dello stessomese il Congresso USA aveva approvato la legge 101/513 per l'appoggio atutte le leadership liberiste, nazionaliste e secessioniste.  Il 15/1/1992 i paesi della Comunita' Europea, nonostante la situazionealtamente pericolosa ed instabile sul terreno, riconoscono formalmentele secessioni slovena e croata, sancendo cosi' gli effetti della"forzatura" di parte tedesca e vaticana. Successivamente, la Bosniaverra' invitata a seguire l'esempio attraverso l'indizione di unreferendum illegittimo e largamente boicottato dalla popolazione.  La diretta conseguenza del riconoscimento della indipendenza dellaBosnia-Erzegovina saranno tre anni di guerra fratricida. La secessionedella Bosnia, centro simbolico e storico della Lotta Popolare diLiberazione e della "Unita' e Fratellanza" jugoslave, rappresenta ilpiu' grande colpo inferto al cuore della Jugoslavia multinazionale. Isuccessivi anni di conflitto serviranno ad affogare, possibilmente persempre, la idea jugoslavista in un lago di sangue e di menzogne.  Gli Stati Uniti d'America hanno usato prima la Germania e poi l'interaComunita' Europea come battistrada, ma il loro appoggio a livellomediatico, diplomatico, finanziario e militare ai secessionismi, especialmente al separatismo bosniaco-musulmano, sara' sempre piu'sfacciato. Il loro attivismo surclassera' via via di gran lunga quellodegli europei. A livello diplomatico, gli USA si renderannoresponsabili del boicottaggio dei piani di pace, a partire dal pianoCutileiro(marzo 1992: l'ex ambasciatore Zimmermann invita musulmani e croati aritirarela loro firma). Via via, gli USA riusciranno a screditare e far fallireogniintervento attuato sotto l'egida delle Nazioni Unite, imponendo laprogressivasostituzione delle missioni ONU con missioni piu' direttamente gestitedall'Alleanza Atlantica. E' il periodo delle grandi "stragi a mezzostampa", delle rimozionidei vari Morillon, MacKenzie, Akashi, eccetera, e delle prime operazionidiguerra della NATO in Europa. Nel settembre 1995, USA ed UE scatenano aidanni dei serbi della Bosnia il primo massiccio bombardamento sul suoloeuropeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. I serbi vengono primadiffamati e poi colpiti perche', tra gli jugoslavi, essendo distribuitiin quasi tutte le repubbliche ex-federate sono quelli che meno di tuttihanno interesse alla frantumazione del loro paese.  Nell'autunno 1995, la firma degli accordi di Dayton consente, tral'altro, lo stanziamento "sine die" di truppe della NATO sul territorioridotto ormai ad un protettorato internazionale.  Nella primavera del 1999, dopo anni di strumentalizzazione del movimentoseparatista pan-albanese, USA ed europei bombardano installazionimilitari, strutture produttive, di comunicazione e di trasporto dellafederazione  serbo-montenegrina, allo scopo di agevolare la secessionedella provincia di Kosovo e Metohija. I bombardamenti sulle industriechimiche a pochi chilometri da Belgrado causano una gravissimacontaminazione ambientale, e costringono alla resa il governo jugoslavo.Nella provincia occupata dalle forze NATO e dalle bande dell'UCK, loroalleate, viene instaurato un regime di terrore contro le minoranze,mentre gli USA impiantano enormi basi militari come quella di CampBondsteel presso Urosevac, che e' la piu' grande base USA costruitaall'estero dai tempi del Vietnam. ÂÂ
Nell'ottobre 2000, mentre nella RF di Jugoslavia e' in atto un grande,eroico sforzo per la ricostruzione (ad esempio alla Zastava diKragujevac), in occasione delle elezioni le pressioni occidentali sulpaese raggiungono un nuovo apice: l'apparato mediatico antigovernativoe' mobilitato in Jugoslavia ed all'estero, le navi da guerra pattuglianol'Adriatico, le diplomazie minacciano ulteriore isolamento el'inasprimento di un embargo che dura ormai da sette anni. Si vuoleimpedire ad ogni costo lo svolgimento del secondo turno elettorale:percio' si plaude all'assalto al Parlamento - dove la coalizione digoverno ha nuovamente conquistato la maggioranza - ed alla devastazionedell'ufficio elettorale, con relativa distruzione delle schede. Neigiorni successivi verranno attaccate le sedi dei partiti della sinistrae dei sindacati, ed esponenti politici e sindacali verranno fattioggetto di aggressioni.
UN MOSAICO DI PROTETTORATI ÂÂ
D'altronde, negli anni precedenti si era visto di tutto: dairifornimenti massicci di armi attraverso i nostri porti, talvolta usandopersino convogli di organizzazioni religiose o umanitarie (es. CroceRossa), alla beatificazione di arcivescovi nazisti (es. Stepinac), allostragismo operato da servizi segreti "amici" per portare alle stelle latensione (es. stragi di Markale a Sarajevo), ai bombardamenti diconvogli di profughi (es. Kosovo) o di fabbriche presidiate dailavoratori (es. Kragujevac). Abbiamo saputo dell'addestramento delleformazioni separatiste da parte di agenzie di mercenari (come la MPRI,che ha sede in Virginia, USA), e del coinvolgimento di agenziespecializzate per il "lobbying" e la disinformazione strategica (come laRuder&Finn Public Global Affairs). Sulla scorta di tutto questo, noncredo nemmeno necessario argomentare oltre sul ruolo della cosiddetta"comunita' internazionale" in Jugoslavia. La ex Repubblica Federativa eSocialista era gia' stata smembrata, con riconoscimento internazionale,in cinque parti entro il 1992. Con i bombardamenti del 1999 si ponevanole basi della secessione della provincia del Kosovo-Metohija. Con lapresa del potere da parte di una classe dirigente vassalla (lacoalizione DOS) si creavano le condizioni per cancellare la "Jugoslavia"dalle piantine geografiche: e' di pochi giorni fa la notizia di unaccordo, mediato da quello stesso Xavier Solana che guidava la NATO nel1999, in base al quale sopravvive solamente una Unione formale, eprovvisoria, tra Serbia e Montenegro. Nel frattempo, acquista peso ognigiorno di piu' il separatismo ungherese in Vojvodina, alleato della DOS.  Ulteriore disgregazione e' in atto in Macedonia. Anche in quest'ultimarepubblica ex-federata il separatismo pan-albanese e' stato fomentatonegli anni passati, ed e' stato fatto esplodere la scorsa primavera(2001) usando le milizie paramilitari dell'UCK che per le loro azioni sisono avvalse delle retrovie del Kosovo, controllate dalla NATO. Laconseguente destabilizzazione ha consentito alla stessa NATO diimpiantarsi in Macedonia nel ruolo di "pompiera": seguendo un copioneormai ben collaudato, a fare da pompieri sono gli stessi incendiari.  Una stabile presenza di truppe occidentali in tutta la regione, ridottaad un "patchwork" di protettorati, consente il controllo delle vie dicomunicazione, ed in particolare in Macedonia consente di avviare larealizzazione del cosiddetto Corridoio numero 8, sulla direttrice traAlbania e Bulgaria. Si noti d'altronde che anche in Bulgaria, dove puregia' vige un regime filo-occidentale come in Macedonia, la presenza diuna minoranza turca costituisce per la NATO un utile strumento per farsaltare gli equilibri del paese non appena cio' sara' ritenutonecessario.  E' il classico "divide et impera". Gli strumenti per attuarlo possonoessere  "innovativi" (disinformazione strategica, penetrazione culturaleo tramite organizzazioni cosiddette non-governative, eccetera) oppure"tradizionali" (appoggio a settori politici reazionari o direttamentecriminali, bombardamenti, occupazioni militari, ecc.), ma la filosofiacomplessiva e' sempre quella dell'"arancia": per meglio mangiarlabisogna suddividerla spicchio per spicchio. Talvolta qualche spicchio sirompe e bisogna sporcarsi le mani... di sangue.  INTERESSI CONTRASTANTI ATTORNO AL "CORRIDOIO OTTO": IL MARTIRIO DELLAMACEDONIA  Tuttavia, all'interno di questo processo, in qualche caso si palesa ilcontrasto tra le stesse potenze imperialistiche. Questo vale ad esempioper gli interessi energetici, alla vigilia della "grande crisi" delpetrolio (cfr. A. Di Fazio su "Contro le nuove guerre", Odradek 2000).Lo spiegano recenti articoli di Michael Chossudovsky, pubblicati puresul "Manifesto". La cordata petrolifera angloamericana (BP-Amoco-ARCO,Chevron e Texaco) si  contrappone decisamente agli europeiTotal-Fina-Elf, ai quali l'italiana ENI e' associata. Mentre questiultimi sono "arrivati prima" in Asia Centrale (es. Kazakistan) ed i lororappresentanti politici(UE) perseguono una politica di avvicinamento alla Russia, glianglo-americani sono in prima linea nell'interventismo militare e diintelligence nei Balcani, allo scopo di porre sotto il loro controllo levie di comunicazione.  Per questo motivo, mentre il Corridoio 10 (Danubio) e' stato resoinagibile con i bombardamenti del 1999, e viste le incognite armena ecurda sulla direttrice che dovrebbe portare il petrolio direttamente alMediterraneo (Baku-Cehyan), il terrorismo legato agli USA ed alla stessaTurchia tiene in scacco il Caucaso, mettendo la Russia fuori gioco, econdiziona i giochi nella penisola balcanica.  Il petrolio dovrebbe passare attraverso il Mar Nero, arrivare inBulgaria, a Burgas. Qui ha inizio il Corridoio 8, che termina a Valonain Albania. La Macedonia e' proprio in mezzo.  All'inizio del 2000, la Commissione Europea aveva avviato con laBulgaria, la Macedonia e l'Albania le negoziazioni per l'ingresso nellaUE. Nell'aprile del 2001, la Macedonia era diventata il primo paese neiBalcani a firmare un cosiddetto "accordo di stabilizzazione eassociazione". Ecco perche', proprio negli stessi giorni, il terrorismodell'UCK, armato ed addestrato adesso soprattutto dagliangloamericani, esplodeva in tutta la sua violenza, per portareviceversa il paesealla de-stabilizzazione e per allontanarlo dalla UE. Ecco perche' ilcapo della missione OSCE in Macedonia Robert Frowick ha volutolegittimare l'UCK come interlocutore e porre la Macedonia sotto ilricatto: o cambiate la Costituzione, ponendo le premesse per losmembramento del paese, oppure il terrorismo continuera'. Ecco perche',secondo vari osservatori, tra l'UCK e gli europei (specialmente itedeschi) in Macedonia i rapporti non sarebbero idilliaci.  Nel frattempo, il colosso energetico angloamericano ha creato unconsorzio (progetto AMBO) per la realizzazione di un oleodotto ed altreinfrastrutture proprio lungo il Corridoio 8, sottoscrivendo accordi adhoc con Bulgaria, Macedonia ed Albania, che escludono in larga misuragli europei da qualsivoglia iniziativa... Il consorzio AMBO ha sedelegale negli USA ed e' direttamente collegato al poterepolitico-militare statunitense. Ad esempio, la Hallibuton Energy(societa' del vicepresidente Dick Cheney) e' appaltatrice per leforniture e per la stessa costruzione della base di Camp Bondsteel inKosovo. La stessa famiglia Bush e' fortemente legata alla lobby delpetrolio.  Gli interessi in gioco sono dunque enormi, e non dissimili da quelli percui e' stata scatenata la operazione denominata "giustizia [tale e' perloro il nome della guerra] infinita", ai danni delle popolazionidell'Asia centrale. E chissa' chi saranno le prossime vittime del lorosconfinato "desiderio di giustizia"...
La Unione Europea esaminerà la proposta di van Miert di considerare non prioritario l'intervento per il corridoio sudbalcanico 8. Era stato proposto ad Helsinki nel 1997, in un programma paneuropeo di infrastrutture teso a sanare condizioni di squilibrio tra aree. Pur consentito dagli USA, non fu ritenuto finanziabile dalla Banca Mondiale. Van Miert propone la rinunzia all'infratruttura, surrogata dal corridoio AMBO (Albania Macedonia Bulgaria Oil), che sarà realizzato con risorse finanziarie tutte private. I due corridoi sarebbero circa paralleli ed anche in parte coincidenti, dirigendosi entrambi verso la costa bulgara sul Mar Nero Il Corridoio 8 partirebbe da Durazzo, l'AMBO da Valona..
