https://www.russia-italia.com/viewtopic.php?f=4&t=1976&p=21806#p21806
-----------------------------------
muslim
29 Luglio 2005, 16:24

L'unit&agrave;Â  spirituale delle culture e la geopolitica
-----------------------------------
[b]L'unit&agrave;Â  spirituale delle culture e la geopolitica[/b]
FONTE: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/Lunitsalvaguardiadelledive.shtml


Se nel campo della ricerca inerente le esperienze religiose si &egrave; potuto parlare della Ã¢â‚¬Å“unit&agrave;Â  trascendente delle religioniÃ¢â‚¬Â, come magistralmente investigato da F. Schuon (1), al fine di individuare e meglio comprendere i diversi processi o vie, per l'appunto Ã¢â‚¬Å“religiosiÃ¢â‚¬Â, che, riflettendo e facendo perno sulle singole specificit&agrave;Â  (spirituali, culturali, etniche, psicoantropologiche dei differenti popoli e delle singole persone), permettono agli individui una maggiore integrazione con l'universo e conducono inoltre ad un maggior grado di comprensione di quelle che siamo usi definire, con approssimazione, verit&agrave;Â  metafisiche, parimenti ed analogamente, nel dominio della ricerca politica ed a suo fondamento, in particolare quando &egrave; rivolta ad indagare i rapporti fra popolazioni differenti per cultura ed etnia, &egrave; utile riflettere sulla Ã¢â‚¬Å“unit&agrave;Â  spirituale delle cultureÃ¢â‚¬Â al fine di definire i criteri e le opportune prassi da adottare per la realizzazione di una autentica ed armonica convivenza tra i vari popoli, basata sulla salvaguardia delle loro molteplici identit&agrave;Â  e, soprattutto - dal particolare punto di vista della geopolitica - sulla loro appartenenza ad un comune destino, forgiatosi, nelle varie epoche storiche, a partire dalle loro specifiche posizioni geografiche e dalle singole volont&agrave;Â  che, nello stesso spazio, si sono politicamente espresse, sovente pi&ugrave; conflittualmente che pacificamente. 

Come l'aver individuato il criterio dell'unit&agrave;Â  trascendente delle religioni non conduce necessariamente il credente, nella sua Ã¢â‚¬Å“sperimentazioneÃ¢â‚¬Â religiosa, a farne un uso distorto, tale da giustificare ogni suo personale e possibile sincretismo (2), ma al contrario gli consente di trovare sostegno e rassicurazione, ai fini della propria cerca religiosa, nelle corrispondenze ed analogie che incontra nello studio delle forme religiose proprie ad altre popolazioni o ad altri gruppi etnici, analogamente, l'individuazione della unit&agrave;Â  spirituale delle culture, a fondamento dell'analisi politica e delle speculazioni antropologiche o sociologiche, non si risolve automaticamente in un indefinito universalismo, ove ogni forma particolare sia dissolta e negata. Infatti, anche nello specifico dominio della politica, e nel nostro caso della geopolitica, il presupposto dell'unit&agrave;Â  non implica affatto l'abolizione dei caratteri che contraddistinguono le varie Ã¢â‚¬Å“formeÃ¢â‚¬Â culturali, ma legittima, per cos&igrave; dire, il Ã¢â‚¬Å“sensoÃ¢â‚¬Â che tali Ã¢â‚¬Å“formeÃ¢â‚¬Â hanno in rapporto le une alle altre, ne assicura e giustifica lo sviluppo, ne rettifica le deviazioni, ne stimola ed ordina le sintesi laddove le esigenze e le costrizioni dei fatti storici lo impongono, ne limita e contiene le Ã¢â‚¬Å“contaminazioniÃ¢â‚¬Â, ne rappresenta, infine, il punto di riferimento, quando lo spazio vitale, nel quale esse fioriscono e si esprimono, e che dunque condividono, viene aggredito o ne viene messa in discussione la sovranit&agrave;Â  da parte di culture o potenze allogene.

