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Fabio
27 Dicembre 2004, 13:34

"Le nuove zarine" di Enrico Franceschini
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L'articolo potete leggerlo all'indirizzo:
http://www.dweb.repubblica.it/archivio_d/1998/03/24/attualita/reportage/136zar093136.html

... ve lo riporto ... per comodit&agrave;Â .  ;-) 


Le nuove zarine
Pi&ugrave; coraggiose, pi&ugrave; abili, pi&ugrave; determinate, le donne amano gli imprevisti del capitalismo.
E stanno cambiando la Russia 
di Enrico Franceschini

Se le nazioni avessero un sesso, la Russia sarebbe certamente femmina. 
Non a caso, un tempo i suoi abitanti la chiamavano rispettosamente "Madre", per la precisione "Santa Madre": l'elemento femminino pervade la storia dello sterminato paese che va dal mar Baltico al Pacifico, anche se sono stati quasi sempre gli uomini a governarlo, con l'eccezione dell'imperatrice Caterina la Grande.
Era femmina, la divinit&agrave;Â  maligna e spaventosa che nei tempi antichi terrorizzava le campagne della steppa: la strega Baba Yaga, venerata e temuta, capace di autoriprodursi senza bisogno di maschi. Era femmina uno dei personaggi pi&ugrave; affascinanti ed emblematici usciti dalla penna di Tolstoj, Anna Karenina. Era la donna, la moglie-madre, e anzi qualche volta la babushka, la nonnina infaticabile, a regnare sul focolare domestico della vecchia Russia zarista. Erano le donne a tenere in piedi la casa e la famiglia nella vita di stenti, code e umiliazioni della lunga era comunista. E oggi sono ancora le donne a testimoniare lo straordinario, repentino cambiamento che, nel bene e nel male, sta trasformando la Russia in qualcosa di completamente nuovo. Le guardi un attimo, e capisci che nulla sar&agrave;Â  mai pi&ugrave; come prima. Si impone, a questo punto, una confidenza: la nuova donna russa, io me la sono sposata. Per cui non potrei certamente essere un osservatore imparziale. Sar&ograve; allora parziale e partigiano fino in fondo: sostenendo che le russe sono il gioiello pi&ugrave; prezioso del paese che ho recentemente lasciato dopo averci trascorso otto anni come corrispondente di Repubblica. Per cominciare, sono belle, bellissime. Giudizio forse non "politicamente corretto", ma che chiunque visiti Mosca, Pietroburgo o qualsiasi citt&agrave;Â  russa dal Volga agli Urali, dal Don a Vladivostok, avrebbe difficolt&agrave;Â  a smentire. La natura le ha dotate di zigomi alti, labbra sensuali, occhi indimenticabili (azzurri, generalizziamo noi occidentali, dimenticando che la pi&ugrave; bella romanza russa s'intitola Occhi neri), pelle di velluto, e fermiamoci qui per non scendere nei particolari. Naturalmente, erano belle anche dieci o vent'anni or sono; ma si trattava di una bellezza nascosta: vestite poveramente, truccate peggio, nutrite male, non sempre il loro splendore risaltava a colpo d'occhio. Oggi, miracolo del benessere che comincia a espandersi, o mistero dell'evoluzione della specie, l'automobilista che gira per le strade di Mosca rischia di continuo tamponamenti. Effetto straordinario, se si tiene conto che negli ultimi anni legioni di russe sono emigrate, legalmente o clandestinamente, alla ricerca di una vita migliore, confidando solo sulla propria accattivante bellezza. L'unica "merce" in cui le esportazioni russe superano le importazioni dall'Occidente, notavano i commentatori maschilisti, sono le donne, quelle belle. Ma le nuove russe hanno anche un cervello che funziona meglio di quello dei compatrioti uomini. Sono state pi&ugrave; abili, determinate e coraggiose dei maschi ad affrontare i rischi e gli imprevisti del capitalismo. Forti dell'inventiva che consentiva loro di tirare avanti fra le amarezze dell'epoca comunista, le donne sono state le prime a gettarsi nell'economia privata, a cambiare mestiere, a rimettersi a studiare. Il settore dei servizi, in cui si registra un boom di attivit&agrave;Â  e profitti, sembra oggi popolato quasi esclusivamente di donne. Nelle nuove banche si incontrano molte pi&ugrave; impiegate di impiegati. Che si tratti di andare a vendere cosmetici porta a porta per un'azienda americana, di lavorare nei fast-food che crescono ovunque come erba dopo la pioggia, o di costruire da zero un proprio business, le donne sono diventate indipendenti pi&ugrave; in fretta degli uomini. Tra i nuovi mestieri femminili, ovviamente, c'&egrave; pure quello pi&ugrave; antico del mondo, che in verit&agrave;Â  esisteva, pi&ugrave; timidamente, anche nell'Urss comunista: la prostituta. Nella nuova Russia sono diventate legioni, in strada, negli alberghi, nei night-club, in discoteca, tanto