Alle funzioni stradale, persino ferroviaria, e di sede per elettrodotti e per la posa di fibre ottiche per telecomunicazione proposte dal corridoio 8, viene aggiunta da AMBO quella di sedime per un oleodotto per il trasporto nel Mediterraneo del petrolio dall'area caspica, ricca da coprire forse circa un quinto del consumo mondiale di petrolio. Il progetto AMBO mobilita risorse private almeno per la funzione economicamente più importante: sarebbero già disponibili capitali per quattro quinti del costo complessivo di 1,2 miliardi di dollari. Prevede anche gasdotti di distribuzione.
Non è agevole riferire, sia pur con cenni, sulle logiche che hanno animato i rapporti tra gli interessati ai due progetti. Sono persino viste competizioni geoeconomiche tra UE ed USA, sono variamente interpretate alcune iniziative NATO. Sono state determinanti le esigenze logistiche del problema relativo alle 140 mila di grezzo da trasferire giornalmente per oleodotto per l'imbarco a Valona. Le necessarie petroliere, con portata di 300 mila tonnellate, possono essere ricevute nel porto di Valona e non in quello di Durazzo. Non possono navigare nello stretto dei Dardanelli, sono rifiutate dalla Grecia che non desidera vederle intruse nel paesaggio delle isole Egee.
Il problema di trasporto marittimo ha quindi risvolti economici, tecnici, ambientali.
Va considerata almeno ingenua la illusione di ospitare a Bari una sorta di “Ministero degli Esteri per l'area balcanica†o di augurarsi un determinante intervento dell'imprenditoria regionale nella progettazione, nella esecuzione e nella gestione di un tipo di opere per le quali è già presente impresa che forse non ha concorrenti, almeno nel mercato europeo.
Almeno due rilevanti aspetti interessano però la nostra città .
La sicurezza del trasporto marittimo del petrolio è garantita da rigide norme internazionali recentemente richiamate dalla UE e dall'Italia, ma meritano attenzione le operazioni di travaso portuale nelle grandi petroliere, che circa a giorni alterni salperanno da Valona. Le perdite di travaso possono essere gravemente inquinanti per il Mare Nostrum, nel quale la rotazione terrestre fa circolare una corrente di base che potrebbe diffondere l'inquinamento in tutto l'Adriatico, da Valona, sulla bocca del “golfo di Veneziaâ€Â. Sono diffuse le procedure tecniche atte ad evitare ogni pericolo, con accorgimenti di diverso rilievo ed impegno: una perspicace presenza, attraverso organi istituzionali e non, potrà evitare che prevalgano interessi privati dell'AMBO.
Il corridoio 8 era stato proposto per consentire rapporti interni ad un area sudbalcanica, promuovendo sviluppo. Bari sarebbe stata chiamata a svolgere una funzione determinante per tale funzione. Il corridoio 8 avrebbe spinto alla istituzione di collegamenti frequenti e rapidi con Durazzo e Tirana. La istituzione va incoraggiata indipendentemente, rispetto al corridoio. I collegamenti con aliscafo, integrati con navette terrestri organizzate, consentirebbero pendolarismi anche giornalieri tra Bari e Tirana, nei due versi. Operano efficientemente in Italia gestori qualificati ed esperti, forse disponibili all'inserimento in una attività per la quale vorremo prevedere un rapido sviluppo. Le iniziative dovranno essere prese da strutture istituzionali relative ai trasporti regionali, o genericamente locali, con le procedure previste per la stipulazioni dei contratti di servizio. Le strutture territoriali, ai livelli ritenuti più opportuni, utilizzeranno la liberalizzazione delle aree portuali, prevista dalla logica comunitaria, per garantire ai gestori di effettuare efficientemente i servizi.
Carlo Perrone
***
[b:0d8c9cd5a7]"Il Corridoio n. 8? Scordatevelo!"[/b:0d8c9cd5a7]
data: 24-11-2000  Fonte: "Sega"
Autore: Marija Radmilova
NOTIZIE EST #372 - BALCANI
[color=red:0d8c9cd5a7]24 novembre 2000[/color:0d8c9cd5a7]
La Jugoslavia non è la nuova amante che sostituirà quelle precedenti. Questa affermazione rassicurante è stata pronunciata recentemente, in occasione dell'apertura del Forum Economico per l'Europa Sud-Orientale, dal padre del Patto di Stabilità , Bodo Hombach. La gelosia degli altri stati balcanici, tuttavia, è del tutto giustificata. Quelli che più risentiranno dell'evoluzione degli eventi saranno i macedoni e gli albanesi. Anche per la Romania non si prospetta un futuro roseo. Il motivo non è l'ardente amore dell'Occidente per i serbi. Si tratta invece di calcoli elementari. E tali calcoli da tempo dimostrano che il tanto decantato corridoio transeuropeo n. 8 è semplicemente una chimera. Affinchè tale corridoio si trasformi in realtà , è necessario investire una grande quantità di soldi.
Il suo tragitto deve includere tutti i dettagli del trasporto intermodale: autostrade, linee ferroviarie, aeroporti e addirittura oleodotti. Tutto questo ha dei costi altissimi, perchè nella maggior parte dei casi non si tratta di provvedere a una riabilitazione di infrastrutture esistenti, bensì a una costruzione ex novo. E gli esperti sono categorici che non solo è più redditizio ricostruire infrastrutture già esistenti, ma che in tale caso si ottiene molto più velocimente un ricupero degli investimenti effettuati. Uno dei punti di partenza del famigerato corridoio è il porto albanese di Durazzo. Il paese delle aquile è diventato noto tra i militari della NATO come lo stato dei bunker, dei campi di fragole e delle vecchie Mercedes. E la più strana tra tutte è proprio la moda delle Mercedes, poichè sulle strade albanesi è piuttosto problematico viaggiare a una velocità superiore ai 20 km/h. Dopo l'Albania viene la Macedonia. In tale paese le strade sono un'altra cosa, e anche i costruttori locali sono noti come buoni professionisti nel settore delle arterie stradali. Tuttavia, sono anni che i macedoni non riescono in alcun modo a costruire una linea ferroviaria per cui hanno stanziato fondi sia gli americani che i tedeschi. Come succede di frequente nella nostra area geografica, i fondi nella maggior parte dei casi spariscono nell'indefinito. E probabilmente questa è una delle spiegazioni del freddo atteggiamento dei grandi investitori occidentali. Questi ultimi si sono tirati indietro dal Corridoio n. 8 ancora prima che Slobodan Milosevic abbandonasse il potere. Perchè la logica normale degli affari è: ottenere il massimo effetto con la minima spesa. E il Corridoio n. 8 è tutto, ma non questo.
COSTI CHE AUMENTANO
Il tracciato n. 8 deve collegare Durazzo con Tirana, Skopje, Sofia, Varna e Burgas. L'idea, formulata innumerovoli volte ai più svariati livelli statali, è quella che l'infrastruttura stradale contribuisca all'accelerazione del processo di integrazione a livello europeo e rafforzi i collegamenti interni tra i paesi dei Balcani. Fino a oggi, tuttavia, tra la Bulgaria e la Macedonia non esiste ancora nemmeno una linea ferroviaria funzionante. Che cosa rimane da dire del noto progetto AMBO, che dovrebbe trasformare i tre piccoli stati in grassi rentier degli oleodotti lungo i quali il petrolio dovrebbe scorrere da Burgas fino a Valona? Un aspetto interessante di questo progetto è che il suo costo lievita ogni anno che passa dalla fase degli "studi di fattibilità ". Le ultime cifre sono comprese tra 850 milioni e 1,1 miliardi di dollari. La lunghezza dell'oleodotto dovrebbe essere di circa 920 km., con una capacità annua prevista di 27 milioni di tonnellate (e la possibilità di un aumento fino a 34 milioni di tonnellate). Si prevede che le spese di gestione saranno comprese tra $50 e $60 milioni all'anno. Il 70% di tutti gli investimenti dovrebbe riversarsi in Bulgaria, dato che 3 delle 4 stazioni di pompaggio intermedie sono sul nostro territorio. Si prevede inoltre la creazione di un punto di scarico e misurazione, e una stazione di pompaggio terminale a Burgas. Il progetto potrebbe essere realizzato in due anni, dopo la firma del contratto con la società esecutrice. Ma ancora oggi si sta proseguendo con la messa a punto degli studi di fattibilità e la AMBO è alla ricerca di investitori strategici come la Shell, la British Petroleum, la Chevron e l'Agip. Vi è poi il fatto che vi è un oleodotto alternativo (Burgas-Aleksandroupolis) che è meno costoso e più breve. Ma anche quest'ultimo è avvolto nella nebbia, perchè gli stati che possiedono l'oro nero non hanno in pratica ancora raggiunto un accordo sui reciproci interessi e stanno ancora mercanteggiando.
A causa di questo famigerato corridoio, nonostante quanto sopra esposto, il finanziere n. 1 dello stato, Muravej Radev [ministro delle finanze bulgaro - N.d.T.], si sta improvvisamente trasformando in un avventurista. Egli ha lanciato l'idea che lo schema concordato in linea di principio tra la Bulgaria e gli stati del Club di Parigi per uno scambio tra il debito bulgaro e la costruzione di infrastrutture previste dal Patto di Stabilità venga ampliato e che al suo interno vengano fatti rientrare i due nostri vicini. In tal modo verrebbe assicurato il finanziamento per il Corridoio n. 8, visto che nell'elenco dei progetti che il Patto deve avviare rapidamente vi sono alcuni limitati progetti riguardanti il Corridoio che si riferiscono al territorio dell'Albania e della Macedonia. Bodo Hombach si è così entusiasmato, che ha proposto un'altra impresa d'avanguardia - il processo "Plovdiv". La conseguenza è che all'inizio di dicembre nella città dei colli si terrà probabilmente una riunione dei ministri delle finanze della regione. Essi cercheranno di capire se un tale schema potrà essere ampliato a tutti i paesi destinatari del Patto. Gli ultimi sviluppi in Jugoslavia, tuttavia, sembrerebbero avere ormai ribaltato a ruote in aria l'idillica carrozza. La caduta del regime di Milosevic, infatti, ha cominciato lentamente, ma con sicurezza, a rendere immotivato un altro progetto, quello del ponte n. 2 sul Danubio [tra la Bulgaria e la Romania - N.d.T.]. Il corridoio n. 4, nell'ambito del quale verrebbe costruito il ponte, è l'altro figlio viziato dei nostri uomini di stato. Esso parte da Berlino, passa da Praga, Budapest (con un ramo secondario verso Costanza e la costa romena del Mar Nero), Kalafat, Vidin e Sofia, per giungere fino a Salonicco. Vi è un ramo secondario anche da Sofia verso Plovdiv e Istanbul. In pratica non vi è nulla di cattivo in una costruzione come il ponte tra Vidin e Kalafat. Ma esso mette in comunicazione con i picchi delle montagne romene ed è una delle varianti forse più lunghe per un collegamento della regione con l'Occidente. In sostanza, la via di trasporto più logica passa attraverso la Serbia. E in quest'ultimo paese non vi è di gran lunga bisogno di così tanti soldi, poichè le infrastrutture - autostrade e linee ferroviarie - esistono di già . La navigazione lungo il Danubio presto sarà un problema dimenticato e calcoli del tutto elementari indicano automaticamente la priorità di tale zona. E' positivo che anche noi abbiamo puntato relativamente presto su alcuni progetti con il nostro vicino occidentale. Come inizio, tuttavia, dovremo portare a conoscenza anche dei serbi la nostra intenzione di costruire un'autostrada tra Sofia e Nis, per esempio. Recentemente il ministro dell'edilizia ha citato come lavori più urgenti proprio l'autostrada da Nis a Sofia, la modernizzazione del punto di frontiera con la Serbia a Kalotina e la costruzione di un nuovo punto presso Belogradcik-Zajcar. All'ordine del giorno ci sono anche l'elettrificazione della tratta ferroviaria Dragoman-Dimitrovgrad e la soluzione dei problemi ecologici del fiume Timok. Tutto questo dovrebbe avere un costo complessivo di 220 milioni di dollari - una somma del tutto accettabile rispetto ai numeri colossali per il Corridoio n. 8. La domanda è se questa volta sapremo trattare come si deve. Altrimenti rischieremo di rimanere alla fine senza nessuno che faccia la spesa da noi. Perchè anche al termine del XX secolo i Balcani rimangono una regione a rischio - sia sul piano politico, sia su quello economico.