In particolare, lo studiare, comparandole, le differenze come anche le analogie e le Ã¢â‚¬Å“contaminazioniÃ¢â‚¬Â o Ã¢â‚¬Å“sintesiÃ¢â‚¬Â derivate dai processi storici di scambio avvenuti a causa della vicinanza territoriale o dei fenomeni migratori o di espansione territoriale di un popolo o di una nazione a scapito di una o di altre, permette di enucleare quei dati che, in quanto riconducibili ad una condivisione di valori, manifestata con sensibilit&agrave;Â  e forme varie, consentono l'esaltazione armonica delle affinit&agrave;Â  e delle differenze, sulla quale ed in funzione della quale &egrave; possibile costruire solide intese e stabili equilibri politici.

Quanto sopra esposto assume un importante significato per chi si pone il problema della costituzione di estese aree geopolitiche (ove, generalmente, sono presenti popoli di diversa composizione etnica e di differente cultura) e della organizzazione politica e sociale delle stesse.

Occorre aggiungere che in passato tali costruzioni geopolitiche sono state espresse generalmente dalle grandi sintesi imperiali. Le forme imperiali del passato, o le grandi confederazioni (come ad esempio l'ex Unione Sovietica), dal punto di vista della ricerca geopolitica rappresentano modelli insuperabili, con i quali &egrave; utile confrontare qualunque ipotesi imperniata sulla progettazione o strutturazione di grandi spazi.


Il momento attuale e la prospettiva continentale

L'attuale momento storico, contraddistinto fondamentalmente da:

- uno straordinario sviluppo tecnologico, asservito ad una economia che si dispiega su scala globale e che, per i propri precipui scopi, tende a uniformare, coercitivamente e con prassi totalitaria, sfregiandone la fisionomia, le popolazioni ad un unico modello di civilt&agrave;Â ;
- un disordinato ed incontrollato sviluppo demografico;
- un incontrollato, ed artificialmente indotto, flusso migratorio;
- una ingiusta distribuzione di beni e ricchezze;
- una massiccia aggressione all'ambiente;
- un uso sconsiderato delle limitate risorse naturali;
- l'abnorme, incontrastato - e dunque non bilanciato - potere (economico e militare) di una unica potenza mondiale

pone domande e problemi le cui risposte e soluzioni realistiche sono praticabili, a beneficio delle singole persone, dei popoli e delle nazioni, soltanto nel quadro di un auspicabile equilibrio fra l'uomo e il suo territorio, tra i poteri locali e quelli globali, tra le necessit&agrave;Â  vitali dei popoli e le risorse naturali e tra queste e quelle trasformate e prodotte dall'ingegno dell'uomo. Tale equilibrio &egrave; oggi possibile ipotizzarlo, e dunque concretamente realizzarlo, soltanto nell'ambito di coerenti unit&agrave;Â  geopolitiche costruite su basi continentali.

Infatti, se un tempo, sino alla fine del XIX secolo per alcuni o sino alla prima met&agrave;Â  del secolo scorso per altri, era ancora possibile organizzare - almeno nella parte occidentale della massa eurasiatica - la vita dei popoli nell'ambito di unit&agrave;Â  geopolitiche nazionali (3), il cui collante era, sotto certi aspetti, principalmente e sufficientemente costituito dalla sola identit&agrave;Â  nazionale, il pi&ugrave; delle volte funzionale, nella sua espressione ideologica, agli interessi squisitamente economici e finanziari della classe dominante, oggi &egrave; evidente che lo Ã¢â‚¬Å“spazioÃ¢â‚¬Â da organizzare ha un'estensione continentale; il collante di tali unit&agrave;Â  dunque non potr&agrave;Â  essere soltanto nazionale (4), ma anche e soprattutto continentale. 

La traduzione operativa della prospettiva continentale impone una organizzazione sociale del proprio spazio - economicamente autosufficiente - improntata al solidarismo, sia per i criteri di giustizia e di equilibrio che la contraddistinguono rispetto alle visioni fondate sul particolarismo (di classe, nazionale o etnico) sia, pi&ugrave; pragmaticamente, al fine di limitare le possibili frizioni suscettibili di generare intestine situazioni conflittuali.