che tra i nostalgici del vecchio regime l'equazione "bella ragazza vestita alla moda uguale mignotta" &egrave; un automatismo. Indubbiamente, insieme a Brasile, Cuba, Thailandia, la Russia odierna &egrave; una della capitali mondiali della prostituzione. Il caso russo potrebbe essere un fenomeno transitorio: oggi molte russe vendono il proprio corpo perch&egrave;, nel caos della transizione da un sistema all'altro, non hanno alternativa, esattamente come succedeva a tante italiane nella Napoli descritta da Curzio Malaparte nel suo disperato romanzo La pelle. E in pi&ugrave;, le russe si vendono perch&egrave; i russi, i loro uomini, padri, mariti, fratelli, le hanno abbandonate, preferendo consolarsi con una bottiglia di vodka (facciamo due o tre, una per il russo medio &egrave; un aperitivo) dagli sconvolgimenti provocati dal capitalismo. Le pi&ugrave; appariscenti non sono n&egrave; puttane n&egrave; madonne: sono le modelle che volteggiano aeree, leggere, nelle sempre pi&ugrave; frequenti sfilate d'alta moda di Mosca, sono le pupe fatali di gangster, neomiliardari, membri della vecchia nomenklatura riciclati o di quella nuova. Le si incontra di mattina negli shopping-center, addobbate come per una serata di gala, o la sera nei ristoranti pi&ugrave; costosi, altere, irraggiungibili, voluttuose. Sono le interpreti di una "dolce vita" esplosa dopo un'astinenza durata sette decenni, o della tusovka, come si dice in russo, termine gergale a met&agrave;Â  strada fra happening, sballo, voglia scatenata di stordirsi e divertirsi, preferibilmente di notte. E in questo spendere denaro e spandere seduzione c'&egrave; qualcosa di esagerato, perfino di grottesco. &agrave;Ë† facile, per noi occidentali, ironizzare sulle esagerazioni un po' volgari delle "nuove russe". Noi occidentali, di sesso maschile o femminile, godiamo i frutti della societ&agrave;Â  dei consumi da troppo tempo, per rammentare che all'inizio, quando scoppi&ograve; il boom economico dalle nostre parti, ci comportavamo anche noi come se fossimo in preda a una furia esibizionistica, talvolta un po' ingenua, talvolta decisamente kitsch. La donna russa, invece, non ha conosciuto, sino a oggi, il consumismo, il lusso, il benessere. &agrave;Ë† come reduce da una lunga carestia, e si trova di fronte a una tavola imbandita di ogni prelibatezza: non resiste alla tentazione di abbuffarsi. Veste a mezzogiorno come a mezzanotte, si profuma pi&ugrave; del necessario, spende subito tutto quel che guadagna, all'insegna del "chi vuol esser lieto sia, del diman non v'&egrave; certezza". E poi non ci sono soltanto le pupe della mala, le top model, le puttane, le playmates delle riviste patinate (in cirillico) o delle trasmissioni porno-soft in onda a tarda sera alla tiv&ugrave;. La nuova Russia ha anche donne in carriera, donne in parlamento, donne che, come prima, continuano a far funzionare il paese, guidando l'autobus, spazzando le strade dalla neve, salendo sulle impalcature dei cantieri edili. Senza contare le donne che continuano a mettere al mondo figli, nel paese con il pi&ugrave; alto numero di aborti al mondo, un record causato dall'ignoranza e mancanza (fino a pochissimo tempo fa) di moderni metodi contraccettivi: i preservativi sovietici erano cos&igrave; inaffidabili da essersi guadagnati lo spiritoso soprannome di "galosce". Donne, per citarne una, come Tamara Baranova, che ha 42 anni e quindici bocche da sfamare, oltre a quella del legittimo consorte. Alla decima gravidanza ricevette il titolo e la medaglia di "Madre Eroica dell'Unione Sovietica", perch&egrave; l'impero comunista incoraggiava le famiglie numerose, promettendo premi per chi aveva dai dieci figli in su. Tamara ha proseguito a figliare anche dopo la scomparsa dell'Urss: il suo ultimo nato, Misha, ha appena sei mesi, e non &egrave; detto che non ce ne sar&agrave;Â  un altro. "Molti figli significano molta felicit&agrave;Â ", mi spiegava qualche tempo fa Tamara, che vive modestamente con la sua folta trib&ugrave; in un casermone popolare alla periferia di Mosca. "Certo", ammetteva, "la nostra &egrave; una vita dura, ma ce la siamo voluta. Ogni bambino porta problemi e fatica, ma tutto quello che serve &egrave; l'amore, e in questa casa ce n'&egrave; in abbondanza". Ecco qua, un'altra "esagerazione" tipicamente russa. Il fatto &egrave; che forse soltanto in Russia si pu&ograve; incontrare una madre esagerata come Tamara Baranova. O meglio, una santa come lei. E questo ci riporta alla denominazione originale di cui scrivevo all'inizio: Santa Madre Russia. Il paese femmina per eccellenza. Credete a uno che se l'&egrave; sposato.