ROMA, 4 AGOSTO 2005 - Ayman al Zawahri, nato in Egitto nel 1951, medico e chirurgo, proviene dalla borghesia egiziana. Suo nonno fu imam dell'universita' Al Azhar del Cairo.
A 15 anni, venne arrestato per essere stato membro dei Fratelli musulmani, un gruppo fondamentalista fuorilegge in Egitto. Membro e in seguito leader dell'organizzazione integralista islamica egiziana Al Jihad, Zawahri lascio' l'Egitto a meta' degli anni Ottanta, dopo aver scontato tre anni di carcere per possesso di armi e per il suo coinvolgimento nell'omicidio del presidente Anwar Sadat, il 6 ottobre 1981, rivendicato dal suo movimento politico.
Zawahri era stato in Afghanistan anche negli anni Settanta e Ottanta, durante l'occupazione sovietica del paese. Piu' tardi, cerco' di costituire una base della Jihad egiziana in Cecenia e [color=red:a81fe96282]Daghestan[/color:a81fe96282]. Nel 1997, gli Usa accusarono Zawahri di essere stato a capo dell' ''Avanguardia della conquista'', una fazione della Jihad coinvolta nella strage di turisti stranieri avvenuta davanti al tempio di Hatshepsut, a Luxor, nel novembre 1997.
Dopo essere confluito con il suo gruppo in Al Qaida, Zawahri divenne la mente della piu' potente organizzazione terroristica islamica, prima di scomparire dalla circolazione con l'inizio dell'intervento militare in Afghanistan, nell'ottobre 2001.
Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti, l'Interpol spicco' contro di lui un mandato di cattura. Il dipartimento di Stato americano offri' 5 milioni di dollari in cambio di informazioni che portassero al suo arresto.
Da allora Zawahri, e' stato piu' volte ripreso accanto a Bin Laden in fotografie, tv e video.
***
[b:a81fe96282]Le tre possibili ragioni per gli analisti: salute precaria, scelta tattica o sicurezza lo strano silenzio di Osama. «[i:a81fe96282]Forse malato[/i:a81fe96282]» [/b:a81fe96282]
FONTE: http://www.corriere.it/Primo_Piano/...5/olimpio.shtml
Strano che Osama Bin Laden abbia lasciato la scena al suo vice Ayman Al Zawahiri (nella foto) rinunciando a mettere il suo turbante sulla strage londinese. Le ragioni? Forse è malato. Ma non si potrebbe escludere una scelta dettata da ragioni tattiche.
L'ultima prova in vita di Osama  per gli occidentali  risale al 27 dicembre 2004. Un nastro audio. Poi la scena è stata conquistata dal vice Ayman Al Zawahiri. E' davvero strano che Bin Laden si sia lasciato sfuggire l'occasione di mettere il suo turbante sulla strage londinese. Ma, forse, non ne ha bisogno. Perchè resta il pilastro centrale dell'ideologia qaedista: ieri Al Zawahiri lo ha ricordato come il «venerato sheikh».
I dubbi però restano e, in mancanza di dati sicuri, possiamo solo affidarci alle speculazioni. Con una nota di cautela: non è detto che i nostri schemi possano essere applicati a Bin Laden. Il Califfo è l'uomo delle sorprese. La prima ragione della sua prolungata assenza possono essere le precarie condizioni di salute. Christian Ganczarski, terrorista d'origine tedesca convertito all'Islam e oggi detenuto, ha raccontato di essere stato con lui per mesi assicurandogli dosi di insulina per curare una acuta forma di diabete. Dunque Bin Laden non si farebbe riprendere per non mostrare il suo stato.Osarebbe morente. Dal 2002, sui siti integralisti, sono apparsi interventi di ideologi che ipotizzano una futura morte del leader e suggeriscono: dobbiamo comportarci come se fosse già deceduto.
La seconda ragione può essere tattica. Osama lascia terreno al suo braccio destro perchè considera gli attacchi di questi mesi «operazioni minori ». Tornerà a parlare dopo una mossa importante come un grande attacco stile 11 settembre, ancora in Usa. Il lungo silenzio combinato all'effetto sorpresa potrebbe avere effetti devastanti sul piano propagandistico. Analisti americani e sauditi concordano: è nello stile del qaedismo lavorare sul lungo termine, da due a tre anni per preparare un grande attentato. E con la primavera si è avvicinata la chiusura del «ciclo». La pianificazione, le minacce, il colpo. Nel video, Al Zawahiri parla di messaggio «chiaro e definitivo».
La terza ragione del silenzio potrebbe essere legata alla sicurezza. Nel timore di essere preso Bin Laden non mette fuori la testa dal suo rifugio e passa il microfono al dottore egiziano. E' vero che le registrazioni dei filmati sono semplici, però servono alcuni passaggi tecnici (l'incisione su cd) e qualche giorno per poter consegnare il documento alle tv satellitari attraverso corrieri che possono essere intercettati. Ovviamente molto dipende da dove si trovi il rifugio. Lo segnalano in Pakistan, Afghanistan, Beluchistan, un appartamento di Karachi, persino su una nave pirata. Non basta il mappamondo a contenere gli avvistamenti. Ma basta a rendere più nervosi gli 007.
Guido Olimpio
05 agosto 2005
Tanya Mangalakova ha sentito Edward Fergusson, a capo del consorzio per la costruzione di un oleodotto che dovrebbe collegare Bourgas, sul Mar Nero a Vlora in Albania. ... E chissa' chi saranno le prossime vittime del loro sconfinato "desiderio di giustizia"...[/quote:b6b9201a8a]
[b:b6b9201a8a]The Oil Dispute in Equatorial Guinea
[u:b6b9201a8a]France Checkmated NATO [/u:b6b9201a8a]
ARTHUR LEPIC [/b:b6b9201a8a] AUGUST 31, 2004
FONTE: http://www.voltairenetwork.net/article88.html
The spectacular arrest of Mark Thatcher (British Iron Lady's son) in South Africa and the confessions of his accomplices in Zimbabwe and Equatorial Guinea clarified completely the fail coup against this country. The operation was not organized by adventurers or mercenaries paid by international financiers, but by NATO. The U.S. had mobilized the British and Spanish services to overthrow President Teodoro Obiang and take control of the country to build the largest gas-liquefying station of the world. By doing this, the U.S. would have taken the French oil company Total out of the market thus favoring Spanish Repsol. But France knew about the operation and made it fail.
On April 2004, we informed about elements linked to a failed coup project against President Teodoro Obiang Ngema in Equatorial Guinea. The operation was interrupted by the arrest in Zimbabwe of a group of mercenaries led by Simon Mann. The group made a stopover in Harare city to embark weapons and expected to join a team in Equatorial Guinea to overthrow the regime of this small country which has the third largest hydrocarbon reserve in Sub-Saharan Africa. Since then, new elements have come up with the arrest of Sir. Mark Thatcher, son of the former British Primer Minister and a sly fox of international finances.
Sir Thatcher was arrested on August 25, 2004, in his residency in Cape Town where some nostalgic apartheid followers still live. The arrest was the result of the work of Scorpions, the South African anti-fraud brigade. South Africa passed the Foreign Military Assistance Act, a severe law to fight mercenaries-linked activities. Sir Thatcher was released after paying a 200,000 €(Euros) bail and appeared in court at Cape Town on November 25. Some time later, the Zimbabwe courts found 66 of the 74 mercenaries of Simon Mann's mercenary group not guilty.
Mann was accused of buying illegal weapons and was sentenced to 10 years imprisonment on September 10. At the same time, in Equatorial Guinea, the verdict on Nick Du Toit and 18 men of his “group Trojan horse†was postponed due to the appearance of new elements that involve Mark Thatcher, the son of the former British Primer Minister. A defendant named Du Toit, who testified that Thatcher was present at a meeting during the preparations for the coup, would be found not guilty due to his cooperation during the investigations [1].
Airline Triple A Aviation was linked to Thatcher's activities for it seemed that Sir Thatcher used it to transfer some $275 000 of the operation funds. It seemed that the airline signed on January 2004 an agreement on aviation services with Logo, Simon Mann's company. The bank records proved that $ 100,000 were transferred to Logo's account on March 2,2004; only two days before the fail coup [2]. Although South Africa rejected the Iron Lady's son extradition to Equatorial Guinea, investigators could question him in South African territory. Sir Thatcher was prepared to leave South Africa, where he has lived since 1996, to avoid a tax investigation. His residency was already on sale for 4.5 million dollars and his family's airline tickets for the U.S. were booked when he was arrested by the Scorpions.
Witnesses Stimulated by Anti-mercenary Laws
Probably, some key witnesses decided to talk for they feared the rigor of the anti-mercenary laws in South Africa and Zimbabwe. By confirming the theory of the coup d'ètat in Equatorial Guinea to empower exiled leader Severo Moto, one of these witnesses revealed conclusive elements for the South African investigation. It's about Crause Steyl, Thatcher's financial partner and former elite pilot. Apart from Steyl's contracts with Thatcher to obtain aeronautic stuff, British diary The Observer revealed, from a South African source, that Crause Steyl flew with Moto in a King Air 200 airplane from Madrid to the Canary Islands the day before of the operation. Then, the plane went to Bamako, Mali, where Moto was to be kept informed on the coup.
Everything was set to empower Moto 30 minutes after Obiang's overthrow. But, the next day, the militarized Boeing 727 [3] piloted by Neil Steyl -Crause Steyl's brother- and boarded by Mann and about 60 mercenaries was searched at Harare Airport (Zimbabwe).
It was recently known that Simon Mann's right-hand man, James Kershaw -24 years old- had a list known as the “Wonga List†in which included the influential and public personalities that financed the coup project. This man, considered by some witnesses as the person in charge of recruiting the people involved in the operation, seemed to have reached an agreement with the South African justice to give proving elements during future hearings.
The role played by the businessman of Lebanese origin was also confirmed and clarified due to the reconstruction of Severo Moto's role -both men are close friends- and the testimony given by Mann which was particularly detailed but on a general basis seemed that he was not tortured. In his statement, Mann said: «Ely Calil asked me if I wanted to meet with Severo Moto (...) I met with Severo Moto in Madrid. He certainly is a good and honest man. He has spent years in seminars (...) In that moment they asked me if I could be part of Severo Moto's escort to his country in a moment in which an army and civilian uprising against Obiang was going to take place (...) I agreed to help such a cause».
Lord Jeffrey ArcherAs we said on April 2004, the French justice investigated Eli Calil during the Elf case as the Nigerian President's favorite intermediary during that time -General Abacha- for secrete commissions on oil contracts (Nigeria is one of Africa's main oil producers). Calil was also Lord Jeffrey Archer's close friend whom was suspected to have deposited 74 000 sterling pounds at Mann's account four days before Mann's arrest in Zimbabwe. They did not deny the transaction was made but swore they did not know anything about his friends' plans [4].
NATO at the Service of the Oil Coalition
But this was not the end of the story. Beyond Mark Thatcher's personality, who's been the focus of attention, the true actors began to appear: NATO and France waged a strategic battle that reminded people of the Iraqi situation, another country among those not very common anymore which offered solid perspectives regarding energy investment recovery.
In fact, the thesis of a simple “old-style†operation planned by a group of mercenaries and adventurers of the international finances could not be analyzed in a context of increasing tensions on the market of the world energy supplies. For instance, it's been known that American oil company Marathon Oil was to invest 1,000 million dollars in a liquified gas terminal project in Equatorial Guinea. However, certain experts, who noticed that this was the largest project on the liquified gas field in the world, estimated that in real life the contract was a 3 000 million dollar deal.
The terminal would respond to an urgency plan that should compensate the dramatic fall in the domestic production of the U.S. This urgency program was one of Washington's main priorities and obviously could not be left to a simple market interpretation that was incapable of preventing the crisis [5]. Curiously, the web site of the company specified that the contract signed with the Ministry of Mines, Industry and Energy of Equatorial Guinea and national company GEPetrol ended in the first quarter of 2004. Did anything distort the plans?
On December 2002, Spanish Prime Minister Josè MaràÂa Aznar received Teodoro Obiang Ngema in Madrid. Apart from the old friendship between Aznar and Obiang's rival, opponent Severo Moto [6], the ambitions of Spanish oil company Repsol - left out of Equatorial Guinea oil production (400 000 barrels a day)- were discussed by both leaders. But since the majority of the oil production contracts was already signed and impossible to be enlarged, Repsol had to accept Exxon-Mobil, Amerada Hess (former Triton) and French Total's leftovers for they were Equatorial Guinea's main active companies.