Necessit&agrave;Â  della prospettiva continentale e il pericolo del frazionamento etnonazionalista

Oggi, in particolare, la necessit&agrave;Â  e l'urgenza di costruire coerenti unit&agrave;Â  geopolitiche su base continentale sono dovute alla pretesa totalitaria, e unilaterale, dell'iperpotenza mondiale, gli USA, - il cui sviluppo e sopravvivenza sono indissolubilmente connessi al controllo di vaste porzioni del globo terrestre e degli spazi aerei -, di dominare e determinare il futuro della maggior parte dei popoli, imponendo loro un unico modello di sviluppo, basato sui Ã¢â‚¬Å“valoriÃ¢â‚¬Â del libero mercato.

Proprio al fine di un ulteriore sviluppo e rafforzamento del suo potere su scala planetaria, operato principalmente attraverso lo sfruttamento colonialistico dei beni e delle risorse di territori altrui (l'America del Sud e la massa euro-afro-asiatica) e mediante l'occupazione militare di importanti snodi geostrategici, la potenza attualmente egemone &egrave; sempre pi&ugrave; impegnata, sul fronte dell'uso strumentale della cultura, nella realizzazione di una presunta ed artificiale identit&agrave;Â  Ã¢â‚¬Å“occidentaleÃ¢â‚¬Â (5). Tale identit&agrave;Â  ha lo scopo sia di rendere coesi gli alleati, che di giustificarne le azioni militari, in particolare quelle eseguite in risposta ai Ã¢â‚¬Å“blowbackÃ¢â‚¬Â (6), all'insegna della difesa della Ã¢â‚¬Å“civilt&agrave;Â  occidentaleÃ¢â‚¬Â. Inoltre, poich&egrave; tale Ã¢â‚¬Å“manipolazione culturaleÃ¢â‚¬Â delle coscienze viene attuata principalmente nello spazio europeo, essa ha il precipuo scopo di insistere non tanto sui caratteri identitari, quali fattori di autorappresentazione degli abitanti considerati di Ã¢â‚¬Å“culturaÃ¢â‚¬Â europea, quanto sulle differenze con le popolazione e le culture presenti anche nella stessa area - ma non degne di essere considerate di cultura europea - o limitrofe, con lo scopo evidente di concorrere a creare fratture insanabili che conducono a guerre interetniche e fratricide. Il caso della Bosnia e del Kosovo sono in tal caso un vero e proprio esempio da manuale.

Il tentativo &egrave; dunque quello di spingere gli Europei, nell'attuale fase di conquista di una importante area dello spazio eurasiatico (Iraq), a sacrificarsi in uno scontro con il mondo arabo-islamico.

La falsa nozione di identit&agrave;Â  occidentale &egrave; quindi un'arma ideologica brandita contro le diversit&agrave;Â  culturali espresse dai popoli europei e da quelli depredati, i quali, bench&egrave; coscienti del Ã¢â‚¬Å“nemico comuneÃ¢â‚¬Â, non sono per&ograve; ancora in grado di anteporre ad esso una organica e coerente risposta, basata su un impianto teorico i cui confini siano dati dalla riflessione geopolitica, poich&egrave; ricattati sia sul piano economico (tramite l'applicazione dell'interdipendenza economica) e finanziario, sia su quello militare, ed infine, soprattutto, perch&egrave; troppo concentrati nelle anguste prospettive particolari, nazionali o religiose, e, perci&ograve; stesso, ancora poco inclini a sviluppare una coscienza dei reali comuni interessi continentali.

L'assolutizzazione dei caratteri nazionali (che in realt&agrave;Â  sono, nei casi Ã¢â‚¬Å“normaliÃ¢â‚¬Â, il risultato di sintesi determinate da diversi fattori: storici, geografici, etnici, economici, culturali) ha generato inoltre, nelle minoranze di alcune nazioni di cui sono parte costituente, una riflessione che le ha condotte a sua volta a rivendicare la propria specificit&agrave;Â , senza alcun criterio geopolitico, o semplicemente politico, causando, nel peggiore dei casi, un conflitto dai distinti caratteri tribali (caso della Jugoslavia), nel migliore una perdita reale di Ã¢â‚¬Å“pesoÃ¢â‚¬Â politico ed economico (caso delle repubbliche ex-sovietiche).

Un esempio dell'uso strumentale del concetto di Ã¢â‚¬Å“identit&agrave;Â  occidentaleÃ¢â‚¬Â &egrave; fornito dalle polemiche sorte in seguito alla possibilit&agrave;Â  dell'ingresso della Turchia nella Unione Europea.
La Turchia (7) a causa della sua posizione geostrategica, della cultura islamica che esprime, delle pulsioni panturaniche spesso emergenti anche a livello ufficiale e soprattutto a causa delle attuali alleanze con gli USA e Israele, viene utilizzata, nel quadro della geopolitica anglo-americana, come un grimaldello per creare proprio quelle fratture culturali e politiche necessarie alla strategia dello "scontro di civilt&agrave;Â " (il divide et impera dell'imperialismo anglo-americano).

Nelle nazioni europee, infatti, vasti settori del circuito politico e mediatico, con la scusa di impedire l'ingresso della Turchia nell'Unione in nome Ã¢â‚¬Å“dell'identit&agrave;Â  occidentaleÃ¢â‚¬Â, mirano a fomentare diffidenza, se non proprio odio, verso l'Islam, la cultura musulmana e ovviamente verso i turchi, i maghrebini, i palestinesi, gli iracheni, i siriani, gli iraniani e cos&igrave; via, creando quelle precondizioni psicologiche indispensabili per l'attuazione della strategia dello Ã¢â‚¬Å“scontro di civilt&agrave;Â Ã¢â‚¬Â (a tal riguardo, ad esempio, sono indicativi i recenti libri di Oriana Fallaci), con lo scopo di allontanare l'Europa propriamente detta dal suo naturale spazio vitale meridionale e sudorientale costituito dai paesi mediterranei e del Vicino Oriente, nonch&egrave; per indebolirla economicamente e politicamente. In tale ambito strategico rientrano, abilmente orchestrate, le alleanze tattiche dell'Occidente americanocentrico con settori manovrabili del cosiddetto Ã¢â‚¬Å“fondamentalismo islamicoÃ¢â‚¬Â, che &egrave; in realt&agrave;Â  un Ã¢â‚¬Å“islamismoÃ¢â‚¬Â eterodiretto ai fini esclusivi della strategia di potenza statunitense, come ampiamente dimostrato, ad esempio, dall'appoggio dato dagli USA ai talebani nel corso del conflitto russo-afgano, dalle guerre Ã¢â‚¬Å“islamicheÃ¢â‚¬Â di Bosnia e Kosovo sostenute e fomentate dagli americani e dal loro alleato turco, nonch&egrave; dalla miope e Ã¢â‚¬Å“pragmaticaÃ¢â‚¬Â politica estera iraniana, intesa ad accelerare la frammentazione della Federazione jugoslava, e dal terrorismo Ã¢â‚¬Å“islamicoÃ¢â‚¬Â in Cecenia e in Daghestan, che nei circoli filoamericani e mondialisti viene sovente giustificato come una lotta di liberazione nazionale contro l'ingerenza russa (confronta a riguardo l'articolo di Emma Bonino sul primo numero dell'edizione italiana della rivista Ã¢â‚¬Å“Foreign PolicyÃ¢â‚¬Â, diretta da Ernesto Galli della Loggia). Il che &egrave; comprensibile, poich&egrave; una Cecenia o un Daghestan indipendenti non sono altro che un passo ulteriore nella direzione della frammentazione e disgregazione dello spazio geopolitico presidiato dalla attuale Russia.

Quindi, per riepilogare, una prospettiva basata esclusivamente sull'interesse geopolitico, culturale o economico dell'entit&agrave;Â  nazionale, anzich&egrave;, come sarebbe auspicabile dato il particolare momento storico, su quella continentale, conduce inevitabilmente a privilegiare quegli aspetti storici, politici e culturali che, marcando le differenze appunto nazionali, potrebbero costituire il fondamento teorico di una prassi politica che sfocerebbe proprio nello Ã¢â‚¬Å“scontro tribaleÃ¢â‚¬Â preconizzato da Huntington e rafforzerebbe il dominio dell'unica potenza planetaria.