A meeting on the future of Equatorial Guinea took place last February at London's Royal Institute of International Affairs. At least, one representative of the British government and representatives of the oil industry were present and, according to various participants, there were rumors about a possible coup. However, due to a statement made by the British daily The Observer which said that Spanish, American and English secret services knew about the coup project [7], British Minister of Foreign Relations Jack Straw quickly stated that Tony Blair's government did not have any information on the project.
At the moment in which the plan entered its final stage and mercenaries were ready to act, two Spanish warships suddenly set sail from a NATO base in Rota, with 500 elite soldiers on board. It seemed that only they knew what their destiny was and Spain had not sent any warship to Equatorial Guinea since the independence of this African country in 1968. The direction of the two ships was controlled by the Commander in Chief of the Command of the American forces in Europe and NATO Supreme commander, General James L. Jones.
General James JonesInformation leaks, probably coming from South Africa, got the Spanish press and Aznar government order the convoy to stop at the Canaries. Through his Minister of Foreign Relations, Ana Palacio, the very same government -that never said anything publicly about the expedition- said that “it was not a war mission but a cooperation†to deliver military stuff to help Obiang in the border conflict between his country and neighboring Gabon. Aznar's government spokesman added the decision was canceled “due to a misinterpretation caused by the press†and that it was wise to postpone it after scheduled elections for April in Equatorial Guinea [8]. This NATO involvement left no doubts on the U.S. participation on Thatcher, Mann and his partners' projects.
Other sources affirmed that Spain was planning to take advantage of Obiang's stay in Morocco where he received medical treatment to fight his cancer, to support the mercenaries, “reestablish order†if the situation worsened, empower Moto and issue an international arrest warrant against Obiang.
Jacques Chirac and Tèodoro Ngema Obiang.On the other hand, French intelligence services had the chance of intervening by informing South African and/or Zimbabwe's authorities at the right time thus allowing them to capture the mercenaries on their way to Malabo and, at the same time, protect the interests of the French oil company Total. Currently, it is a pleasure for Zapatero's government to assist the South African justice. Thirty years ago, by following a Frederick Forsyth-styled plan, a few skillful and unscrupulous mercenaries could have guaranteed a nice retirement for themselves. Today, for a few more barrels it is NATO, on behalf of the very same oil coalition that invaded Iraq, the one that launched itself on an adventure pushed by the international financial institutions.
In order to keep Russia away from the interests of the Caspian Sea (energy reserves), oligarchs and oil moguls have favored the Chechnya conflict and have imposed a puppet regimen in Azerbaijan, where the largest oil pipeline is located. The same thing was done in Georgia. The Aliyev clan, the first dynasty after the collapse of the Soviet empire, operates there along with the oil company BP-Amoco. By driving the focus of tension into Russia, oil moguls manipulate the Caucasian conflicts, although their main interest is to take the oil of the Caspian Sea to western markets.
In a press conference after the Beslan massacre, President Vladimir Putin denounced the action of a foreign power driven by a “Cold War mentality†[1]. This power tried to control the Caucasus to keep Russia out of the international matters. In fact, the “Big Game†was resumed on the banks of the Caspian Sea when the Soviet Union collapsed and new independent States emerged. As in the XIX Century, the big powers have to deal with nations standing in their way, especially in a moment in which the region is a real strategic crossroads (it is often identified as the “oil pipeijanâ€Â) which, in addition, has 5% of the world oil reserves.
The War in this Zone
As we have shown in these columns, the two Chechnya's wars [2] were aimed at depriving Russia of its access to the Caspian Sea for its economy depends greatly on hydrocarbon exports. We have also pointed out the possible role played by oligarch Boris Berezovski (who took refuge in the United Kingdom) on the stagnation of the conflict as well as Washington's assistance to Chechnya pro-independence movement through the bordering states.
On November 2003, Georgia, located in the very southern part of Chechnya, had a «velvet revolution» directed by the CIA. The former Soviet minister of Foreign Relations (a man close to Moscow), Eduard Chevarnadze, was removed from power so that Mijail Saakachvili could seize it. The new government then allied with Washington so much that it even sent troops to Iraq [3]. By then, we talked about the key element of the American move in the region: the Baku-Tblissi-Ceyhan (BTC) pipeline.
This pipeline, which is the most important achievement in the transportation of crude oil coming from the Caspian Sea oilfields, starts in Azerbaijan, another “piece†of Central Asia's great game, and faces the Russian and American influences. Before 1922 and the arrival of the Red Army, Baku, its capital, was already living the oil adventure so much that Churchill said: («If oil is the king, then Baku is its throne».
The political instability of the region and the difficulties to take the oil of the Caspian Sea out, forced most of the foreign companies not to invest in the zone. In addition, there were problems related to the calculation of the real reserves of the Caspian Sea. As oil extraction of the Caspian Sea developed, the old Russian devises used to transfer oil to the North through Chechnya, or to the West through the Georgian ports of Supsa and Bosforo, could no longer take all oil production to the markets. Then, the BTC took the surpluses and directed them to the West. But some serious negotiations and regime changes had to be made before having major companies investing there.
The completely political design of the BTC connection showed the influence of the two old rival powers: it surrounds Chechnya (Russian territory), Armenia (a State under the Russian influence) and Iran (an “Axis of Evil†State); going through Azerbaijan, Georgia and Turkey, where the ships of the Mediterranean Sea are fed, thus avoiding the Bosforo Strait, already saturated. Consequently, the alliance with Turkey was not affected even though the most economic route was through Iran. But to begin with the work in 2003, the consortium in charge of the project, where BP was a majority stockholder, had to request higher governmental subventions and, above all, in 1996 the U.S. had to classify the project as “strategicâ€Â, meaning that it had to be carried out even when its profitability could not be guaranteed. The pipeline had to be operative by mid 2005, with an approximate total cost of $4 billions and it would transfer up to 800 000 oil barrels per day to the European and American markets.
BTC's legal contract took into account the huge economic and political difficulties hampering its accomplishment- high costs. Therefore, populations living in the area would not benefit much. All future measures that could affect the project's profitability, whether they are fares imposed by the countries where the pipeline would go through or by environmental damages, would be financed by the States. The consortium will claim compensations without hesitation. The agreements also stipulate the pipeline will not serve the public interest [4]. Recently, the short term profitability of the project has increased as well as the tensions in the region due to the failure of the Iraqi war and the problems controlling this country with the purpose of cheaply exploiting its crude to “flood the market with oilâ€Â. All this has provoked effects contrary to the expectations and the consequently price raise stimulated by an insatiable oil demand and the difficulties to produce it in other places.
“In the Name of the Father and of the Son and of the Contract of the Centuryâ€Â
The Azeri government was ready to celebrate the ten years of the “contract of the century†which was ratified in 1994 after a coup d'ètat financed by BP-Amoco against the leader of that time, Abulfaz Elchibey. This episode, which led the former local head of the KGB, Heidar Aliyev, to seize power allowed the associated oil company to double its share in the extraction, processing and transportation of the national reserves. Thus, it monopolized the economy of the country. At the same time, Great Britain and the U.S. were introducing themselves in the markets of the old Soviet empire.
But the details of this change of regime were not known until year 2000 when an indiscretion made by the Turkish secret services was published by British diary Sunday Times [5]. But in June 1993, a military chief closed to the opposition led a military column, tanks and heavy weapons to Baku and forced President Elchibey to resign. On June 24, 1993, Heidar Aliyev was proclaimed President and in October that year he was «elected».
Accused of financing and providing weapons through intermediaries in exchange of a renegotiation promise, BP-Amoco had to admit it gave $360 millions to Marat Manafov, a man closed to Aliyev. Nevertheless, the Turkish report published by the Sunday Times included the detailed testimony of a former Turkish agent present at the weapons' negotiations. Therefore, Manatov disappeared after denouncing “the secret agreements between Aliyev's family and the oil companiesâ€Â.
Several months after the operation, during the spring of 1994, the “contract of the century†was signed with a 35% for BP-Amoco which actually had more control due to the fact that it owned approximately 80% of the oil infrastructure of the country. The contract, which amounted to more than $5 billions, was discredited in Azerbaijan as clearly unfavorable to the Azeri government which had to refund BP-Amoco's growth too for several years and would only get a significant part of the profits when the production would be about to finish. Even when the standard of living of the average Azeri citizens has never been the same, it had before 1991 (collapse of the Soviet Union), the Aliyev dynasty has been doing fine. Some time before dying at the end of year 2003, the father, Heidar Aliyev, delegated power to his son Ilham, who usually frequented the capital's casinos where it's been rumored he has lost as much as $6 millions a night [6]. Before that, the country was ruled by an “automatic pilot†thanks to oil profits and Heidar Aliyev had appointed members of his clan to important posts.
Like Karimov in Uzbekistan, the Aliyev regime did not tolerate rallies and had to resort to the “war against terror†rhetoric to imprison the religious leaders that criticized him [7]. The freedom of press was not enforced either; for instance, journalist Elmar Huseynov, who criticized Aliyev's government several times was the target of legal and financial pressures that forced him to close his Monitor magazine [8].
The way things developed encouraged local actors
The Russian reaction to the Azeri show of strength was not immediate. Once again, while oil prices were down Russia was focusing on the profitability that held the American expansion back. But things changed significantly due, probably, to the “velvet revolution†in Georgia, a former Soviet republic too. With the purpose of dealing with the deep concerns of those in Turkey who favored the BTC to relieve the Bosforo Strait, Russian company Transneft signed an agreement with a Turkish partner to build a low-cost pipeline of 193 kilometers (against BTC's 1760 Km) which will make BTC's senseless [9]. On the other hand, agreements with Iran have increased: the amount of oil to be transferred during the year from Russian port of Astrakhan, in the Caspian Sea, to Iran should double, especially when the construction of a new Iranian oil pipeline will facilitate oil transportation to the south and the Persian Gulf. With the discovery of the mega deposit of Kashagan several years ago, Kazakhstan has become a local oil power.
There have been recent arguments on the signature of a military association between Azerbaijan and the U.S. General Charles F. Wald, second in command of the American forces in Europe, visited Baku in June 2004 to discuss the terms of a training program for the Azeri troops and the possibilities the American forces could have of using military bases in this country [10]. Then, the Pentagon said its objective was to help Azerbaijan protect its deposits.
During the last years, Azerbaijan and Iran have had a conflict regarding the waters of the Caspian Sea and, therefore, the distribution of its deposits. In July 2001, an Iranian warship ordered a BP-Amoco prospecting ship to get away from Iran territorial waters and threatened to shoot, an incident that almost cause a major diplomatic dispute [11]. China has shown a real interest for the oil of the Caspian Sea and has thought of establishing associations with Russia to get supplies. Last year, the Russian and the Chinese governments decided to jointly design a $3 billion pipeline project from Angarsk city, in the southeast of Russia, to Daqing, northwest of China.
Moscow's purpose is to maintain its bastion in Chechnya and survive the American tempest. The Anglo-Saxon organization and funding of two political armed conflicts in its immediate borders, in a highly strategic zone, to build a project to overshadow its main industry, is something Moscow has not liked at all. If proven that the riots in Osetia were directed by a foreign power to force Russia to focus on its domestic problems and discredit Putin's policy, new shows of strength could be expected, to the detriment of the populations.
Arthur Lepic
***
The Energy Program of the Neoconservatives
[b:b6b9201a8a]IAGS Prepares the US Economy for War [/b:b6b9201a8a]
ARTHUR LEPIC - SEPTEMBER 30, 2004
FONTE: http://www.voltairenetwork.net/article104.html
The main conservative leaders have grouped within the IAGS to draft a program to reduce oil consumption in the United States. The plan was not aimed at reducing the needs, but diversifying the fuel during a short period of time. Its implementation to ensure the supply would enable the neoconservatives to carry out new military adventures against oil producing States without running the risk of disturbing seriously the US economy. It was obvious that an international depredation policy on world energy resources would be carried out again.
While the oil price reached its highest level, a new “nonpartisan†initiative just came up to review the problem of the United States' dependence upon oil imports, in the midst of an amazing media silence. This new think tank, however, which is called Institute for the Analysis of Global Security (IAGS), has all the persons who count among the neoconservatives.