A questa vera e propria aggressione, operata contro l'intelligenza e gli interessi dei popoli, occorre far fronte a partire dalla elaborazione di proposte geopolitiche che pongano in primo piano i comuni interessi continentali. 


L'unit&agrave;Â  spirituale eurasiatica

Poich&egrave; &egrave; la massa euro-afro-asiatica lo spazio comune che subisce l'ingerenza economica, politica, militare e soprattutto, attraverso il pervasivo processo di occidentalizzazione dei costumi e di democratizzazione forzata, spirituale, occorre basare le proposte geopolitiche, volte alla difesa degli interessi continentali ed al libero e armonico sviluppo delle popolazioni che vi risiedono, su quei dati comuni cui facevamo riferimento pi&ugrave; sopra, in apertura al presente articolo. 

L'attivit&agrave;Â  culturale espressa attraverso la rivista Ã¢â‚¬Å“EurasiaÃ¢â‚¬Â ed i Quaderni di Geopolitica (8) muove proprio in tale direzione. Essa &egrave; infatti tesa a promuovere ed elaborare una comune coscienza eurasiatica, ovviamente da una postazione e prospettiva particolare, quella reale in cui ci troviamo, vale a dire quella dell'Europa, cio&egrave; della parte occidentale della massa eurasiatica. A fondamento di tale impegno, dunque, l'espressione Ã¢â‚¬Å“unit&agrave;Â  spirituale dell'EurasiaÃ¢â‚¬Â, del tibetologo Giuseppe Tucci, sintetizza efficacemente il senso della rivolta morale e spirituale che l'attuale momento storico esige contro l'imbarbarimento cui sono sottoposte le singole culture nazionali, popolari ed etniche da parte del capitalismo internazionale, e contro il tentativo di innescare tra di esse - da parte della coalizione anglo-americana che meglio lo esprime organizzativamente e militarmente - un vero e proprio conflitto di civilt&agrave;Â .

Note
1. Frithjof Schuon, Unit&agrave;Â  trascendente delle religioni, Mediterranee, Roma, 1980.

2. Il sincretismo religioso generalmente si manifesta in particolari e confusi momenti storici delle civilt&agrave;Â , per lo pi&ugrave; circoscrivibili in quella fase che Oswald Spengler designa, nella sua concezione morfologica e ciclica della storia, come Zivilization.

3. Per quanto allargate ed estese ai possedimenti Ã¢â‚¬Å“colonialiÃ¢â‚¬Â e tributarie delle risorse ivi disponibili.

4. Ci&ograve; non significa che l'identit&agrave;Â  nazionale perda completamente di senso e significato. Anzi, in alcuni casi, come in quello dell'attuale guerra di resistenza irachena (il Ã¢â‚¬Å“terrorismoÃ¢â‚¬Â iracheno, come viene definito propagandisticamente dalla coalizione occidentale americanocentrica), &egrave; proprio la coscienza degli interessi nazionali uno dei fattori, grazie a cui i responsabili delle diverse popolazioni irachene (principalmente arabe e curde) riescono a superare i contrasti etnici e religiosi che potrebbero condurre ad una guerra civile e dunque rendere irrealizzabile qualunque ipotesi di resistenza all'invasione occidentale.

5. Vedasi su tale argomento Franco Cardini, L'invenzione dell'Occidente, Il Cerchio, Rimini, 2004. Per Cardini l'idea contemporanea di Occidente nasce proprio "dal pensiero politico statunitense su una linea tesa dal Jefferson al Monroe proprio per differenziarsi dall'Europa; anzi, addirittura contro l'Europa" (p. 14).
.
6. Chalmer Johnson, Blowback, The Costs and Consequences of American Empire, Little Brown and Company, London, 2000; traduzione italiana Gli ultimi giorni dell'impero americano, Garzanti, Milano, 2001.

7. Per un approfondimento sull'argomento vedasi Ã¢â‚¬Å“Eurasia. Rivista di Studi GeopoliticiÃ¢â‚¬Â, a. I, n.1, 2004.

8. Pubblicati dalle Edizioni all'insegna del Veltro di Parma.