The IAGS drafted a report that was intended to clarify the public, a month before the US presidential elections in 2004, and especially the American leaders, about the challenges that the country would be facing within the next four years and thereafter. The members of the group “urged the US leaders to adopt the plan to quickly diversify the range of fuel, not just oil, through the use of technologies and infrastructures available for the US transportation sectorâ€Â.
They stated that if the whole plan is adopted, «the reduction of oil imports by the United States could be a fall of 50%». The authors of the document estimated that it was the best solution to ensure global security, prosperity and freedom. Actually, the report was supposed to become the energy program of Bush's second term.
[i:b6b9201a8a]The Crème of the Military-Strategic Institutes[/i:b6b9201a8a]
This “Open Letter to the Americansâ€Â, accompanied by a project for energy security ambitiously called “Free Americaâ€Â, was approved by a number of think tanks (Center or institute for investigation and dissemination of ideas, generally of political nature)) specialized in highly strategic matters, namely:
[color=red:b6b9201a8a] The Center for Security Policy [1];
The Foundation for Defense of Democracies;
The Hudson Institute;
The Committee for Present Danger;
The Foundation of the Defense National Council[/color:b6b9201a8a]
[u:b6b9201a8a]The IAGS is codirected by three persons[/u:b6b9201a8a]:
1-[color=blue:b6b9201a8a]Dr. Gal Luft[/color:b6b9201a8a], specialist in strategy, geopolitics, terror, issues pertaining to Middle East and energy security. He has published several articles in magazines like Foreign Affairs, Commentary Magazine or the Middle East Review of International Affairs; and obtained the PhD degree in strategic studies at H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS) of John Hopkins University.
2-[color=blue:b6b9201a8a]Anne Korin[/color:b6b9201a8a], editor in chief of the Energy Security Biweekly, specialist in energy security supply, OPEC, African continent, maritime terrorism, energy security, energy strategy and technological innovation. Her articles have been published in Foreign Affairs, Commentary Magazine and Journal of International Security Affairs.
She has worked especially for Exxon International (Esso), KPMG and Goldman Sachs. Anne Korin is an engineer graduated from John Hopkins University and is pursuing PhD studies in Stanford.
3-[color=blue:b6b9201a8a]Donald M. Wallach[/color:b6b9201a8a], president of Wallah Associates, Inc., has done an outstanding job in recruitments for the high tech industry. He is a specialist in defense and intelligence and pursued studies at Case Technological Institute and the School of Commerce of Harvard.
The associate members are Dr. Christopher Fettweis, author of a thesis on petroleum as a source of important armed conflicts in the 21st Century; Adnan Vatansever, consultant of the energy industry, specialist in Russia and recent independent States, works currently on the role played by the Russian energy sources in the transition of Russia to democracy; Dr. Cyril Widdershoven, owner of the association Mediterranean Energy Political Risk Consultancy, specialist in Middle East, analyst of military strategy, consultant in investments in the energy sector. He has worked for the magazines Jane's Pointer and Intelligence Review, and finally Richard A. Giragosian, analyst of the private association of consultancy Abt Associates Inc., specialized in evaluation of policies and federal programs as well as federal security. He has collaborated with radio Free Europe (RFE/RL), with Jane's Information Group, the Research Institute on Central Asian and Caucasus of John Hopkins University, the Foundation Eurasia Insight of George Soros, Bertelsmann Foundation, CSIS, Economic Commission under the US Congress as a liaison expert between CIA and DIA (Defense Intelligence Agency), the U.S. Army, NATO, UN, World Bank, OSCE, etc.He was also professor of conferences invited to John F. Kennedy Special Warfare Center & School de Fort Bragg [2].
The main advisor to the IAGS was R. James Woolsey, former CIA director and vice-president of Booz Allen Hamilton, an international consulting company on management issues where he specialized in protection against threats and potential vulnerabilities.Neoconservative democrat, he has served in two Democrat and two Republican administrations; conducted the Iraqi National Congress of Ahmed Chalabi, who is considered his puppet. Currently, he plays an important role in the constitution of the next Bush administration through the «Committee for the Present Danger» which has been revived.
The Imminent Unprecedented Energy Crisis was Officially Recognized
To “Free Americaâ€Â, the IAGS suggested a solution that was in two antipodes of the current policy of the administration of George W. Bush. The later, whose philosophy -politically acceptable - was set out in the report of Cheney Commission on energy [3] could be summed up, in practical terms, in the attempt to diversify the supply through the overthrow or destabilization of the government of oil producing States or strategically important (Equatorial Guinea, Sao Tome, Georgia, Venezuela, Saudi Arabia) and military colonization of Iraq (second world oil reserve).
This strategy has clearly shown its practical limits: outrage of the international community, aborted or failed coup d'ètats and disastrous military adventures carried out in the last four years.
It may be added to this sad episode some aggravating factors, in terms of the urgency to solve the situation, like the increase of global production that today was officially recognized by the IAGS publications and the unexpected high rise - followed by a brutal fall that just started - of the production of natural gas in North America with serious economic consequences.
Therefore, relinquishing or leaving the scenario, or the production expectations which are extremely optimistic by the International Energy Agency or the World Energy Council: the IAGS relies now on the figures of the Association for the Study of the Peak of Global Oil Production (ASPO) and verifies the decrease of production of the countries which are not members of OPEC.
The concentration of 60% of the remaining world reserves in five countries of the Middle East, etc [4]. It was suspected, with the presence of Matt Simmons among the advisors to Dick Cheney and nature, at least aggressive, the US energy policy, that those who made the decision in Washington took seriously the imminent reduction of oil production. Now it is something official: it was even found among the suggestions of the IAGS readings the book that was passed on hand to hand in the most informed areas of the energy sector since a year ago: The Party's over: oil, war and the fate of industrial societies [5] .
The book is a condensed ASPO work that advocated, graphically, the imminent drop of the global oil production and its worrying global consequences.
Thus, the IAGS followed exactly the issue pertaining to the exhaustion of sources and indicated in its report: «we are facing what could described as a [perfect cataclysm [6] ] among strategic, economic and environmental conditions that, if they are properly understood, we are obliged to impose, within the next four years, a reduction of imported oil coming from unstable and hostile regions to the world».
The Institute continued recalling the figures of dependency of the US, namely, 65% of the oil for domestic consumption is imported, China's competition in a market in which supply decreases; the 27 000 jobs which have been downsized, according to the estimates, out of 1 billion dollars of import, to complete its alarming introduction of the necessary term for the conversion of the transport sector: from 15 to 20 years.
Therefore, it was imperative to get started. Unlike previous reports, this one emphasized on domestic measures to reduce consumption and left out the alternative of diversifying supply sources due to the reduction of production of the countries which are not members of OPEC.
Will science save us from this situation?
According to IAGS reports, the problem lies on the scientific validity of the solutions suggested to reduce oil domestic consumption which account today for the 25% of world consumption. If IAGS vision seems to be realistic regarding the world situation in terms of resources, the submitted proposals are not convincing. As may be recalled, during the State of the Union speech of George W. Bush in 2003, he promised the advent of the “hydrogen economy†to limit the climatic changes and for the “country to reduce its dependency on foreign energy sourcesâ€Â.
These statements raised the hilarity of the independent scientific community, since hydrogen, which is not an energy source, but a vector, will never be economically feasible [7] .
The IAGS recognized the fanciful aspect of the hydrogen economy and urged to find “realistic solutions†since “there was no time to wait for the commercialization of undeveloped technologies. The United States should deploy existing technologies which are available for an extended useâ€Â.
But what was suggested as a substitute? The diversification of fuel and the conversion of engines at a much modest cost. It should be possible to alternate between the conventional fuel, ethanol (fuel produced from cereals and mixed with liquid natural gas “for more energy effectiveness†[sic], methanol (fuel produced from coal or wastes) and electric energy stored in batteries with which the “hybrid†vehicles are equipped.
In 2025, the combination of these technologies in the engine of all types of vehicles in the United States, would allow, according to the report, to maintain, in the best scenario, the current consumption of 8 million barrels per day against a predicted demand of 20 million barrels per day if no drastic measure is taken.
It should be added to these recommendations, which are more realistic than “hydrogen economyâ€Â, the following: since long ago, the scientists have pointed out that the production of all these types of alternative fuel, including coal by-products, implies a great deal of utilization of oil and natural gas. It is all about fuel produced from cereals or coal by-liquids, its production cost will increase in proportion to that of the oil and natural gas.
On the one hand, intensive agriculture is a great consumer of oil and natural gas in the form of fertilizer and pesticide. On the other hand, extraction and transformation of coal into condensed liquid, if not done by the slaves, consumes the same big quantities of oil. The conversion of these engines into a modest cost would be, on the contrary, an effective means to limit the consumption of strategic reserves in case of severe interruption of oil supply to the country.
Towards a “coal economy†or global war?
As a conclusion of the report, several governmental measures were proposed at the national levels, which are summed up in a very strange word when it comes to liberals: subsidy. Subsidizing automobile manufactures scientific research, public transport, etc.
This is not a surprise if we take into account that ethanol production in France is subsidized 300% simply because is not profitable. However, the estimated cost of this project, which the authors of the report did not hesitate to buy the Manhattan Project or Apollo Project, is 12 billion dollars, a fraction of what has been spent up to now to colonize Iraq.
In order to understand the IAGS document, it is necessary to reveal its apparent internal contradiction. The measures proposed to reduce the domestic consumption could be effective, but just for a short period of time because the energy needs do not change and they are limited to a marginal diversification of fuel.
They could not go further, unless the United States goes back to coal economy. Therefore, its tendency is not, contrary to the announced objectives, to respond to a global energy crisis, but only to a temporary crisis of supply to the United States. It is actually about a contingency plan, prepared with time in advance, to solve a severe temporary crisis caused by a major political development that affects a great exporting country.
The IAGS did not only advise to read technical works on oil issues, but also abundant literature that ensures the Saud (dynasty or monarchy that currently rules Saudi Arabia) that it is the main oil exporting nation. In political terms, the Institute is run by James Woolsey, theoretician and ideologist of the confrontation of the “Fourth World War†and «War on terror [8]».
This former CIA director, who was one of the most ardent promoters of the invasion against Iraq, champions today the overthrow of the Saud, destabilization of Iran and Russian Federation. The IAGS plan would allow the US economy to go through a period of disorganization of oil markets followed by a new military adventure of the neoconservatives.
[1] Thierry Meyssan: «The Manipulators of Washington», Voltaire, November 13, 2002
[2] Thierry Meyssan: The US Networks of Destabilization and Interference, Voltaire, July 20, 2001
[3] Arthur Lepic: “Les ombres du rapport Cheneyâ€Â, text in French, Voltaire, March 30, 2004
[4] Jack Naffair and Arthur Lepic: «Le deplacement du pouvior petrolier», text in French, Voltaire, May 10, 2004
[5] Richard Heinberg: New Society, 2003
[6] Note of the Translator: We have referred to this kind of barbarism to a literal translation from the perfect storm, which would be inappropriate
[7] See translation in French of the report by Michael Ruppert on the ASPO conference in Paris, in May 2003, where a speaker summed up the problem in these terms: «At this point, in the market, we are facing a situation in which we have a conventional fuel, that is, oil, that is burned in a combustion engine that does the work. So what I think I have understood from what the pro-hydrogen people led by Jeremy Rifkin, is a economy based upon consistent hydrogen, to take up again the conventional fuel or produce clean renewable, solar or wind energy in order to produce electricity and divide the water molecules in hydrogen and oxygen to compress then such hydrogen to transport it and store it in a liquid form, and then finally, inject it in a hydrogen engine to produce electricity when starting the machine. Do you really think that this is called effectiveness?»
[8] The «Third World War» would have been the Cold War
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
Re: SULLE TRACCE DELL'ORO NERO: E L'AMERICA DEL SUD?
[b:b3c59af906]OIL AND GAS[/b:b3c59af906]
[b:b3c59af906]The Colombia Plan[/b:b3c59af906]
[b:b3c59af906][i:b3c59af906]Cocaine, Oil and Mercenaries [/i:b3c59af906][/b:b3c59af906]
PAUL LABARIQUE - FEBRUARY 14, 2005
The Colombia Plan, presented in 1998 by President Andrès Pastrana as a program for economic development without drugs, is actually a front for the deployment of US troops in the country. The military operations directed - from Washington - by General McCaffrey have cost the lives of thousands of peasants and guerrillas who are either supporters of the liberation theology or Marxists. After five years of combats, Colombia continues to be the first world cocaine producer and its oil resources are, like never before, under Washington's control.
Colombia suffers from all the symptoms of a civil war since the mid 1950s. At that time, the agricultural workers who had studied the principles of Communism tried to seize control of the lands that they cultivated and with that goal, they created the "self-defense zones". The movement quickly gave rise to the emergence of an organized guerrilla group created in 1966: the Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC).
In response, conservative president Leà³n Valencia declared the state of siege and began, with the help of the United States, a fierce repression. In the 1970s, another group joined the FARC: the M-19, whose area of operations was essentially urban. Ever since, the war between the state and the armed groups have always been intense and it is being used, for a long time now, as a pretext to justify the US interference in the affairs of that strategic country of South America. This interference has two objectives: to eliminate the supporters of Marxism and to maintain a military presence in the region, and all that under the cover of the fight against drugs, even when the United States is the greatest importer of Colombian cocaine.
An Over-100-Year-Old Interference Policy
This strategy of interference is not new in the region. Already in the early 20th century, the United States had favored the secession of the Colombian province of Panama in the face of Bogotà¡'s reluctance to leave the administration of the Canal in the hands of Washington.
On November 18, 1903, the Hay-Bunau-Varilla Treaty granted the United States the perpetual use of the Canal, of an 8-kilometer zone at both sides and complete sovereignty of the whole area. The alliance treaty signed in 1926 went even further as it granted Washington special privileges in times of war, making Panama «from the military point of view, a new State of the Union» [1].
It was the exact implementation of the Monroe Doctrine [2] and its «corollary» enunciated in 1903 by President Theodore Roosevelt: «Persistence in a bad behavior or an incapacity that may culminate in a general decline of the ties that are common in a civilized society may eventually make necessary, in the Americas and in other regions, the intervention of any civilized nations. In the Western hemisphere, the commitment of the United States to the Monroe Doctrine may force them, in flagrant cases when they face this kind of bad behavior or this kind of incapacity, to exercise, even in spite of their own reluctance to do it, a police international power» - something that legitimizes many kinds of interference.
It is all a matter of communication. During his presidential campaign in 1998, then future Colombian president Andrès Pastrana promised a "Marshall plan for peace". The reference to the cultural and economic interference plan that the United States implemented in Europe after World War II was not by chance, as it allowed justifying the US intervention making it look like a Colombian petition. The Clinton administration immediately suggested a counter-drug plan that included the deployment of civil and military instructors in the country.
On August 9th, 1999, Pastrana announced that his government concluded the «preparation of program with that goal: the «Colombia Plan»» [3], whose official launching took place on September 20, 1999. This project, aiming at fighting against the cultivation of drugs and the "mafia groups" that benefit from it, is estimated in 7.5 billion dollars in three years.
Bogotà¡ promised to contribute with four billions and requested that the rest be financed by international aid. Clearly, its main foreign interlocutor is Washington and the US Congress granted 1.7 billion dollars. According to Le Figaro French news daily, which quoted international reports, this amount granted by the United States «put an end to some pressure exercised by certain lobbies that were aiming at the suspension of the plan. Who was pressuring? : Some NGOs that took advantage of the opportunity to promote their own falsified version of the Colombian situation and certain media outlets that laughed of the US excessive generosity».
In the meantime, the government of Andrès Pastrana announced a significant increase of the Defense budget in detriment of the social programs of the country, something that brought about actions like the blocking of the Panamericana highway (which connects Colombia and Ecuador) from November 1 to the 25, 199, by more than 50,000 peasants, indigenous people and education workers. The demonstrators were finally removed by the army.
Barry McCaffrey: a Hawk Leading the Anti-Drug Struggle
General Barry McCaffreyThe Colombia Plan is not the result of a Colombian initiative, as Pastrana's show tried to make everyone believe, but it was drawn up by General Barry McCaffrey, former Commander in Chief of the American military forces in South America and appointed head of the counter-drug struggle by Bill Clinton in January 1996.
In addition, the nomination for this post of a military man full of decorations, a veteran from the Viet Nam War and of the Gulf War in 1991, showed that the military exploit a public health issue, especially considering that it's about a particularly controversial general: in May 2000, New York journalist Seymour Hers revealed that at the end of the Dessert Storm Operation, an armored division under McCaffrey's command massacred 350 unarmed Iraqi soldiers on May 2, 1999, that is, two days after the cease of fire was declared.
The general advocated in Colombia for the use of the methods developed by Oliver North in Nicaragua, that is, the use of the paramilitary against the guerrillas [4] .
In practice, it is difficult to know the difference between Barry McCaffrey's activities as head of the counter-drug fight and those he carried out as head of the Southern Command. The interests in Colombia were purely strategic, although the Clinton Administration insisted in trying to present the ever-increasing import of Colombian cocaine as a hazard for American youth.
The origin of the problem was in Panama as the United States had to hand over the control of the Canal to the Panamanian government in 1999 and had too to dismantle its military bases there. However, Washington wanted to keep its military presence in the region which brought about intense negotiations between the two countries who tried to disguise it as an alleged "multilateral counter-drug center" [5]. Panamanian President Ernesto Pèrez Valladares finally rejected the initiative thus forcing the United States to find another country where the presence of its troops could be less controversial [6]. In addition, that was exactly the purpose of the Colombia Plan [7].
Colombia: a Strategic «Domino»
The choice of Colombia was completely coherent: like the Panama of General Noriega, the country was involved in world drug trafficking, which could justify a military intervention at any moment [8]. In short, Washington did not wait for "weapons of mass destruction" to design a communication logic regarding fictitious interests that allowed to justify military interventions in its area of influence.
In addition, for the United States, Colombia is an oil supplier under the "threat" of Marxist guerrillas - all valid reasons to be a privileged target for an intervention.
The rhetoric of the United States and the Colombian military was simple: the FARC are financed by the drug trafficking and, consequently, they ought to be treated as drug traffickers. From that perspective, fighting drugs is fighting the guerrillas. The fight against drugs is, thus, a means of fighting subversion but it also serves to justify the deployment of US troops in the region with a public health operation as a front.
Washington has in Colombia between 300 and 400 military and civil advisors. However, until the mid 1990s, it was precisely the Colombian political and military responsible for the plan and their American counterparts who were involved in several cocaine trafficking scandals. Even today, the paramilitary groups, FARC enemies, are financed by cocaine which provoked the following comment by the FARC leaders: «We do not have the right to plunge peasants into starvation by wiping out illegal plantations. On the other hand, the mafias help the army finance the paramilitary. Why do we have to be only ones to consider this evil from the ethical point of view? It is, above all, a socio-economic problem» [9].
Actually, the FARC only demanded the payment of a tax on coca, that is, the base that constitutes the first stage of the process of transformation of the plant into cocaine. And those subject to the tax are only the intermediaries who sell this base, not peasants. According to experts in drug geopolitics, the guerrillas are not directly involved in the growing of the plant or in the production or sale of cocaine.
Important Petrodollars
More than fighting drug trafficking; the United States seeks to prevent any possibilities that the local oil resources may have of falling under the control of national interests, especially political representatives of the guerrillas. Colombia is the seventh world oil exporter to the United States and the third of Latin America, only behind Venezuela and Mexico. This explains Washington's concern whenever political negotiations on oil-related matters take place between the power and the Marxist guerrillas. In effect, during the negotiations with the National Liberation Army (ELN) [10], president Pastrana gave the Guevarist guerrillas a demilitarized zone of 4,727 square kilometres in the Bolivar department, in the North, as a proof of good will [11].
This zone is precisely located in front of the oil ports and refineries of Barrancabermeja and Puerto Wilches, in the Magdalena River. When the decision was announced, the workers of the oil sector immediately threatened to go on strike. For their part, the guerrillas chose to keep the pressure on that strategic sector: the day after the announcement, they dynamited the Caà±o Limà³n-Covenas oil pipeline [12]. In 1999, the ELN had carried out 70 similar attacks [13].
Even more worrying, on May 12, 2000, the president of the local oil company ECOPETROL, officially expressed his concern: «The production of crude oil will drop in around 2% in 2000, with 800,000 barrels a day compared to the 815,000 of 1999». However, he was «optimistic regarding the future. Currently, 44 private companies are interested in 27 exploration and production projects and 37 of these companies participate in a preliminary stage called «Round 2000»». According to the French news daily Le Figaro, «if Colombia does not carry out new drillings before 2005, it takes the risk of becoming an oil importer. The country has confirmed reserves of around 2.4 billion barrels and potential reserves estimated in 37 billion barrels. The problem consists in keeping the companies that have already settled there and attracting others to the oil zones that are common targets of the guerrillas that oppose «the excessive interference of the multinationals in the Colombian oil policy»» [14]. Thus, the way was open for other oil companies who wanted to split the Colombian cake with Occidental Petroleum (OXY), a US company already present there [15].
Restoration of Anti-Terrorist Control
The ascent to power of George W. Bush and the September 11 attacks modified the conditions. In the framework of the world-wide war of the US administration against terrorism, the ultra-right wing Colombian paramilitary forces, regrouped in the United Self-Defenses of Colombia (AUC) were included in the list of terrorist organizations. According to the French monthly Le Monde Diplomatique, the ultra-right wing groups were born, however, «in the late 1960s, as part of a policy recommended by US advisors to ¨ "destroy" any attempts of social transformation» [16]. Until them, they were the «military arms of drug dealers since 1985, army substitutes to do the dirty work» [17].
But the paramilitary fell from grace: their proved involvement in drug trafficking, killing of civilians - especially of the opposition (members of the unions, journalists) - turn them into an uncomfortable ally. Washington intended to exploit the September 11 trauma to launch attacks against the Colombian guerrillas but they could not afford to turn a blind eye to one of the three armed organizations. As a result, tempers quickly began to fray. US Ambassador to Colombia Anne Patterson spoke on October 26, 2001, about the "similarity" between the «terrorist groups in Afghanistan and those of Colombia». Ten days earlier, the coordinator of the US State Department for the counter-terrorism fight, Francis Taylor, mentioned the US determination to use "all means" at its disposal, even «like in Afghanistan, the use of its military power, if it were necessary, to put an end to «terrorist activities»».
Washington then asked for the extradition of the main leaders of the three paramilitary organizations: FARC, ELN and AUC.
Meanwhile, the United States managed to find an anchorage point for its troops in South America when in 1999 they established privileged military links with Ecuador, a policy that continues under the administration of Lucio Gutièrrez, although the latter had initially been portrayed as an Ecuadorian Hugo Chà¡vez (Also on this topic see our article devoted to the military occupation of Ecuador) [18].
Then, Washington's main objective in Colombia was the protection of oilfields and to obstruct any negotiations with the Marxist guerrillas. Owner of "300 sites of strategic infrastructures" in Colombia, in February of 2002, the United States earmarked a 100-million-dollar aid to guarantee the protection of these sites from the guerrillas' attacks.
Naturally, priority was given to the Caà±o Limà³n oil pipeline. It was the first «American direct support to the Colombian military against the rebels» of the FARC and the ELN [19]. A spokesman of the US State Department who was visiting Bogota went even further by saying that «there is no difference between subversion and drug trafficking anymore» [20].
The decision caused uneasiness in the neighboring countries, especially in Venezuela where the president said he was "concerned" over the US military presence in Colombia and described the increase in the number of troops as "very dangerous" for the country «but also for Venezuela». During the following week, the government of President Pastrana launched the "Thanatos Operation" against the FARC, with the secret support of the United States [21].
Three days later, on February 25, 2002, the Marxist guerrillas kidnapped Ingrid Betancourt, the ecologist candidate to the presidential elections in Colombia.
The United States Makes Its Military Support against the Guerrillas Official
In March, Colin Powell and Donald Rumsfeld successively declared themselves in favor of an increase of the US military assistance to Colombia. They both asked the Congress to consider the breaking-off of negotiations between the FARC and the Colombian government. In April, president Pastrana traveled to Washington to personally ask George W. Bush for military assistance.
Alvaro Uribe, President of Colombia, and George W. Bush, President of the United States, in the White House, October 1, 2003.
For several months, the shipment of weapons to Colombia increased: 60 helicopters arrived on loan and US instructors trained hundreds of Colombian military men while the number of US "military advisors" at the beginning of the "Thanatos Operation" went over 400. Not to mention the sub-contracts: DynCorp, favored by Oliver North at the time of the Iran-Contras scandal, was in charged of the irrigation flights with harmful chemical substances to wipe out coca plantations; Northrup Grumman set up the radars, AirScan offered its air surveillance services, etc. [22].
And, at the end, it turn out that the number of coca plantations increased from 125,000 to 160,000 in two years [23]. Colombia has even become the first world cocaine producer with 580 tons per year.
Alvaro Uribe and George W. BushThe cooperation increased even more with the assumption of power in May 2002 by Colombian right-wing candidate àÂlvaro Uribe, supporter of an "iron fist" policy toward the guerrillas. As soon as his victory was declared, Washington announced the arrival in Bogotà¡ of Otto Reich, the Deputy State Secretary for Latin American Affairs, to "speak with the new president about his projects".
Two months later, the US Congress finally granted the military aid so much expected by the Colombian government to wipe out the guerrillas. Ambassador Anne Patterson then announced that, from that moment on, the training of the Colombian army would be in the hands of the US Special Forces.
The assumption of power by àÂlvaro Uribe is a decisive event in various aspects. On one hand, the very day of his swear-in ceremony marked the beginning of the official military assistance from the United States. On the other hand, several rockets fell over Bogotà¡ in the very moment that the swear-in ceremony was taking place, causing the death of 21 people near the presidential palace.
And, finally, Uribe triggered an escalation of the military confrontation since, far from his own campaign promises of negotiations under the auspices of the United Nations, the new president immediately declared the state of siege and launched a military offensive of great magnitude against the FARC.
At the same time, he appointed retired colonel Alfonso Armas head of the fight against narcotics, thus making him the key man of the Colombia Plan. In November 1985, Alfonso Armas led an attack against the Palace of Justice in Bogotà¡, occupied by a commando group of the M-19. The offensive, with armored support, left «more than 100 people dead among rebels, judges and civilians and the palace was destroyed by a fire» [24].
Since then, Bogotà¡ and Washington bound their fate in their struggle against "subversive forces", making it clear that they prefer a military solution instead of political negotiations. This suicidal strategy for the country has already caused several disasters like the massacre of several dozens of FARC hostages during an offensive of the Colombian army.
The above-mentioned strategy not only did not resolve the conflict but, on the contrary, it aggravated the already complicated situation and caused an increase of violence. It would be worthy to recall, in this respect, the car-bomb attack carried out on February 7, 2003, very similar to the one "perpetrated in Oklahoma City in 1995" [25]. This attack, for which the FARC did not claim responsibility, left 33 people dead in a club in the capital.
Washington: Guarantor of «Regional Instability»
In this strategy of carrying to its logical conclusion, the United States has more to win than Colombia. Turn into a "regional initiative for the Andean region", the "Colombia Plan", «with the pretext of fighting drug-trafficking, aims at the guerrillas, a process of military intervention and the absorption of sub-regional organizations in the framework of a bigger project: the Free Trade Agreement of the Americas (FTAA), headed by Washington» [26].
The recent attacks by the FARC against the Caà±o Limà³n oil pipeline, even as they are currently defended by the US Green Berets, show that it is impossible to control a country only through the use of force. The kidnapping of three American mercenaries by the guerrillas in February 2003 is another example [27].
The country was slowly moving toward the escalation: a US commando that comprised of 150 members of the Special Forces was sent to Colombia while the budgetary increases of Congress continued. All of this represents a threat of "Vietnamization" of the conflict. And even more, it is the stability of the entire region what is at stake.
During the summit of the Andean Pact, in March 2003, Colombia criticized Venezuela's passivity in regards to the fight against the guerrillas and accused the government of Hugo Chà¡vez of having allowed FARC to use the border zones. As to Panama, an unconditional ally of the United States, it was the only country that described the FARC as a "terrorist organization".
The idea of the US regaining control of the region is becoming established. On April 22, 2003, the vice-president of the Foreign Relations Commission of the Venezuelan National Assembly, Tarek William, stated that «Venezuela «did not exclude» a Colombian invasion with the help of the United States» [28].
In September, 2002, with Washington threatening to put an end to its military assistance, Colombia took a new step toward complete vassalage as they committed not to extradite any American citizen to be judged by the International Court of Justice. In October, the government of àÂlvaro Uribe managed to pass a law that provided an amnesty for the armed groups that accepted to demobilize, a text that actually only benefits the ultra-right wing paramilitary groups - the only ones involved in negotiations with the government [29].
The military maneuvers have reached a significant magnitude: more than 600 US advisors are already in Colombia; more than 1000 FARC members were killed between August 2002 and July 2003 although a similar amount surrendered. In 2002, 14,000 hectares of coca plantations were destroyed, a record that the Colombian government underlined. Recently, the beginning of a process against Vladimiro Montesinos in Peru, that involves the CIA in arms trafficking with the FARC, represents additional evidence of the similarity between the US practices in Colombia and those previously used in Nicaragua [30]. All of this has progressively isolated Colombia from the international community as it is shown by the boycott mounted by several European parliamentarians against Uribe during a tour of Europe in February 2004.
Registrato: Novembre 2004
Messaggi: 344
Età: 56 Residenza:
Divide et impera, la strategia Usa
[b:3e7b8229d1]Divide et impera, la strategia Usa di frammentazione del Vecchio Continente. [/b:3e7b8229d1]
[u:3e7b8229d1][i:3e7b8229d1]Europa "balcanizzata"?[/i:3e7b8229d1][/u:3e7b8229d1]
Parigi, 7 settembre 2003
FONTE: http://www.brianzapopolare.it/sezio...alcanizzata.htm
Una Europa "estesa" geograficamente ma "diluita" politicamente.
Le modalità della costruzione europea dipendono dall'idea che ci si fa dell'unità dell'Europa e del suo ruolo nel mondo. Dopo avere pilotato la creazione dell'Unione per stabilizzare l'Europa occidentale e sottrarla all'influenza sovietica, ora gli Stati Uniti ne incoraggiano, a un tempo, l'estensione geografica e la diluizione politica.
L'Unione potrebbe allora assorbire la Russia e frammentare gli Stati membri in una miriade di aree regionali, per trasformarsi in una vasta zona di libero scambio protetta dalla potenza militare statunitense. Contrariamente a quel che diffusamente si pensa, all'interno della stessa Europa si trovano numerose forze in grado di promuovere questo stesso progetto, come risulta dalla cartina ufficiale, che riportiamo.
Essa è stata elaborata in seno all'Are (Assemblea delle regioni d'Europa) nel 2002. Creato nel 1985 dai francesi, dagli spagnoli e dai portoghesi, questo istituto è stato ripreso nel 1987 dai tedeschi, che vi hanno immesso principi federalisti, regionalisti, di carattere etnico, il tutto in collegamento con organismi europei quali il Comitato delle regioni (Cdr), il Congresso dei poteri locali e regionali d'Europa (Cplre) o il Consiglio dei comuni e delle regioni d'Europa (Ccre). L'interesse principale della cartina consiste nel fatto di rivelare il significato recondito dell'attuale forma di regionalizzazione europea, che non riguarda soltanto l'Unione presente, ma è concepita per estendersi all'intera Eurasia. Tutti gli Stati dell'Europa centrale, gli Stati baltici, l'Ucraina, la Russia - con un confine a Est che arriva fino alla Siberia - gli Stati del Caucaso e la Turchia rientrano già in quel progetto europeo, o meglio euratlantico.
L'adesione all'Unione non sarebbe più lo strumento per realizzare l'unità europea ma, al contrario, quello per smembrare il continente, garantendo in tal modo il trionfo pacifico dell'iperpotenza statunitense, secondo il classico principio del "divide et impera". La regionalizzazione, presentata come mezzo per riavvicinare i cittadini ai luoghi delle decisioni, si ridurrebbe a un semplice artificio per prevenire l'emergere di una potenza-Europa, in applicazione della "dottrina Wolfowitz".
Poco prima di lasciare la Casa Bianca, il presidente Clinton ha presentato la concezione statunitense dell'Europa in un discorso che magnificava il blocco transatlantico. Egli inoltre sottolineava, in modo nettissimo, che "[…] l'unità dell'Europa sta per generare qualcosa di veramente nuovo sotto il sole: istituzioni comuni più ampie degli Stati nazionali, parallelamente alla delega ai dell'autorità democratica livelli inferiori. La Scozia e i Paesi del Galles hanno i loro parlamenti. L'Irlanda del Nord, da cui proviene la mia famiglia, ha ritrovato il proprio governo. L'Europa è piena di vitalità e tornano a risuonarvi i nomi di antiche regioni di cui si riparla (la Catalogna, il Piemonte, la Lombardia, la Slesia, la Transilvania, ecc.), non all'insegna di un qualsiasi separatismo, ma in uno slancio di sana fierezza, e di rispetto della tradizione. La sovranità nazionale si arricchisce di voci regionali piene di vita, che trasformano l'Europa in un luogo che meglio garantisce l'esistenza della diversità […]".
La "simpatia" americana per questa forma di regionalizzazione si spiega con il trasferimento del potere politico dagli Stati alle regioni. Ormai, la regione-Stato si fregia di una crescente autonomia politica nei campi che riguardano l'amministrazione, la giustizia, i sistemi bancari e postali o l'istruzione, che sta sempre più diventando - checchè ne dicano le autorità ufficiali - un'istruzione regionale.
Le istanze politiche regionali sono spinte a trattare direttamente con le istanze soprannazionali di Bruxelles, scavalcando l'autorità nazionale. Questo non può che fare piacere ai dirigenti politici ed economici degli Stati Uniti i quali, tramite le loro potenti lobbies massicciamente presenti a Bruxelles, potranno stringere contatti direttamente con la Lombardia, l'Alsazia, la Catalogna, ecc. Tra la considerevole potenza politica, economica e militare degli Stati Uniti, da un lato e, dall'altro, una qualsiasi regione d'Europa, è facile indovinare il vantaggio che Washington trarrà da tutta questa faccenda.
Per rafforzare la completa presa americana sul vecchio continente, gli Stati Uniti hanno presentato al solo governo tedesco una vera e propria mappa per l'espansione a Est dell'Ue e della Nato. Secondo il Financial Times Deutshland del 24 ottobre 2002, l'obiettivo di una "Europa libera e unita" deve articolarsi secondo le seguenti modalità . Dopo l'inserimento nell'Ue di dieci Stati nel 2004 (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia, Cipro e Malta), le trattative per l'adesione dell'Ucraina alla Nato dovrebbero avviarsi nel 2004, seguite da quelle per la Serbia nel 2005, per la Croazia e l'Albania nel 2007. Secondo questa rotta tracciata, inoltre, gli Stati Uniti auspicherebbero l'adesione all'Ue della Turchia per il 2007. Infine, lo stesso giornale aggiunge che l'inserimento completo dei Balcani e dell'Ucraina nelle istituzioni euratlantiche dovrebbe concludersi nel 2010.
Perlomeno, conosciamo la data di scadenza degli obiettivi statunitensi. In questa parcellizzazione europea, che fornisce alle regioni il primato politico a spese delle nazioni, in stretta connessione con le lobbies finanziarie di Bruxelles, la Germania svolge un ruolo decisivo. Al momento di avvio della regionalizzazione in Europa (Raccomandazione n. 34/1997 del Congresso dei poteri locali e regionali d'Europa), infatti, essa subordina il continente alle concezioni istituzionali che le hanno imposto i britannici e gli americani alla Conferenza di Postdam (11 luglio - 2 agosto 1945) e al momento della creazione della doppia zona d'occupazione (2 dicembre 1946). All'epoca, il ruolo riservato ai Là¤nder puntava sia a restituire le libertà soppresse dalla dittatura del III Reich, sia a privare la Germania dello statuto di grande potenza. Il dispositivo era stato approvato dalla Francia che, per riprendere la frase di Mauriac sulle zone d'occupazione, amava tanto la Germania da preferire che ve ne fosse più d'una. Tra l'altro, gli anglosassoni hanno irrigidito queste istituzioni rendendo sacra la Costituzione tedesca e creando una Corte costituzionale indipendente a Karlsruhe.
In ogni caso, la dipendenza dell'Europa dagli Usa non ha più ragion d'essere dopo il crollo dell'Unione sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia. La classe dirigente tedesca, da parte sua, si trova divisa tra coloro che vagheggiano una potenza indipendente e si sono espressi con il rifiuto di associarsi all'aggressione all'Iraq, da una parte, e coloro che preferiscono minimizzare i rischi e svolgere il ruolo di governatore delegato dell'Impero per l'Europa, dall'altra. Costoro si sono affrettati a svolgere una funzione suppletiva nello smembramento della Jugoslavia e nella guerra del Kosovo. Dopodichè, tali contraddizioni si potrebbero risolvere sbarazzandosi della tutela statunitense per essere i soli capitani a bordo, secondo il buon vecchio "criterio di Iznogud" (essere califfo al posto del califfo). Tutto il problema sta nella capacità degli anglosassoni di convincere gli strati dirigenti tedeschi a svolgere il ruolo assegnato loro nel nuovo ordine mondiale.
In ogni caso, la frammentazione dell'Europa così come la presenta la cartina dell'Are è ancora transitoria. Infatti, l'iniziale emergere delle regioni è la premessa, prima di passare a un altro livello: il ritocco dei confini regionali in funzione di criteri economici ed etnici. Nel quadro dell'interregionalità sono possibili numerosi raggruppamenti, ad esempio tra le entità basche francese e spagnola, oppure tra l'Alsazia e il Baden. E' la posta in gioco della cartina elaborata dalla Commissione europea nel 2002. Poichè infatti l'obiettivo è quello di creare un vasto mercato economico di libero scambio transatlantico, i tecnocrati di Bruxelles hanno proceduto a ritocchi territoriali, per creare raggruppamenti economici secondo quanto previsto dai testi ufficiali: "Interreg IIIB" raggruppa ormai tutte le iniziative di collaborazione transnazionale che coinvolgono le autorità nazionali, regionali e locali e gli altri soggetti socio-economici. L'obiettivo è quello di promuovere l'integrazione territoriale in seno a grandi gruppi di regioni europee, anche al di là dell'Unione dei Quindici, nonchè tra gli Stati membri e i paesi candidati o altri paesi vicini, favorendo in tal modo uno sviluppo stabile, equilibrato e armonioso dell'Unione. Si concede un'attenzione particolare soprattutto alle regioni ultraperiferiche e insulari.
Questa rivoluzione politica, geopolitica e sociale in Europa sta per compiere un passo decisivo con il riconoscimento di una personalità giuridica all'Ue. Quel che può sembrare la conclusione di un sogno di unità ha in sè alcuni elementi che, in questo particolare contesto e in mancanza di parapetti, possono sfociare nell'incubo della jugoslavizzazione generalizzata.
Pierre Hillard (www.reseauvoltaire.net), Titti Pierini (traduzione)
Parigi, 7 settembre 2003
Nel comunicato finale dell'ultima riunione del gruppo di Shanghai (Shanghai Cooperation Organization - Sco) che comprende tre quinti dell'Eurasia e precisamente Cina, Russia e repubbliche centro asiatiche (con India, Pakistan e Mongolia come osservatori), è stato denunciato, per la prima volta in maniera energica e ufficiale, il perpetuarsi della presenza Usa in Afghanistan; è stato chiesto agli Stati Uniti di specificare anche un timetable per evacuare le basi centro-asiatiche usate finora nella guerra contro il mostro talibano e il terrorismo in generale. Karimov, il khan-presidente dell'Uzbekistan - lo Stato più popoloso dell'Asia Centrale e che grazie ai ricchi giacimenti di uranio è scampato alle insidie di una rivoluzione cromatica partita da Andijan - nel chiedere la disinstallazione delle basi americane nel suo paese, ha accusato gli Usa di inquinamento ecologico.
E dunque, lo Sco, allargando la cooperazione già esistente con Asia sud-occidentale e con Iran, ha tracciato la propria linea guida a livello globale. I vari contratti trentennali tra la Cina (Cnooc e Zhuhaizhenrong Corp.) e l'Iran riguardo Lng e petrolio di un valore stimabile tra 50-100 miliardi di dollari dimostrano che la Cina sta iniziando a soddisfare i crescenti bisogni energetici nell'ambito di un preciso quadro geopolitico che considera la sicurezza dei propri fornitori come la propria. Sembrano lontani i tempi in cui la dirigenza cinese, definendo l'Iraq “paese lontanoâ€Â, avallava di fatto la campagna dell'amministrazione Bush in Iraq.
Cosicchè anche il colossale progetto del gasdotto Iran-Pakistan-India va visto nell'ottica di questa nuova alleanza geopolitica. La Russia , sempre più irritata per aver visto sottrarre alla propria influenza importanti aree, e nel timore di ritrovarsi ancora più ridimensionata, si è spostata verso l'Oriente e l'Asia occidentale, in particolar modo dopo le rivoluzioni cromatiche in Caucaso e Ucraina. Significativa la collaborazione con l'Iran in vari settori, nucleare compreso. Infatti, non a caso Putin - insieme agli omologhi cinesi e in nome della nuova esigenza geopolitica - si è affrettato a sostenere il processo conservatore in atto in Iran per rendere monolitico il blocco di potere degli ayatollah dopo l'elezione a presidente della Repubblica del conservatore Ahmadinejad.
Rilevanti anche i passi compiuti dalla Cina che, attraverso le parole del suo presidente Hu Jin Tao nell'incontro con il presidente Barroso, ha voluto ribadire il suo sostegno a un'Europa unita e forte definendola partner ideale della Cina per un interscambio a largo raggio.
Per meglio capire la dimensione del nuovo corso geopolitico, si tenga a mente quanto accadde con il crollo del mondo bipolare, la penetrazione capillare in Eurasia e la presa di possesso delle province ex sovietiche da parte del blocco guidato dagli Usa. Allora, con un'Europa subalterna che riconosceva ancora la leadership americana, una Russia in ginocchio e una Cina e un'India senza ancora una visione globale, ebbe inizio un'epoca all'insegna del New American Century e il primato americano incontrastato, com'è stato illustrato e teorizzato da Z. Brzezinski nel suo “The Grand Chessboard American Primacy and Its Geostrategic Imperativesâ€Â. Infatti, nella campagna dei Balcani, l'Europa - sotto l'ombrello della Nato (e non dell'Onu) - ha seguito i percorsi e i dettami degli Usa, aiutando l'espansione del dominio statunitense nell'Europa centro-orientale e nel Caucaso. Anche nella guerra contro il mostro talibano in Afghanistan sotto l'egida dell'Onu, una coalizione internazionale (Cina, India e Iran compresi) aveva avallato gli Usa. Cosi è avvenuta la penetrazione nell'Asia centrale ex sovietica, l'antico Turkestan. Con l'Afghanistan occupato e le basi militari installate in area centro-asiatica, sono state messe de facto sotto controllo la Cina e l'India. Con la campagna irachena e le continue pressioni nel tentativo di cambio di regime in un Iran incuneato tra le risorse tradizionali del Golfo Persico e il nuovo eldorado del Mar Caspio, attraverso il progetto del Grande Medio Oriente, l'amministrazione Bush ha voluto mettere le mani sulle importanti aree di risorse energetiche, per neutralizzare definitivamente gli avversari e affermare il proprio primato in modo tale da renderlo indiscutibile.
L'Europa dei popoli e delle opinioni pubbliche profondamente sensibili ai principi fondatori dell'Europa stessa, la quale ripudia la guerra come mezzo di persuasione, preferendole il dialogo nell'ambito della cultura della pace ed etica di rispetto, già prima della campagna irakena si era distinta denunciando l'aggressivo espansionismo di Washington. L'Europa delle Cancellerie, che gravita sull'asse franco-tedesco (vecchia o saggia?), si era opposta alla politica unilaterale dell'amministrazione Bush, anche in nome del multilateralismo e della legalità e per chiari e ragionevoli intenti e interessi geopolitici.
L'Europa democratica aveva previsto le reali intenzioni dei neocon: la strumentale guerra al terrorismo aveva come intento principale il controllo delle risorse finalizzato al dominio sull'intero globo. Insomma, quel che Z. Brzezinski ha spiegato sulle pagine della rivista National Interest e cioè che il controllo del Medio Oriente da parte degli Stati Uniti “conferisce loro un potere indiretto, ma politicamente decisivo, sulle economie europee e asiatiche che dipendono anch'esse dalle esportazioni energetiche provenienti dalla regioneâ€Â.
L'Europa di Blair e Berlusconi, insieme alle nuove adesioni (Polonia…), con mire imperiali che vanno contro le rispettive opinioni pubbliche, delegando la propria politica estera e sovranità agli Usa, ha intrapreso una strada di subalternità alla politica di Bush, il quale ha continuato a manipolare la democrazia e la libertà , costruendo nemici e ingigantendo certe realtà drammatiche come il terrorismo per giustificare il forte desiderio di affermare il proprio primato.
Tuttavia, anche se la Costituzione europea ha cercato in qualche misura di riflettere e di tener presenti le istanze sociali e i diritti democratici dei propri cittadini, il prevalere dei principi di neoliberismo di stampo anglo-americano ha avuto il suo effetto: la sonora bocciatura da parte dei francesi. Tant'è che William Pfaff, nell'articolo uscito qualche settimana fa sulle colonne dell'International Herald Tribune, sostiene in modo netto, chiaro e “per niente ironico†che il solco tra Europa e Stati Uniti non era mai stato così ampio dopo il referendum francese.
Con le stragi terroristiche di Madrid e Londra (ed Egitto) si è capito che l'Europa e il resto del mondo non paga il conto della politica dei neocon al potere a Washington solo in termini economici ma anche umani. Si è capito e si è visto, come ha sostenuto il senatore Ted Kennedy al Brookings Institute (5-04-2004), che, con la campagna irachena, al-Qaeda ha avuto il tempo di riorganizzarsi e agire, fino al punto di rendere - come si può vedere dalla perpetua tragedia irachena - lo stesso Iraq una zona franca per la proliferazione di “terroristi di professioneâ€Â. L'idea che l'Iraq sia divenuto la zona franca per i terroristi è stato lanciata dal National Intelligence Council, il “cervello†strategico della stessa Cia.
Una certa Europa, che immaginava di seguire la linea Bush per poter raccogliere le briciole, ha pagato un alto tributo di sangue: Aznar ha perso le elezioni e il coraggioso Zapatero si è ritirato. Blair e Berlusconi hanno dichiarato di volersi ritirare, i nuovi aderenti all'Unione hanno forse capito che i vantaggi e la convenienza economica stanno in una politica non imperiale e democratica e nel dialogo con altri popoli.
Anche l'Europa, alla stregua della Cina, cerca di trovare alleanze nelle regioni petrolifere del Medio Oriente dove si sta giocando la partita geopolitica globale, con un occhio attento alle società civili e cerca di intavolare - per ragioni sempre geopolitiche - trattative con vari regimi e con gli ayatollah di Teheran, per ostacolare la penetrazione capillare americana in una regione strategicamente determinante.
àˆ evidente che - de facto - il mondo si sta avviando verso una tripartizione geopolitica e che i contorni di ogni zona sono in via di definizione. In gioco ci sono l'area del Pacifico (Cina), quei 3/5 dell'Eurasia (Asia Centrale-Caucaso) e del subcontinente indiano, assemblati alla Russia in via di spopolamento e all'area dell'Asia sud-occidentale (Iran - Iraq , Pakistan, e l'area del Golfo Persico). Su questo amplissimo fondale si muoveranno i prossimi scenari. Una cosa è certa: il futuro sarà determinato dai cambiamenti causati dalla crescita di questa area geopolitica asiatica che comprende più di 3 miliardi di abitanti e che porrà seri problemi di crescita sostenibile e di carattere ambientale a tutto il globo. Sarà solo il tempo, l'impegno e lo sforzo - insieme alla saggezza del genere umano - a portare l'umanità in una nuova fase basata sulla competizione e la tensione oppure sulla collaborazione armoniosa all'insegna della moderazione e sotto l'egida di istituzioni internazionali riformate e colme di contenuti che tengano in gran conto l'etica.
La data di oggi è 12 Aprile 2026, 15:30 • Tutti i fusi orari sono UTC + 1 Ora [Ora Legale]
Lista Permessi
Lista Permessi
Non puoi inserire nuovi Argomenti Non puoi rispondere ai Messaggi Non puoi modificare i tuoi Messaggi Non puoi cancellare i tuoi Messaggi Non puoi votare nei Sondaggi Non puoi allegare files Non puoi scaricare gli allegati Puoi inserire eventi calendario